Adelisa Selimbašić alla z2o Sara Zanin: decostruire il corpo con la pittura 

Adelisa Selimbašić, “The Dancefloor”, 2026. Veduta dell’installazione. z2o Sara Zanin, Roma. Foto di Roberto Ama

Quando nell’autunno del 2024 la galleria z2o Sara Zanin di Roma inaugurava nella sede del quartiere Aventino la personale di Adelisa Selimbašić (Karlsruhe, Germania, 1996), emergeva una ricerca pittorica incentrata sul corpo inteso come presenza, reso attraverso una visione ampiamente condizionata dall’ampiezza dell’inquadratura. A distanza di pochi anni colpisce quanto l’orientamento della ricerca dell’artista sia cambiato radicalmente, un mutamento percepibile visitando la mostra “The Dancefloor”, a cura di Michele Spinelli, presentata dalla galleria z2o Sara Zanin negli spazi del quartiere Testaccio e in programmazione fino al 6 maggio 2026. In particolare l’attuale pittura di Adelisa Selimbašić tende a saturare l’immagine, restituendola più pura, così da semplificarla. Pertanto i toni si riducono drasticamente, assumendo una freddezza quasi cristallina, eliminando le sfumature intermedie e offrendo una rappresentazione ancora più essenziale. Per queste ragioni il colore assume una funzione costruttiva rendendo leggibile la logica della composizione, seppure mantenendo un equilibrio tra tutte le forme. Tale procedimento consente all’artista di lavorare sulle trasparenze e le profondità tonali, tutte caratterizzate da un acuto controllo che permette di organizzare lo spazio, distinguendo piani, volumi e funzioni, fino a generare una percezione della superficie tanto morbidamente tridimensionale quanto immateriale.

Adelisa Selimbašić, Un tappeto di rose, 2026. Olio su tela, cm 111 x 96. Courtesy dell’artista; z2o Sara Zanin, Roma. Foto di Roberto Apa

Tutto ciò spinge a interrogarsi sulle ragioni di tale cambiamento, da ricondurre, secondo la testimonianza diretta della pittrice alle sue attuali vicende biografiche. In quanto l’intera produzione in mostra, realizzata tra febbraio e marzo dell’anno corrente, è stata ideata nello studio della città New York, dove attualmente vive e lavora. È la stessa Selimbašić ad affermare come tale contesto, caratterizzato da un ritmo frenetico e dall’impossibilità di seguire tutto ciò che la città offre l’abbia portata a canalizzare l’attenzione e le energie unicamente verso alcuni aspetti. Questa scelta, insieme alle conseguenze tecniche riconoscibili nei lavori in mostra, può essere interpretata come il riscatto di una decisione personale che di fronte al ritmo incalzante della vita cittadina, rivendica una propria direzione. Tale nuova realtà urbana e mediale assume un ruolo determinante, al punto tale da invitare il visitatore a osservare le opere come fossero dei rebus visivi, pari a ritagli d’immagini tratti da una sequenza filmica riprodotta sulle pareti della galleria in slow motion. È questa calma distaccata che disegna i corpi attraverso una visione quasi catartica del mondo cittadino, in particolare in riferimento alla “club culture” di New York, storicamente affermatasi negli anni Ottanta e oggi ancora in evoluzione, come nel caso dei locali storici, quali The Box nel Lower East Side inaugurato nel 2007 e tutt’oggi attivo. Da questa vivace sottocultura, attiva nella trama sotterranea di una città vibrante anche nelle ore notturne, Selimbašić ha saputo estrarre e mediare alcuni elementi visivi, filtrandoli e traducendoli su un piano pittorico strettamente legato alla percezione. Nelle opere i corpi indossano tessuti riflettenti e trasparenti, assumono pose fortemente espressive e sono attraversati da luci d’intensità variabile.

Adelisa Selimbašić, Coulis di lampone, 2026. Olio su tela, cm 40,6 x 35,5. Courtesy dell’artista; z2o Sara Zanin, Roma. Foto di  Roberto Apa

In questo modo, la realtà corporea dall’artista ci consente di avvicinarsi con maggiore consapevolezza alla sua sostanza, schiudendo alla domanda circa cosa sia la verità in pittura, se non l’intensità con cui ci coinvolge nelle sue illusioni. Così, è proprio nelle parti del corpo come gambe, braccia, vita, addome, ginocchia e gomiti che si concentra il rapporto con l’illusione di sfiorare l’infinito, inteso come frammento della forma. Ne deriva una dimensione sospesa e atemporale, perciò tutte le giunture fisiche si distendono fino a trasfigurarsi, proiettandosi oltre il limite del telaio. Sebbene per Adelisa Selimbašić l’esigenza di concentrarsi su un unico elemento fosse già emersa nella mostra datata 2024, questa volta tutto ciò finisce per indebolire il controllo della verosimiglianza. Ed è proprio in questo scarto visivo che il soggetto scivola, anche involontariamente, verso l’astrazione, in un risultato formale che ricorda, solo in termine di profili visivi, i fiori di Georgia O’Keeffe degli anni Venti del Novecento: ingranditi oltre la scala naturale si trasformavano in forme sospese irreali e sensuali. Sebbene le opere traggano origine da fotografie, oppure da attimi colti dal vivo e poi rielaborati a memoria, ciò su cui l’artista si concentra si riduce a pochi elementi essenziali. Tuttavia non si tratta di una visione tipicamente voyeuristica, bensì di un atteggiamento empatico e partecipativo verso il soggetto, capace di cogliere nella costruzione visiva di episodi differenti, momenti specifici di un movimento o di un fisico ridotto a una condizione di stasi.

Adelisa Selimbašić, The Dancefloor, 2026, olio su tela, cm 151,1 x 688,5. Courtesy dell’artista; z2o Sara Zanin, Roma. Foto di  Roberto Apa

Si tratta di una pittura che accetta e intende raffigurare il reale, seppur rimanendo costantemente in bilico tra l’impossibilità di rappresentare il corpo umano e la funzione descrittiva dello stesso. Inoltre l’uso dei body, oltre a rimandare agli outfit del fitness tipici degli anni Ottanta, raccontano una New York plurale e ibrida, attraversata da stati visionari, in cui i personaggi, sotto fasci di luci e colori, sembrano transitare in un susseguirsi di dimensioni percettive. Come osserva il curatore Spinelli nel testo critico a commento della mostra, è di particolare interesse l’attenzione rivolta agli accessori e al loro ruolo nella costruzione dell’immagine di femminilità, come nel caso del collant indossato dalle flessuose gambe nei lavori Virginia Slims (2026) e Dior Rouge 999 (2026). Eppure, nelle opere la scelta di rappresentare il collant non sembra esprimere un intento esplicitamente politico e sociale né una riflessione sulla costruzione di un vestiario come imposizione o forma di controllo del corpo femminile. Si tratta piuttosto di una reinterpretazione libera della propria fisicità, che lascia spazio a una dimensione stimolante e volutamente provocatoria aperta alla visionaria scoperta da parte dello spettatore: si apre così una riflessione sul rapporto dell’artista con il corpo altrui, per cui sottraendosi alla dimensione quotidiana entra in uno spazio simbolico. Perciò la fisicità nelle opere di Adelisa Selimbašić, si configura come un “metacorpo”, si rappresenta attraverso sé stesso, si moltiplica, supera i propri confini fisici e restituisce una corporeità amplificata, disorganica, dispersa, quasi ubiqua. Ulteriormente, la mostra, pur raccogliendo immagini che raccontano il senso del movimento – con gambe in avanzamento, divaricate, in fase di accavallamento, spalle che ruotano – lascia presagire il senso di una infinita sospensione. Perciò i corpi, pur conservando una certa pesantezza e morbidezza, si aprono per disporsi con leggerezza e stasi nello spazio scenico della galleria.

Adelisa Selimbašić, Virginia slims, 2026. Olio su tela, cm 304 x 105. Courtesy dell’artista; z2o Sara Zanin, Roma. Foto di  Roberto Apa

Ed ancora l’uso dei grandi formati, che sfiorano i sei e tre metri, consente all’artista di modulare la percezione dello spettatore, bilanciando la luce attraverso una tavolozza chiara e vibrante, caratterizzata da bianchi assoluti, azzurri, rosa carne e superfici talmente brillanti da sembrare smaltate. Ne deriva una rappresentazione che non mira tanto all’oggettività delle figure quanto alla soggettività dell’esperienza della pittrice rispetto a un evento che si intende riassumere in una sintesi infinita. Perciò le opere in mostra offrono soggetti da essere osservati più volte, cosicché le armoniche forme del corpo, ad ogni sguardo varieranno all’infinito, non coincidendo più con sé stesse ma con un’entità instabile. Per queste ragioni l’artista interroga una verità tanto reale quanto paradossale, che non possedendo nulla di definitivo, riesce a contenere tutto, come il desiderio, il senso di una identità fluida e la possibilità di un significato da interpretare. 

Dal 21 marzo 2026 al 06 maggio 2026; z2o Sara Zanin, Via Alessandro Volta, 34, 00153, Roma; info: www.z2ogalleria.it