“Global Fascisms”: più di cinquanta artisti si interrogano sull’IA, Trump e il ritorno delle politiche autoritarie

di | 25 nov 2025
Julia Scher, Danger Dirty Data, 1991. Veduta dell’installazione presentata in occasione della mostra “I’ll be Gentle”, Pat Hearn Gallery, New York. © VG Bild-Kunst, Bonn 2025. Courtesy dell’artista e Esther Schipper Berlino/Parigi/Seoul

Nel 2016, Josh Kline ha esordito in Italia con la personale “Unemployment”, un ciclo di opere sul tema della disoccupazione di massa provocata dalla tecnologia e dall’automazione e la potenziale fine della classe media. A distanza di quasi dieci anni, quelle opere sono esposte alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino. L’idea di Kline secondo cui la disoccupazione può alimentare il fascismo appare oggi più attuale che mai.
La mostra intitolata “Global Fascisms” riunisce le opere di oltre cinquanta artisti per sostenere che il fascismo non è una reliquia del passato, bensì una forza attiva, ancora oggi presente nella politica e nella cultura mondiali.
«In tutto il mondo si assiste a una preoccupante deriva verso forme di politica oscure», scrive il curatore Cosmin Costinas nel saggio introduttivo del catalogo. «Il fascismo esiste e si trova dappertutto».
Il fascismo, prosegue Costinas, «ha sempre manipolato l’estetica». La mostra di Berlino analizza i tanti modi – dall’esaltazione del passato all’uso ingannevole della tecnologia – in cui il fascismo viene reso attraente nel dibattito pubblico. In questa visione, l’intelligenza artificiale diventa «lo strumento della nostalgia per eccellenza» in quanto attinge «in tutto e per tutto» al passato per perpetuare sé stessa.
La minaccia crescente rappresentata dall’IA conferisce nuova risonanza a Unemployed Journalist (Dave), l’opera con cui si apre il percorso espositivo della mostra: un uomo rannicchiato in posizione fetale, chiuso in un sacco dei rifiuti, simboleggia la perdita del lavoro e la trasformazione dell’individuo in un prodotto sacrificabile. La scultura stampata in 3D raffigura un giornalista americano che è stato licenziato quando il personale della redazione ha tentato di costituire un sindacato. L’episodio ha spinto Kline a interrogarsi sulla trasformazione degli esseri umani in capitale umano. «Spesso mi ritrovo a pensare all’espressione “capitale umano” e a ciò che significa considerare le persone alla stregua di risorse» ha spiegato l’artista ad «ARTnews». «Se le persone diventano risorse, allora quel capitale può essere speso, consumato e gettato via come un rifiuto qualsiasi».
Nel corso di questi ultimi anni, il contesto intorno all’opera è cambiato. Adesso, ha osservato Kline, «sono i creativi a perdere il lavoro» a Hollywood e altrove, sostituiti da programmi di IA come Midjourney o Stable Diffusion, che generano video e immagini.
Il concetto di “usa e getta” attraversa Desperation Delation, un carrello per la spesa stracolmo di sacchi per l’immondizia contenenti sculture in silicone e plastica. Per realizzarla Kline ha tratto ispirazioni da scene a cui ha assistito a New York e a Hong Kong, dove «persone in condizioni di estrema povertà raccolgono lattine e altri oggetti da riciclare guadagnando pochissimo denaro».
«Mi sono chiesto come sia possibile che la società riduca le persone a frugare tra i rifiuti per vivere. Trovo che queste situazioni siano profondamente allarmanti», ha affermato. «Quale tipo di società può costringere un anziano a raccogliere oggetti da riciclare per guadagnare pochi spiccioli?».
Gli artisti di “Global Fascisms” affrontano il tema dell’ascesa delle ideologie fasciste con mezzi espressivi diversi: pittura, video, performance, pubblicazioni e formati digitali. Opere d’arte storiche tracciano collegamenti tra interpretazioni passate e presenti del fascismo.

Gülsün Karamustafa, Window, 1980. Courtesy dell’artista e BüroSarıgedik, Salt Research, Gülsün Karamustafa Archive

L’opera di Gülsün Karamustafa, artista turca di settantotto anni, è il cardine della mostra, una testimonianza vivente del sopravvivere al fascismo. L’installazione, intitolata Stage, include una fotografia che ritrae l’artista e il marito in un’aula di tribunale in attesa di una sentenza. I due erano stati arrestati durante il colpo di stato militare avvenuto in Turchia nel 1971 con l’accusa di aver nascosto una persona ricercata dalla polizia. Karamustafa è rimasta in carcere per sei mesi, suo marito per due anni e mezzo. La luce rotante che proietta sull’immagine le parole «Stage, Control, Regime, Ideology» richiama alla mente i riflettori che di notte illuminano i cortili delle prigioni.
«L’installazione riassume bene l’ideologia dell’epoca», ha affermato l’artista. Stage è stata esposta per la prima volta alla HKW nel 1998. A distanza di quasi trent’anni è ancora decisamente attuale. Le opere precedenti di Karamustafa, come Soldier e Window, mostrano gli effetti nella sfera privata e in quella sociale dei tempi turbolenti vissuti dalla Turchia negli anni Settanta e Ottanta, raffigurando i momenti di tensione e il senso di isolamento delle famiglie. Reminder (2025), l’opera più recente realizzata su incarico della HKW, è un murale composto da venticinque pannelli che ripercorre i primi venticinque anni del XXI secolo attraverso immagini di protesta. Un potente invito a far sì che la storia non si ripeta.
Molti lavori esposti in mostra, dalle opere storiche di Karamustafa agli scenari del futuro immaginati da Kline, sono collegati dall’idea dell’onnipresenza della tecnologia e dei sistemi di sorveglianza. A questo tema è ispirata anche l’installazione Danger Dirty Data, Tell Your Story (2025) di Julia Scher. Le telecamere di sorveglianza riciclate coinvolgono il pubblico già all’ingresso della mostra, mentre l’impianto di televisione a circuito chiuso invita i visitatori a interagire, creando un proprio data storytelling mediante una tastiera. Kline ha affermato di avvertire una certa affinità tra le proprie opere e quelle degli altri artisti.
Anche la sede della mostra assume una sua risonanza se si considera la storia della Germania. Kline ha raccontato che la Repubblica di Weimar ha avuto una certa influenza sulla creazione del ciclo Unemployment. Secondo gli storici, infatti, la forte disoccupazione del periodo tra le due guerre è stata un fattore determinante nel mandare «tra le braccia di Hitler la classe operaia e il ceto medio destabilizzati». Questi lavori di Kline vengono esposti in Germania per la prima volta.

Josh Kline, Desperation Dilation, 2016. Courtesy dell’artista. Foto di Joerg Lohse

«Ho realizzato queste opere durante la campagna presidenziale USA del 2016, la prima a cui ha partecipato Trump», ha spiegato l’artista. «Già allora le immagini dei comizi di Trump erano inquietanti, molto simili ai raduni fascisti europei durante la Seconda guerra mondiale. E anche l’ascesa di Trump è stata in parte dettata dalla destabilizzazione delle tute blu».
Adesso che i dirigenti delle aziende tecnologiche parlano regolarmente di un’ingente perdita di posti di lavoro nel settore impiegatizio a causa dell’IA, si pone la questione su quello che potrebbe accadere negli USA, in Germania o altrove se, osserva Kline, «una fetta ancora più ampia della popolazione dovesse finire in condizioni di precarietà e di povertà».Un analogo senso di urgenza emerge da molte opere di “Global Fascisms”, incluse quelle di Sana Shahmuradova Tanska. I suoi dipinti, tutti realizzati dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, attingono a diversi elementi della storia, della letteratura e del folklore ucraini. Secondo l’artista, il linguaggio del fascismo «è sempre meno sofisticato». «Anzi, sta diventando talmente letterale da rasentare l’assurdo» ha spiegato Shahmuradova Tanska ad «ARTnews», aggiungendo che spesso i suoi lavori analizzano l’assurdità dei metodi fascisti e il loro ripetersi in generazioni diverse.
Negotiations, per esempio, ritrae alcune figure sedute intorno a un tavolo. Sono tutte senza testa e una è già stata uccisa, sebbene sia ancora seduta. A detta dell’autrice, l’opera mostra «la presenza presunta ma del tutto falsa di una parte, il cui potere d’azione non viene preso in alcuna considerazione dagli altri partecipanti all’incontro».
Il dipinto rappresenta «l’inutilità e l’assurdità dei negoziati in cui sono presenti gli aggressori», ha aggiunto l’artista.
Benché non tutte le opere esposte citino il fascismo in maniera esplicita, è innegabile che questa ideologia sia il tema principale della mostra. E secondo Kline ciò accade raramente di questi tempi.
«Per quanto ne sappia, negli Stati Uniti non c’è stata neppure una mostra sul fascismo nel XXI secolo», ha dichiarato.
Karamustafa ha ribadito il concetto: «Tutti noi parliamo di una realtà estremamente attuale, anche se ognuno lo fa con il linguaggio che gli è proprio».

Da «ARTnews US».

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