Ritratti: Valentina Furian

«Se, diceva Juaniku, un giaguaro ti vede come un essere capace di guardarlo negli occhi – un sé come lui, un tu – ti lascerà in pace. Ma se dovesse vederti come una preda oggi – un quello [it] – potresti diventare carne morta».
Nell’introduzione di Come pensano le foreste, libro-summa di quattro anni trascorsi con la popolazione dei Runa in Ecuador, l’antropologo Eduardo Kohn riporta un consiglio dispensato da Juaniku, la sua guida.
Queste parole, vere e proprie istruzioni di sopravvivenza, ci ricordano che l’identità corrisponde non soltanto a una categoria mobile, suscettibile di variazioni, ma anche al prodotto di un riconoscimento.

La visione, nello specifico, permette di distinguere gli altri corpi, il loro posizionamento in un dato contesto. Quando i suoi paradigmi mutano, di conseguenza, sono le stesse soggettività coinvolte ad assumere nuovi ruoli e significati.
Il lavoro di Valentina Furian ha a che fare tanto con la visione quanto con le soggettività: per mezzo di entrambe rende manifesto il ruolo che la dimensione umana ha attribuito a quella animale e all’habitat che condividono.
L’addomesticamento e il dominio esercitati dalla prima sono analizzati a partire da una prospettiva che agisce sia sul piano della forma che del contenuto: soggetti e ambientazioni costituiscono solo il più evidente strumento per descrivere tali politiche di sottomissione. È al medium che è dato il compito di replicare o sovvertirne le dinamiche.

Nella maggioranza delle opere, la telecamera si allontana dalla resa oggettiva: l’immagine è sdoppiata, “riavvolta”, virata, si colora di un verde o rosso brillanti, spesso per restituire uno sguardo predatorio. Accade in Ciacco (2021), video ispirato al IV Canto dell’Inferno di Dante, dove la stereoscopia ha il compito di replicare la modalità di visione frontale tipica degli animali cacciatori (tra cui l’homo sapiens). Oppure in Eclipse (2024) e Aaaaaaa (2025), dove la mediazione di specifici filtri cromatici ripropone quella di strumenti tecnologici atti a potenziare la vista, come le telecamere a infrarossi.
Attraverso l’impiego di tali codici l’artista sembra avvalorare una tesi espressa, tra gli altri, da Haraway e Berger (A Cyborg Manifesto; Why look at Animals?): che il guardare implichi l’esercizio di un certo potere. E che questo esercizio conduca a una marginalizzazione di quanto osservato. Nel caso in questione, dell’animalità.
Ogni inquadratura, che provenga dalla lente di un microscopio o da quella di una fototrappola, può perciò essere assimilata a una gabbia capace non solo di trasformare in oggetto un agente, ma anche di modificare comportamenti e interazioni di quest’ultimo, instillandovi un senso di insicurezza, nevrosi, limitazione motoria.

Come invertire una traiettoria tanto pervasiva quanto “fuori fuoco”?
Mediante un rovesciamento prospettico affidato alla componente ambientale e sonora delle opere.
Nel buio necessario alla proiezione, gli animali riacquistano ferinità, il loro incedere appare di colpo minaccioso. I primi piani trasmettono alle volte un senso di eccessiva prossimità, altre, contribuiscono alla restaurazione di un legame tra il loro mondo e il nostro, come avviene in Centauro (2023), dove la sospensione del supporto video attiva il latente contenuto mitologico dell’immagine, generato dalla sovrapposizione tra i corpi del pubblico e quello del cavallo.
Si tratta di una nuova, o più precisamente rinnovata, metaforizzazione, che mira a restituire alle altre forme di vita un valore simbolico. Non solo: di fatto le rende nuovamente visibili, dotandole di agentività, vale a dire del potere di modificare il proprio ambiente, così come il comportamento umano.
In tale processo la dimensione sonora riveste particolare importanza perché diffonde questa presenza oltre i confini e la bidimensionalità dello schermo: i suoni travolgono, i versi diventano voci ctonie, incisive e assordanti, che reclamano l’ascolto.

Linguaggio e relazioni interspecifiche costituiscono d’altronde un altro tema indagato da Furian, soprattutto nelle ultime produzioni.
Aaaaaaa, video girato nelle profondità della Grotta del Farneto, segue l’esplorazione di quest’ultima da parte di uno speleologo vittima, in giovane età, dell’aggressione di un cane. L’evento traumatico è causa dell’emersione della balbuzie, un disturbo del linguaggio parzialmente arginabile per mezzo di tecniche mnemoniche come il canto. La voce dell’uomo recita quindi estratti di articoli relativi all’incidente sulle note di Maria dei Blondie, sublimando al contempo la dislalia e il proprio trauma. L’assoggettamento della sua pura vocalità al reame del senso e della sintassi esplicita, tuttavia, la domesticazione subita dal nostro stesso apparato fonatorio.
Se in questo lavoro vi è ancora una visione frammentata, che alterna piani ravvicinati a loop di discese entro gli “inferi”, melodie a ringhi canini, in Moon (2025) è una struttura di natura più cinematografica a prevalere: il delta del Po diventa lo scenario di una lotta tra terra e acqua, tra umanità e specie acquatiche invasive.
Proiettato in 32:9 e ispirato al genere western, di cui adotta anche i costumi, il film riconfigura alcuni linguaggi precedentemente utilizzati, come la stereoscopia, in chiave simbolica: è il riflesso della luna sulla laguna, in questo caso, a suggerire la duplicazione dell’immagine. L’altra fonte di luce, quella del faro, illumina i volti degli uomini, sospesi in un tempo infinito e immersi in un paesaggio antropizzato e sommerso.
La loro presenza è preponderante, come mai prima nel lavoro di Furian, e le ragioni della scelta risiedono senza dubbio nel carattere narrativo dell’opera.
D’altro canto, la condizione di incertezza e di inevitabile sconfitta incarnata dalla comunità locale (rappresentata da figure emblematiche come l’ultimo proiezionista o il gruppo di ocarinisti che suona nel video) spinge a considerarla simultaneamente artefice e vittima dei mali che la affliggono.
Nel rivolgere la telecamera verso l’umano, Valentina Furian ci obbliga a un’ulteriore inversione di prospettiva, e a un rispecchiamento: per sua stessa causa, la nostra specie è sempre più esposta a forze inarrestabili, scaturite da quel contesto naturale che ha invano tentato di domare.
Nell’impotenza che sottende a questa esperienza, si riscoprirà parte del sistema di viventi da cui tenta costantemente di affrancarsi. Sarà nuovamente un animale in pericolo.