L’aura della carta: il valore del libro d’arte nell’era digitale

In un mondo dominato dal digitale, il libro d’arte riafferma il valore del tangibile. Oltre a essere un contenitore di conoscenza, esso offre un’esperienza sensoriale, trasformandosi così in oggetto d’arte e di lusso. Nonostante la rivoluzione digitale, la domanda di libri d’arte, edizioni rare o facsimili di codici miniati continua a resistere e persino a rafforzarsi. Si tratta di oggetti che si esperiscono con le mani tanto quanto con gli occhi, la cui fisicità costituisce parte integrante del loro valore sociale e culturale. In questo senso, la forma diventa parte del contenuto e l’esperienza estetica coincide con quella materiale. La loro esistenza testimonia il crescente bisogno di oggetti autentici, lenti e duraturi di fronte alla velocità e alla volatilità del digitale. Il libro d’arte, dal facsimile miniato all’edizione illustrata contemporanea, si definisce attraverso la sua fisicità. Nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin scrive del concetto di “aura”, ovvero l’essenza unica e irripetibile di un’opera d’arte originale. Le riproduzioni digitali consentono di accedere ai contenuti visivi, ma non possono restituire la loro presenza materiale: come nota Burns, l’aura di un manoscritto si percepisce solo attraverso il contatto diretto con l’oggetto.
La materialità di un libro influenza non solo il modo in cui lo si legge, ma anche come lo si percepisce come oggetto di valore. I libri d’arte non sono semplici contenitori di testi: sono esperienze curate, in cui progetto grafico, qualità della carta e rilegatura diventano linguaggio. La loro identità risiede in questa dimensione multisensoriale, in quella che Johanna Drucker definisce «eterogeneità essenziale» tra testo e immagine. La diffusione del digitale, ben lontano dal renderli obsoleti, ne ha esaltato il carattere distintivo. Archivi online e riproduzioni virtuali non possono sostituire la relazione fisica con l’oggetto: il libro rimane un’esperienza incarnata, che coinvolge corpo e mente. Anche la sua presenza nello spazio contribuisce al valore percepito. Come propone Crouch, i libri incarnano quella che l’antropologo David Graeber definisce «inefficienza elegante», per cui un libro occupa spazio in maniera “inefficiente” ma crea un significato che permette di ignorare l’inefficienza. La differenza sensoriale tra sfogliare e scorrere – ciò che alcuni studiosi chiamano haptic dissonance (ovvero, “dissonanza aptica”) – spiega perché molti continuino a preferire la carta: l’esperienza tattile crea un rapporto di intimità e immersione difficilmente replicabile attraverso i dispositivi digitali.

Dal volume Attraverso Palermo edito da Treccani. Foto di Fabio Sgroi. Courtesy Treccani
Infine, il valore dei libri d’arte risiede anche nel loro statuto di oggetti di design e lusso. Carte pregiate, prove di colore accurate, rilegature artigianali o dettagli in pelle esprimono durata ed eccellenza. Come nota Cloonan, la legatoria si è sempre confrontata con gli ideali contrastanti di bellezza e resistenza, che nei libri d’arte si riconciliano. L’esperienza estetica passa dunque attraverso la materia, che diventa essa stessa linguaggio. Attraverso la loro fisicità, i libri d’arte incarnano un lusso discreto fatto di presenza reale.
Come nota Charlotte Kramer, CEO di Müller & Schindler, la digitalizzazione sembra aver paradossalmente aumentato il valore percepito di certi libri: «Ho l’impressione che questo dia ancora più valore a un certo tipo di libri, perché altrimenti non si spiegherebbe l’intero mercato dei libri d’arte e dei coffee table books, che è in crescita». Questo non si spiega soltanto attraverso la qualità estetica o il valore materiale, ma anche per la sua funzione sociale: i libri d’arte agiscono come marcatori di capitale culturale. Secondo l’antropologo digitale Giles Crouch, i libri sono strumenti di social signalling: ad esempio, le librerie visibili sullo sfondo delle videochiamate segnalano competenza e intelletto, rivelando il loro ruolo nella costruzione identitaria. In questa prospettiva, Carreira da Silva ricorda che «gli oggetti come i libri sono prima sociali e solo poi entità fisiche»: il libro è dotato di agenzia culturale, capace di plasmare significati e riflettere dinamiche di gusto e sapere.
Il legame tra scarsità e valore è evidente nel mercato dei libri rari e nelle edizioni limitate, spesso prodotte con cura artigianale. Questa logica di valore attraverso la scarsità consolida il libro d’arte come bene di lusso e oggetto da intenditori. Come ricorda Ludovico, «la stampa può ancora essere utilizzata per creare qualcosa che nessun altro mezzo è in grado di realizzare: un oggetto prezioso, qualcosa da conservare, di cui fidarsi istintivamente». Osserviamo infatti un ritorno di interesse verso i media analogici, soprattutto fra i giovani, che cercano nel libro fisico la stessa autenticità dei vinili o della pellicola fotografica. Massimo Bray, Direttore Generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, conferma questa dimensione: «Il libro ha il vantaggio che lo hai in casa, in libreria; prendo il libro dallo scaffale e, concentrandomi, leggo quei saggi e riesco a capire realmente che cosa stia accadendo nel mondo».
Le dinamiche di mercato riflettono questa evoluzione: i libri d’arte non sono più confinati alle librerie, ma entrano in boutique di lusso e spazi di design, accanto a oggetti d’arredo o moda.
In questo contesto, la materialità del libro diventa un fattore strategico; il libro d’arte resta così simbolo di gusto, identità e distinzione, capace di coniugare cultura e consumo, intellettualità e piacere sensoriale. Tuttavia, come avverte Bray: «Il tentativo è sempre di riuscire a non estremizzare questa che appunto è una tendenza: non farli diventare soltanto degli oggetti di lusso o di pregio, ma mantenere intatta la storia editoriale per cui sono nati e si sono definiti».
L’interesse per i libri d’arte non diminuisce con la digitalizzazione, ma si rafforza proprio per la loro capacità di offrire un’esperienza che i formati digitali non riescono a replicare. Il loro fascino non risiede soltanto nel contenuto, ma nella capacità di offrire un’interazione concentrata e ricca di materialità in un mondo sempre più digitalizzato. La persistenza del libro d’arte non è, quindi, una forma di resistenza alla digitalizzazione, ma prova del valore unico dell’esperienza materiale che solo un libro fisico sa offrire.