Ritratti: Shafei Xia

Shafei Xia (Shaoxing, Cina, 1989) si laurea in scenografia e successivamente si trasferisce a Shanghai, metropoli-laboratorio che le offre un percorso formativo alternativo: qui lavora come barista, dipinge nel tempo libero, espone, vende i suoi disegni per strada e comprende progressivamente che l’arte può diventare il suo orizzonte di vita.
Tra periodi di precarietà e ritorni forzati nella città natale nasce in lei il desiderio di emigrare, e giunge in Italia nel 2016. I primi anni a Bologna sono dedicati a un’intensa rielaborazione interiore delle regole sociali e familiari e coincidono con l’emergere di un immaginario ibrido, popolato da figure femminili, metamorfosi acquatiche e corpi in trasformazione. Le prime opere autonome – nudi e autoritratti – nascono dalla necessità di affermare una voce personale e indipendente fuori dai codici restrittivi e dalla censura della nazione di origine. Oggi la biografia di Shafei Xia si intreccia profondamente con il suo lavoro: un percorso di migrazione, ascolto e traduzione, dove l’identità si costruisce come dimensione ibrida e sensibile alle storie che attraversa.

Le sue immagini pittoriche, realizzate con la tecnica minuziosa dell’acquerello su carta di sandalo intelata, presentano un mondo popolato da corpi metamorfici, animali antropomorfizzati e oggetti quotidiani dotati di una carica simbolica quasi rituale. La loro apparente leggerezza formale non corrisponde a una semplificazione tematica: è semmai il dispositivo che consente all’artista di articolare un discorso sulla mutabilità del soggetto contemporaneo, sulla natura del desiderio e sulla dimensione affettiva dell’immaginazione. Nelle composizioni di Xia nulla è innocuo. La seduzione del linguaggio risiede nella capacità di articolare un’estetica della tenerezza radicale: ciò che appare giocoso, ingenuo o persino buffo è lo strumento che accoglie la complessità della percezione, rivendica l’ambiguità dei corpi, e sovverte i conflitti che regolano i rapporti d’amore e di potere.

Negli animali raffigurati l’artista proietta forme di istinto e di energia, rinegozia i ruoli di genere, trasforma la vulnerabilità in risorsa. La tigre, alter ego ricorrente, incarna il principio attivo nella tradizione alchemica cinese, ma anche un’auto-rappresentazione ironica dell’artista: un animale forte, eppure capace di delicatezza, che attraversa la scena senza dominarla.
Xia non costruisce un bestiario, ma una microcosmologia: ogni figura – esseri umani, tigri, maiali, tartarughe – è un archetipo emotivo, un personaggio interno che prende forma per mezzo della finzione figurativa. L’umano e il non-umano coesistono come forze relazionali, e la presenza ricorrente di animali non è mai naturalistica, né decorativa. L’animale è un operatore simbolico, una forza che disordina i confini dell’umano e permette di articolare una soggettività instabile e ludica. La continuità tra le forme viventi, il loro oscillare tra innocenza ed erotismo, tra disciplina e pulsione, partecipa alla costruzione di una soggettività nomadica, nella quale le figure non chiedono di essere decifrate, ma di essere ascoltate come presenze affettive.

La dimensione erotica della sua pittura si colloca in un territorio complesso. Come suggerisce Anne Anlin Cheng nel suo lavoro di scrittura Ornamentalism, la femminilità asiatica in Occidente viene costruita come presenza ornamentale: una soggettività sintetica a metà tra persona e oggetto che deriva da una sovrapposizione concettuale di “orientale” e “ornamentale”. Al contrario, nelle opere di Xia la femminilità orientale rappresentata diventa un linguaggio agente nel momento in cui sembra indulgere nell’estetizzazione e nell’ornamento del corpo. Gli ornamenti – specchi, ciprie, frutti, tessuti, vasi – parlano infatti di un erotismo che permette ai corpi di autodeterminarsi e di assumere il loro stato di singolarità. L’erotico non è spettacolo ma ambiente, una qualità atmosferica più che un tema, che permette di trattare desiderio, vulnerabilità e identità come facce inseparabili dello stesso processo di definizione.
La sua attenzione alla dimensione simbolica degli oggetti rielabora, in una chiave personale, elementi della tradizione figurativa orientale. Non si tratta però di un recupero nostalgico, né di un orientalist revival. Il suo gesto è vicino a una “mimesis discontinua”: una forma di appropriazione iterativa che produce differenza e non imitazione. La tradizione orientale, in Shafei Xia, si presenta come repertorio di gesti: piccoli rituali del quotidiano, micro-drammaturgie della cura, fantasie infantili che sopravvivono nella vita adulta. È una tradizione reinventata: la sua pittura non imita gli shunga giapponesi o la figurazione erotica cinese ottocentesca, ma ne assorbe la logica, l’attenzione al dettaglio narrativo, la sobrietà della linea, la capacità di rappresentare l’intimità come forma di relazione sociale. Gli oggetti diventano attori silenziosi, elementi di una teatralità minima che non illustra una storia, ma ne suggerisce l’atmosfera emotiva.

Le immagini di Shafei Xia propongono un modo di stare al mondo che non separa la fragilità dalla potenza, l’istinto dalla disciplina, ciò che appartiene al corpo da ciò che appartiene alla fantasia. In questo orizzonte la tenerezza non è sentimentalismo, ma un gesto politico dello sguardo: significa riconoscere che ciò che è vulnerabile può essere sovversivo, che il ridicolo e il poetico possono coesistere, che il desiderio non è mai univoco ma sempre stratificato.
Il suo universo è un laboratorio affettivo, uno spazio in cui la tenerezza diventa una modalità di conoscenza e la vulnerabilità una forma di forza. La disciplina – la precisione del tratto, il rigore della composizione, la cura della superficie pittorica – tiene insieme questo universo in bilico, trasformando il possibile caos dei sentimenti in una coreografia visiva ed emotiva.