Isaac Julien, All That Changes You. Metamorphosis. Palazzo Te, Mantova

Isaac Julien, All That Changes You. Metamorphosis. Veduta dell’installazione. Palazzo Te, Mantova, 4 ottobre 2025
Courtesy dell’artista, Victoria Miro e Jessica Silverman. Foto di Andrea Rossetti / Palazzo Te

Dal dialogo con gli affreschi di Giulio Romano è nata All That Changes You. Metamorphosis, la nuova installazione filmica multischermo di Isaac Julien, in collaborazione con Mark Nash e Vladimir Seput, accessibile al pubblico in anteprima mondiale fino al primo febbraio 2026 e prorogata fino al 31 maggio 2026 negli spazi rinnovati delle Fruttiere di Palazzo Te a Mantova. La mostra, inaugurata lo scorso ottobre, e curata dal direttore della GAMeC Lorenzo Giusti, si inserisce nel fitto palinsesto della Fondazione Palazzo Te per il Cinquecentenario del complesso architettonico mantovano, sottolineandone il ruolo centrale nel panorama culturale contemporaneo. L’opera è prodotta da Palazzo Te in collaborazione con Rosenkranz Foundation, Canyon, Linda Pace Foundation, Jessica Silverman, Jack Weinbaum Family Foundation, Mellon Fund, e la University of California, Santa Cruz.

Isaac Julien, All That Changes You. Metamorphosis. Veduta dell’installazione. Palazzo Te, Mantova, 4 ottobre 2025
Courtesy dell’artista, Victoria Miro e Jessica Silverman. Foto di Andrea Rossetti / Palazzo Te

È la voce di Donna Haraway ad aprire i battenti di questo film a dieci schermi con una parola cardine del suo impianto teorico: trouble; oggi, fugare seduttivi orizzonti teleologici – apocalittici o salvifici che siano – è possibile a patto di saper stare nel problema. Ad assumere e rendere operativa la postura teorica della Haraway, facendone una pratica incarnata di relazione e trasformazione dentro un mondo che brucia, sono le due attrici Gwendoline Christie e Sheila Atim nei panni di Lilith e Naomi. Le due figure pilota, antropomorfiche e ancestrali, al bordo tra l’alieno e l’umano, sono impegnate in un viaggio cosmico con cui affrontano la mutevolezza del presente perdendo identità genere e specie ed eleggendo la contaminazione come unica vera pratica etica di sopravvivenza. Dei numerosi spazio-tempi che le due dee attraversano, tra cui la foresta californiana nei pressi di Santa Cruz, la postmodernista Cosmic House di Charles Jencks a Londra, la futuristica “astronave” di vetro progettata da Richard Found, e il padiglione per la Kramlich Collection di media art creato da Herzog & de Meuron, la Sala dei Giganti di Palazzo Te rappresenta sicuramente il luogo principe del loro viaggio.

Isaac Julien, Metamorphosis I (All That Changes You. Metamorphosis, Sheila Atim), 2025. Courtesy dell’artista, Victoria Miro e Jessica Silverman

Davanti alla caduta dei Titani, riletta da Julien come metafora della crisi odierna, la partenza nella navicella di Lilith e Naomi è la riposta al nostro spazio-tempo che infiamma: l’intera sala, che è il nostro mondo, diventa il punto privilegiato da cui è possibile ripensare una nuova tessitura esistenziale, fatta di molteplici traiettorie, aperture e adattamenti. La stessa grammatica filmica, esplosa in una partitura visiva frammentaria e monumentale, per lo spettatore tutta da ricostruire, vuole essere una messa in atto radicale del decentramento antropologico e del dispiegamento visivo di mondi complessi, arborei, violenti, microscopici e planetari. Creature marine, vegetali o ibride ma anche razzi, pianeti, droni si confondono, smagliando e intorbidendo ogni definizione e partecipando come attori al fianco di Lilith e Naomi a un movimento co-creativo ecologico e femminista.

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