Solange Pessoa racconta l’umanità attraverso la storia della Terra 

di | 05 dic 2025
Solange Pessoa. Courtesy dell’artista. Foto Miro Kuzmanovic

In una bella giornata dell’estate scorsa ad Aspen, località turistica del Colorado, mentre qualcuno si godeva il caldo durante un’escursione sulle Rocky Mountains, l’artista Solange Pessoa disseminava di ossa uno spazio seminterrato dell’Aspen Art Museum. Lavorava con determinazione, attenta a non spostare lo strato di terriccio che già ricopriva il pavimento, muovendosi tra sacchi di tela stracolmi di chicchi di caffè – semi importanti per le comunità indigene del Brasile – e polveri di colori vivaci. In un altro punto del seminterrato si ergevano tre torri formate da strati di sacchi simili; di tanto in tanto Pessoa saliva su una scala a pioli per raggiungerne la sommità.
I sacchi che componevano le torri erano pieni di fogli di carta su cui erano stampate immagini della Spiral Jetty e di oggetti di ceramica Anasazi e ancora petali di fiori, piume, peperoncini secchi, bastoncini e dischi di musicisti brasiliani come Milton Nascimento. Ma Pessoa aveva in mente di aggiungere altri materiali all’interno dei sacchi.
«Manca ancora il settanta percento dei testi», mi ha spiegato l’artista parlando in portoghese – il gallerista Matthew Wood ci faceva da interprete. «Di solito i sacchi traboccano di roba». I testi sarebbero arrivati nei giorni successivi, poco prima dell’inaugurazione della mostra.
Pessoa ha ideato quest’opera nel 1994, presentandola per la prima volta, seppure in forma più semplice, a Belo Horizonte, la città in cui vive da tempo. Nel corso degli ultimi trent’anni, ne ha proposto diverse versioni in luoghi che vanno da Marfa, in Texas, a Bregenz, in Austria. L’ultima in ordine di tempo, Bags – Aspen Version (1994-2025), è l’opera principale della mostra all’Aspen Art Museum, una delle poche personali allestite fuori dal Brasile. Nelle parole dell’artista, Bags è «un’antropologia più ampia delle Americhe lette attraverso la tradizione della Terra».

Solange Pessoa, Bags – Aspen version, 1994-2025. Foto di Paul Salveson

Bags è un’opera emblematica della pratica di Pessoa. È grande, imponente, sembra voler riconnettere l’umanità con il mondo naturale. «Non mi piace la separazione tra cultura e natura» afferma. «Credo in una filosofia integrata, una filosofia naturale in cui la cultura è parte della natura».
Nella sua arte non c’è alcuna distinzione tra umanità ed ecologia. I fluidi corporei, per esempio, fanno spesso parte delle sue sculture, le cui forme astratte fanno pensare ad animali in metamorfosi. Anche i capelli sono comparsi nelle sue opere, in particolare in Catedral (1990-2015), una gigantesca installazione composta da una sorta di colata serpeggiante di cuoio e tessuto su cui sono fissate delle trecce (l’opera è stata acquisita dal Rubell Museum di Miami, che a volte l’ha esposta in una speciale galleria ventilata). Di frequente questi materiali vengono usati insieme a piume, frutta, terriccio e altro ancora.
«È sensibile a tutto ciò che è vivo, che siano piante, semi, animali o individui», ha affermato Thomas D. Trummer, direttore della Kunsthaus Bregenz, che nel 2023 ha ospitato una mostra di Pessoa che includeva una versione di Bags. Per Pessoa, ha aggiunto, «tutto è connesso».
Nel 2020, la storica dell’arte Cecilia Fajardo-Hill scriveva che l’arte di Pessoa «ha ottenuto il riconoscimento che merita solo negli ultimi anni, e soprattutto fuori dai confini del Brasile», fatto questo attribuibile alla scelta di stabilirsi nello stato di Minas Gerais e non in un polo dell’arte come Rio de Janeiro o São Paulo. A questo va aggiunto lo scarso consenso con cui certi lavori sono stati accolti nel suo Paese d’origine: nel 1995, quando realizzò un’installazione intitolata Jardim (Giardino), composta di cuoio, capelli, sangue e occhi di bovini, il pubblico reagì in maniera decisamente negativa, al punto che un giornale brasiliano invitò l’artista a spiegarne il significato. «Sono opere forti, ma non sono state ideate con l’intento di scandalizzare», affermò Pessoa all’epoca. Ancora oggi l’artista non ha mai partecipato alla Bienal de São Paulo, la principale biennale del Brasile.
Un’accoglienza del genere è difficile da comprendere adesso che il nome di Pessoa è sempre più noto a livello internazionale. Ha partecipato alla Biennale di Venezia del 2022 ed è rappresentata da Mendes Wood DM, una delle gallerie più prestigiose del Brasile (anche Blum, un’altra galleria di prestigio, l’ha rappresentata prima di annunciare la cessazione delle sue attività all’inizio di questo mese). Contemporaneamente alla mostra all’Aspen Art Museum, un’altra personale è allestita al Tramway di Glasgow. «Il tempo mi ha aiutata a crescere», ha affermato Pessoa.

Solange Pessoa, Sonhiferas I, 2020, Biennale di Venezia 2022. Foto di Vincenzo Pinto / AFP via Getty Images

L’ha aiutata anche a far crescere la sua arte, che sta raggiungendo proporzioni monumentali. Deliria Deveras (2021-2024), una delle installazioni che saranno esposte all’Aspen Art Museum, occupa un’intera sala ed è composta da una massa di cristalli punteggiata qui e là da pepite d’argento. I cristalli nel complesso pesano venti tonnellate.
Deliria Deveras richiama alla mente un’opera celebre di Robert Smithson composta da frammenti di vetro. E in effetti, Pessoa cita Smithson e molti artisti americani ed europei che lavoravano secondo il suo stesso paradigma – esponenti della Land Art, minimalisti, scultori dell’Arte povera – come figure che l’hanno influenzata. Al pari di quegli artisti del dopoguerra, Pessoa è affascinata dall’idea che la natura possa essere attirata negli spazi freddi delle gallerie. Ma il suo lavoro ha una dimensione esplicitamente spirituale, assente nei lavori dei suoi maestri occidentali. «Non vorrei apparire presuntuosa, ma quella che cerco di approfondire è la psicologia del rapporto tra l’uomo e un dio terreno», ha affermato.
I cristalli di Deliria Deveras provengono dalla città brasiliana di Ferros, dove Pessoa è nata nel 1961. L’industria mineraria che caratterizza questo territorio – il Minas Gerais ha una lunga storia di sfruttamento dei giacimenti minerari – si è insinuata naturalmente nella sua arte. «Mi interessa l’aspetto psicologico dell’estrazione», ha dichiarato, riferendosi all’atto di scavare sotto la superficie. In un gioco di parole con il termine portoghese che significa sia “minatore”, sia “persona originaria del Minas Gerais”, l’artista si definisce una minero.

Solange Pessoa, Deliria Deveras, 2021-2024. Foto di Paul Salveson

Pessoa è cresciuta in una fattoria nella remota cittadina di Dores do Indaiá, in una zona in cui si trovano molte chiese piene di statue di santi (a volte adornate con capelli umani, proprio come la sua Catedral). Pur non dichiarandosi cattolica, Pessoa sostiene di avere una «sensibilità spirituale» e di aver tratto ispirazione dalla ricca tradizione barocca delle chiese brasiliane. Oltre agli esponenti della Land Art e del minimalismo, infatti, ha citato anche Aleijadinho, uno scultore del XVIII secolo le cui opere si trovano nelle chiese del Minas Gerais, tra gli artisti che l’hanno influenzata. Indicando i sacchi di Bags, ha affermato: «Certo, sono molto barocchi: il drappeggio, la verticalità, l’eccesso, l’intensità emotiva».
Pessoa ha frequentato la scuola d’arte negli anni Ottanta e nel decennio successivo ha iniziato a realizzare sculture che non seguivano nessuna tendenza in auge in quel periodo in Brasile: cerchi di ossa, masse di fibre vegetali appese alla parete che si allungavano fino al pavimento, nodi di fieno che pendevano dalle travi come fossero trecce di un gigante.
«È stata un’eccezione per la sua generazione», sostiene Matthew Wood, agente di Pessoa. «Gli altri artisti non realizzavano opere di questo tipo e di certo non era il genere di arte che la gente apprezzava».
Alcuni artisti, tuttavia, la notarono. Pessoa strinse amicizia con Tunga, le cui sculture l’avevano incoraggiata a usare i capelli nei suoi lavori, e insieme a lui entrò a far parte del collettivo Galpão Embra. Attraverso Galpão Embra, partecipò a diverse mostre con artisti come Iole de Freitas e Nuno Ramos.
Anche dopo essere stata messa alla gogna dalla stampa per Jardim, l’installazione del 1995 con gli occhi di bue, Pessoa non ha mai pensato di conformarsi alle mode. Ha esposto i suoi lavori all’aperto, in luoghi distanti da musei e gallerie, e ha continuato a realizzare sculture che potevano mettere a disagio gli osservatori. 

Solange Pessoa, Bags – Aspen version, 1994-2025. Foto di Paul Salveson

Lesmalongas – Desterros (1998-2002), un’opera suddivisa in cinque “situazioni” (quattro delle quali allestite nella fattoria di famiglia), è costituita da sculture realizzate in plastica e un composto di terriccio e strutto. Alcune erano indossate da performer che urlavano e si lamentavano, quasi che quelle creazioni facessero loro del male o li costringessero ad assumere forme animalesche. Pessoa ha ammesso che le sue opere suscitano «turbamenti sensoriali», ma ha aggiunto: «Sono contenta quando il mio lavoro mi fa uscire dalla mia comfort zone».
Nella visione di Pessoa, tuttavia, l’obiettivo di opere come Lesmalongas non è turbare gli osservatori, quanto piuttosto creare un nuovo rapporto tra le persone e l’ambiente che le circonda. «Per lei è molto importante annullare i confini tra l’umano e il non umano», ha affermato Claude Adjil, curator at large dell’Aspen Art Museum e organizzatrice della mostra in Colorado.
Negli ultimi due decenni, Pessoa ha continuato a produrre opere d’arte incentrate su questo tema, anche se il suo lavoro non presenta più gli elementi perturbanti che lo caratterizzavano in passato. Anni fa l’artista ha iniziato a realizzare disegni di animali che non esistono in natura («gli insetti che emergono dalla sua mente non sono ineccepibili in termini entomologici», ha scritto una volta la storica dell’arte Cecilia Fajardo-Hill). Di recente ha iniziato a esporli, per esempio alla Biennale di Venezia del 2022, e da qualche tempo lavora il bronzo, un materiale più resistente di molte delle sostanze organiche che usava negli anni Novanta.
Adesso realizza anche sculture in steatite – un tipo di roccia che in passato era impiegata per statue commemorative e fontane – come NIHIL NOVI SUB SOLE (2019-2021), che è stata collocata fuori dall’Arsenale durante la Biennale del 2022 e ora è esposta sul tetto dell’Aspen Art Museum. Con questa pietra facilmente lavorabile, Pessoa modella forme simili a foglie che raccolgono l’acqua piovana. La pioggia altera la superficie delle sculture, già segnata dall’esposizione agli agenti atmosferici.
L’artista è consapevole del fatto che le sue sculture potrebbero non durare per sempre, anzi ha imparato ad accettare questa caratteristica della sua arte. «Sento la necessità dell’effimero, ma d’altra parte sento anche il bisogno dell’eterno», ha affermato. «In fondo, sono due filosofie contrastanti ma inseparabili».

Solange Pessoa at KUB, 2022. Foto di Miro Kuzmanovic. © Kunsthaus Bregenz

Da «ARTnews US».

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