Intervista a Marcello Maloberti

poeṡìa s. f. [dal lat. pŏēsis, che è dal gr. ποίησις, der. di ποιέω «fare, produrre»]. – 1. a. L’arte (intesa come abilità e capacità) di produrre composizioni verbali in versi, cioè secondo determinate leggi metriche, o secondo altri tipi di restrizione […] b. Il singolo componimento verbale realizzato nelle forme su accennate: scrivere, comporre, dettare, improvvisare una p.; […] c. Il complesso delle opere poetiche, o il loro carattere stilistico in senso lato, prodotte, in generale o in un determinato periodo di tempo, da un popolo o in un’area culturale, da un insieme di autori o da un singolo autore, o che siano riferibili a un certo gusto, a una poetica, a una scuola: la p. educa il cuore, la p. fa la vita, riempie magari certe brutte lacune, alle volte anche la fame, la sete, il sonno (Alda Merini); la p. di tutti i tempi; la p. classica, la p. romantica; […] 2. a. Il carattere di opere o parti di opere ritenute particolarmente ispirate e suggestive: la p. dell’episodio di Paolo e Francesca; una pagina ricca di p.; versi perfetti ma privi di p.; […]. b. Per estens., il carattere di qualsiasi composizione o opera anche non verbale, in quanto raggiunge un valore “alto” in opposizione a prodotti correnti “bassi”; si può così parlare di p. di Raffaello, di eleganza formale di un quadro che non raggiunge tuttavia la p., di sentimento, carica emozionale, ispirazione che conferisce valore di p. a un brano musicale, a una scultura, a un film, a una danza esotica. c. Il carattere che può essere attribuito, per ulteriore estensione metaforica e sempre nel quadro di un’opposizione tra “alto” e “basso”, a qualsiasi oggetto, situazione, comportamento, in quanto questi contengano qualcosa che li elevi al di sopra del quotidiano (si tratta però, generalmente, di usi di derivazione colta e banalizzati in stereotipi linguistici): la p. della natura, di un tramonto; la p. della vita; […] d. Il carattere che può essere attribuito, in senso negativo, a fatti, persone, situazioni, atteggiamenti, in quanto non attaccati alla realtà, al concreto, al positivo, e quindi spesso cervellotici, utopistici o illusorî: ma questa è pura p.!; è un uomo che vive di p.; con la p. non si fa strada nella vita, ecc. ◆ Dim. poeṡiétta (raro poeṡiina); spreg. poeṡiùccia, poeṡiòla; pegg. poeṡiàccia (tutti nel sign. concr. 1 b).
Marcello Maloberti (1966, Codogno) vive e lavora a Milano. Attraverso linguaggi differenti, quali il collage, la performance, il video e la fotografia esplora la relazione tra arte e vita prediligendo sempre l’interazione con il pubblico. Con le sue celebri frasi, conosciute come “Martellate”, mette in atto una scrittura della voce affrontando tematiche legate al sacro, al mistico e al divino, che si susseguono in una continua ricerca dell’alto. Nel dicembre 2025 pubblica con Treccani il libro Poesia, prima raccolta dei suoi scritti in forma di atti poetici.
Qual è il tuo primo ricordo associato a questa parola?
Se penso al mio primo ricordo associato alla parola “poesia”, penso a un momento che interrompe il tempo e lo spazio, uno spavento. Forse perché IL SACRO È L’INCIAMPO, e ciò che è sacro non si presenta mai con ordine: entra da una crepa, apre una fenditura nel quotidiano. Quello che ricordo davvero non è un’immagine precisa, ma una sensazione che viene prima di qualunque forma, prima ancora che potessi chiamarla “poesia”. Rimane lì, sospesa, nuda, prima del linguaggio: BALBETTARE L’INCANTO. È come se la poesia fosse apparsa così, senza chiedere. Un momento che non chiede permesso e che non vuole spiegazioni. Un istante inatteso ma irrevocabile, che non puoi respingere. E allora capisci che il ricordo arriva molto prima del nome: la poesia ti accade, e tu puoi solo raccoglierne i frammenti, il tremito, la ferita luminosa dell’inizio.
Il poeta più amato?
Ti direi MARCELLO O MALOBERTI.
Quello che avresti voluto conoscere prima?
Credo che gli autori arrivino solo quando siamo pronti a incontrarli. A vent’anni Carmelo Bene non riuscivo a capirlo: era troppo radicale, troppo inquieto, come guardare direttamente una luce che acceca. Pier Paolo Pasolini, invece, potevo cominciare a respirarlo – ed è per questo che, allora, ho messo mia nonna sotto il tavolo. Oggi la parola che conta è circoscrivere: capire cosa lasciar entrare nella vita e cosa, invece, non ci appartiene più. È un lavoro di posizione, di distanza, di ascolto. Gli autori che amo mi hanno insegnato proprio questo: il senso della misura e insieme la potenza del gesto.
Ricordi la prima poesia che hai scritto?
La prima forma di poesia per me sono stati i titoli dei miei lavori, forse la prima poesia è stata proprio LA VERTIGINE DELLA SIGNORA EMILIA. Per me LA SCRITTURA È CONFINE SCRITTO, un limite sottile in cui qualcosa tenta di fermarsi senza riuscirci del tutto. Un tentativo evanescente, che prova a dare forma a ricordi che non si lasciano svelare, che restano opachi e, forse per questo, continuano a tornare. I miei testi sono orali, come se fossero più vicini alla voce che alla pagina. Le poesie vengono SOVRAPENISERO. Sono frammenti. Li definisco “scritti parlati” perché, anche quando li scrivo, non riescono mai a fissarsi del tutto. Restano in movimento, come se la frase continuasse a proseguire altrove. Ho sempre la sensazione che qualcosa sfugga al linguaggio scritto. L’ARTISTA È STATO CHIAMATO A CHIAMARE. Non è un limite, ma una condizione: una parte del pensiero rimane fuori campo, si colloca in uno spazio che la pagina non riesce a contenere. Per questo mi ritrovo spesso a scrivere in quella zona che non è né margine né centro: uno spazio di passaggio dove ciò che non si lascia trattenere può comunque svelarsi, un luogo in cui il testo vive, respira e resta aperto.
Alle volte capovolgi alcune parole, come mai?
Mi piace farle leggere a Dio prima che all’uomo. Capovolgere significa lasciare che la parola mostri la sua verità, il suo rovescio. Come riflette Giorgio Agamben nella sua idea di “archeologia della parola”, la parola non è semplicemente uno strumento di comunicazione, ma un’azione, un vero e proprio sacramento del linguaggio che ha fondato l’essere umano. Esplorare la parola significa indagarne le origini, il legame con il giuramento, con la liturgia, con la balbuzie originaria della lingua: è in questo spazio che diventa possibile l’atto poetico. La parola non è mai neutra, non appartiene mai del tutto a chi la scrive. La ribalto perché esista, perché viva nella sua fragilità, tra le righe e tra le pause, prima ancora di diventare comprensibile. Capovolgere la parola è anche cercare di sfuggire dal reale, cercando sempre l’alto. C’è sempre un’immagine prima della parola, qualcosa che il pensiero percepisce e che poi cerca di diventare linguaggio. Ogni parola contiene una visione, e capovolgerla significa lasciare che questa visione rimanga sospesa, visibile anche nella forma scritta. Mi sembra di essere un po’ ossessionato perché IO VEDO IL LINGUAGGIO. La poesia visiva nasce proprio da questo: dalla tensione tra parola e immagine, dal momento in cui il gesto grafico della parola diventa paesaggio, movimento, corpo, prima ancora di pronunciarsi. RITORNO DA DOVE NON SONO MAI STATO. È in questo spazio, tra immagine e parola, tra voce e gesto, che la scrittura trova il suo movimento più autentico, e io con lei.
Scrittura amanuense o tipografica?
Per me è importante la parola perché io sono attraversato, visitato da essa. Amanuense, perché la mano trema. Sono come dei disegni. Forse le mie scritte sono il mio autoritratto più autentico. Ogni segno scritto a mano porta con sé la fragilità e l’imprevedibilità della parola, il respiro di chi scrive. Ognuno poi scrive il proprio alfabeto e io il mio: A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V Z e ogni volta leggermente cambia. Sto cercando il mio font.
Martellate o poesie?
Non separo le due cose. Le MARTELLATE per me sono una voce che irrompe, URLARE IL CIELO, titoli di libri mai scritti, intervalli di pensiero. Scuotono, non lasciano spazio al silenzio se non dopo averle lette. Trasformano immagini e parole del quotidiano in riflessioni. Sono le mie poesie: le poesie più autentiche, nate dal ritmo della vita di ogni giorno, dal tremito delle cose che ci attraversano e che non si lasciano trattenere. La poesia è respiro, istante per istante, è conscio e inconscio.
Neon o carta?
CARTA È ANIMA. Neon è luce sacra ma concreta e reale.
Poesie pensate o poesie trovate?
Trovate e sognate, perché la poesia non nasce dal pensiero organizzato, ma dall’incontro con ciò che ci attraversa, dalle immagini che si impongono, dai sogni sospesi che non si lasciano trattenere. Vengono dette A VOCE SCRITTA, perché anche quando le fisso sulla pagina, conservano il ritmo, la vibrazione, la caduta della voce. LA POESIA È RISCHIO.