Nan Goldin a cura di Nan Goldin

Nan Goldin, Gina at Bruce’s dinner party, NYC, 1991 © Nan Goldin. Courtesy Gagosian
Dopo aver attraversato l’Europa, “This Will Not End Well” arriva in Italia, al Pirelli HangarBicocca a Milano. La mostra è gratuita ed è visitabile fino al 15 febbraio 2026.
Nell’imponente spazio dell’HangarBicocca, i lavori dell’artista statunitense sono presenze impattanti esposte in piccole strutture nere, avvolte da tende oscuranti dalle quali esce un filo di luce, come quando si entra al cinema.
Un video sulla questione palestinese è proiettato sulla parete di destra; subito si ha l’impressione che quella di Goldin non sia solo una mostra d’arte, ma un mondo in cui immergersi fatto di ricordi, archivi, politica e sessualità.
Nan Goldin ha realizzato un progetto che attraversa il tempo: è come se l’artista si facesse curatrice di sé stessa. I suoi gesti artistici e politici del passato valgono ancora come qualcosa di nuovo e di urgente da dire. Non le serve aggiungere altro per stare nel discorso contemporaneo, le basta rimettere insieme i pezzi del proprio archivio, dagli anni Settanta a oggi, per fare qualcosa di assolutamente necessario.
La mostra si sviluppa come un villaggio di padiglioni progettati da Hala Wardé, ciascuno dedicato a uno slideshow: si apre con Bleeding (2025), una nuova installazione sonora concepita da Soundwalk Collective in stretta collaborazione con Goldin, pensata come preludio all’itinerario espositivo e come guida simbolica al percorso. Il duo, formato dall’artista Stephan Crasneanscki e dal produttore Simone Merli, collabora con Goldin dal 2015 e ha realizzato le colonne sonore di progetti quali il documentario All the Beauty and the Bloodshed (2022), Leone d’Oro alla 79. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, lo slideshow Stendhal Syndrome insieme alla compositrice Mica Levi e installazioni sonore site-specific come The Women’s March, 1789 (2019), presentata al Domaine du Trianon di Versailles.
Il percorso espositivo prosegue con una selezione delle sue opere più conosciute: The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), considerata il suo capolavoro; The Other Side (1992-2021), un omaggio di forte valore storico alle amiche e agli amici trans realizzato attraverso scatti intimi e personali eseguiti tra il 1972 e il 2010; Sisters, Saints, Sibyls (2004-2022), una intensa riflessione sul trauma familiare e sul suicidio; Fire Leap (2010-2022), un’incursione visiva nel mondo dell’infanzia; Memory Lost (2019-2021), un racconto claustrofobico sull’esperienza dell’astinenza da sostanze stupefacenti; e Sirens (2019-2020), un universo immerso in allucinazioni e dipendenza dall’utilizzo delle droghe.
A Milano, Sisters, Saints, Sibyls è allestita all’interno del “Cubo”, uno spazio dell’HangarBicocca la cui altezza, superiore ai venti metri, richiama l’architettura della Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière di Parigi, prima sede dell’opera nel 2004. L’installazione riprende fedelmente la configurazione originaria con l’aggiunta di elementi scultorei: due figure in cera, che rappresentano rispettivamente una giovane donna distesa su un piccolo letto e un uomo sollevato su un piedistallo, visibili da una piattaforma sopraelevata.
La mostra, curata da Roberta Tenconi con Lucia Aspesi, include inoltre due slideshow: You Never Did Anything Wrong (2024), primo lavoro astratto dell’artista che si configura come una meditazione poetica sulla vita e la morte; Stendhal Syndrome (2024), basata su sei miti delle Metamorfosi di Ovidio, un dialogo visivo che attraversa il tempo, quello di Goldin e dei suoi amici, e si mescola con immagini di dipinti e sculture provenienti da musei di tutto il mondo.
“Non andrà a finire bene”, sembra gridare il titolo della mostra, quasi a minacciare il sistema, il mondo capitalista che Goldin da sempre affronta raccontando altri scenari. Grazie all’artista, queste realtà considerate al margine sono oggi dentro un museo. O forse, “non andrà a finire bene” è un invito per mettere in luce una speranza: la possibilità di vivere un mondo altro, fatto di comunità, corpo, desiderio e fragilità.