Cosa sarà, ma anche cosa è stato. Arte Fiera a Bologna raccontata dal direttore Davide Ferri: una fiera che pone al centro la dimensione umana

Cosa sarà non è solo il titolo della prima Arte Fiera diretta da Davide Ferri, ma una dichiarazione di metodo. Il nuovo direttore traccia una visione che tiene insieme memoria e trasformazione, identità italiana e apertura internazionale. Ferri racconta una fiera che rivendica il proprio carattere nazionale senza chiudersi, che ripensa il dialogo tra Novecento e contemporaneo attraverso nuovi dispositivi critici, e che affida alle sezioni curate, ai premi, alle commissioni e ai progetti editoriali il compito di rendere il formato fiera più umano, accogliente e vivo. Tra continuità e rottura, Arte Fiera si presenta così come un crocevia consapevole della propria storia ma intenzionato a interrogare il presente senza sospendere le domande sul futuro. Un invito a rallentare e soffermare lo sguardo su Bologna e i luoghi che circondano la fiera, parte integrante di un’esperienza pensata per essere più leggibile, accogliente e condivisa.
Il titolo Cosa sarà guarda al futuro o sospende il giudizio sul presente? Che tipo di posizione curatoriale esprime questa ambiguità? Il titolo segna una rottura con le recenti edizioni di Arte Fiera o un’evoluzione coerente del suo percorso?
Il titolo è la prima decisione che abbiamo preso sulla fiera di quest’anno: dare a questa edizione un titolo che indicasse delle linee guida e un dato atmosferico generale.
È ovviamente un omaggio a uno dei più grandi cantautori bolognesi, Lucio Dalla, perché è il titolo di una sua canzone del 1979, un anno non lontano da quello in cui è nata la Arte Fiera, il 1974. Detto tra parentesi: diversi edifici, accanto alla fiera, riassumono e ricapitolano la storia di quegli anni, come le torri di Kenzo Tange, espressione di un modernismo orientale, che connotano il paesaggio di BolognaFiere dal 1981, anno in cui sono state completate. L’ex GAM di Leone Pancaldi, dove ha avuto sede la Galleria d’Arte Moderna tra 1975 e 2007. Il Padiglione de l’Esprit Nouveau, costruito nel 1977, che è una copia dell’edificio di Le Corbusier per l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1925. Questa storia, è questo il primo compito che mi sono posto, va rilanciata e riportata nel presente.
Cosa sarà, il titolo che abbiamo scelto, sottende però altri aspetti: è naturalmente il rimando a un ciclo che si apre, quello della mia direzione, ma soprattutto esprime il desiderio di porre e di porsi sulle domande sulle fiere d’arte, un formato che appare a molti obsoleto, quasi inalterabile, quasi che le fiere fossero percepite come un male inevitabile e necessario. Eppure: le fiere sono al centro delle nostre vite come appassionati d’arte, scandiscono le nostre agende, e restano un crocevia indispensabile, non solo da un punto di vista commerciale, ma anche relazionale. E credo sia proprio questo il versante su cui devono migliorare, provando a diventare sempre più calde e accoglienti, “umane” mi verrebbe da dire, e tanto più in un tempo complicato, a tratti infausto, come quello che stiamo vivendo.
Il titolo, così, segna entrambe le cose, una rottura e una evoluzione. Devi tener presente che io ho fatto parte del team curatoriale di Simone Menegoi dall’inizio della sua direzione, ed è ovvio che questa mia direzione va in continuità con le edizioni passate, pur avendo proiettato nel progetto di fiera che ho in mente una parte importante della mia identità.
Cosa significa oggi, nel 2026, riaffermare un’“identità italiana” all’interno di una fiera d’arte?
È proprio questa decisione di mantenere il baricentro su un’identità italiana l’aspetto che più segna una continuità con il passato recente. Nelle ultime tre edizioni Arte Fiera ha riavvicinato una gran parte della scena italiana e questo per me è stato un altro punto di partenza. Ci siamo chiesti che cosa vogliamo diventare, alla fine del mio percorso di direzione, e ci siamo risposti che vogliamo restare una fiera con un carattere marcatamente legato al nostro Paese, pur continuando a potenziare e migliorare questo paesaggio italiano anche coinvolgendo quelle gallerie straniere che, pur operando all’estero, hanno fortissimi legami con il sistema italiano.
Per dirtela brevemente: noi crediamo che Arte Fiera deve essere sempre più la festa delle gallerie che operano in Italia, un aspetto, tra l’altro, che la rende diversa dalle altre due fiere principali del nostro Paese. È importante, direi, che le fiere non finiscano per somigliarsi tutte.
In che modo questa scelta si confronta con la dimensione sempre più internazionale del mercato e dei collezionisti?
L’identità italiana di Arte Fiera non mette necessariamente in secondo piano una dimensione internazionale. Le gallerie italiane veicolano anche arte internazionale di grandissima qualità, per cui questa componente internazionale è fortemente presente.
Ma insisto: anche rivolgendosi a un pubblico internazionale Arte Fiera vuole affermare la sua identità: visitare Arte Fiera significa fare esperienza di questo suo carattere, che poi è anche quello della città che la ospita. Bologna è una città che ha lati molto accoglienti, molto caldi, ha oltretutto una dimensione umana, e che, soprattutto, ha sempre avuto storicamente un ruolo molto importante di cerniera tra Nord e Sud Italia, da un punto di vista economico ma anche culturale.
Per queste ragioni, come Bologna, anche Arte Fiera intercetta un pubblico ampio e diversificato, non solo quello che viene dalle grandi città che incontri in tutte le fiere, ma anche, massicciamente, da zone più periferiche e dalle provincie. Questo ruolo di crocevia consente ad Arte Fiera di offrire un’immagine variegata e articolata del nostro Paese, e oggi rappresenta uno dei suoi compiti fondamentali.

Il dialogo tra Novecento storico e contemporaneo resta centrale: come cambia, sul piano critico, con il nuovo progetto dedicato al moderno?
Una premessa alla risposta: Arte Fiera è sempre in equilibrio fra il suo carattere – direi – pop, non mi vergogno perfino a usare la parola nazional popolare, e la necessità di evolversi, di migliorarsi incessantemente sul piano della proposta. Questo vuol dire che certe cose ad Arte Fiera tornano in modo apparentemente uguale di anno in anno, come la ripartizione tra moderno (o cosiddetto moderno, una parola che usiamo per riferirci alle gallerie che si occupano di un Novecento storico) e contemporaneo, a cui corrisponde la suddivisione, apparentemente netta, tra i padiglioni 26 e 25. “Ventesimo+”, la nuova sezione collocata nel padiglione del moderno, nasce proprio per stimolare nuovi percorsi e connessioni tra i due macro ambiti: curata da Alberto Salvadori, esplora le potenzialità del collezionismo attraverso accostamenti liberi e trasversali tra Novecento storico e arte del presente. I percorsi espositivi imitano la libertà delle collezioni private, che emozionano proprio perché creano dialoghi inediti tra opere eterogenee. In chiave critica, la sezione “Ventesimo+” sfida le cronologie tradizionali e propone nuove letture del tempo artistico.
Il rinnovamento del team curatoriale implica anche una ridefinizione del ruolo del curatore in fiera? Quanto spazio c’è oggi per una reale presa di posizione critica?
Per me era fondamentale rinnovare il team curatoriale di Arte Fiera, integrandolo di presenze femminili e figure che sento come autorevoli. Le sezioni curate, rispondendo direttamente alle visioni dei singoli curatori, funzionano come segmenti più compatti, direi quasi come piccole mostre all’interno dei padiglioni. Che sono bellissimi, illuminati di luce diurna dall’inizio alla fine, ma sono molto lunghi e stretti. Proprio per questo hanno bisogno di essere toccati in punti diversi in intensità, e le sezioni permettono di fare proprio questa cosa. I curatori inoltre hanno lavorato mettendo nella loro sezione una forte componente di autorialità, diciamo così, e di questo sono molto contento.
Le cinque sezioni curate su invito affiancano la Main Section: quale visione complessiva le tiene insieme e che racconto propongono?
Curare una sezione ad Arte Fiera significa confrontarsi con un pubblico ampio, diversificato, che può perfino andare di fretta, costringendo il curatore a guardare le cose da un altro punto di vista e a creare progetti che siano al contempo proposte forti su un piano critico ma anche accessibili e coinvolgenti. È bellissimo vedere come i curatori della fiera hanno interpretato, in modi diversi, la sezioni che sono state loro affidate: Alberto Salvadori in “Ventesimo+” indica diverse potenzialità del collezionismo, giocando sulla versatilità e sugli accostamenti liberi tra cose eterogenee e appartenenti a linguaggi e periodi differenti; Lorenzo Gigotti in “Multipli” parla al collezionismo in modo democratico e ha voluto all’interno della sua sezione uno spazio dove una classe di giovani ricercatori condivide con il pubblico pensieri e considerazioni sugli sviluppi del mercato digitale dei multipli d’artista; Marta Papini (ndr: “Fotografia e Dintorni”) ha costruito la sua sezione lungo il filo di un racconto, quello delle identità di genere, a partire da un’idea di virilità e mascolinità che le immagini provano a risignificare; Michele D’Aurizio ha sviluppato “Prospettiva” come una partitura che affianca delle piccole personali per raccontare il lavoro di artisti esordienti; Ilaria Gianni (ndr: “Pittura XXI”) realizza una sezione con proposte sulla pittura in un tempo, come quello che stiamo vivendo da dieci o quindici anni a questa parte, di sovra illuminazione del medium pittura, un compito stimolante e al contempo delicato. Cosa accomuna queste proposte? Come ho detto un certo livello di autorialità, presentata con eleganza e nel modo più accessibile possibile.

Quali obiettivi hanno guidato il rinnovo e l’ampliamento del comitato di selezione?
Ho ampliato il comitato di selezione soprattutto su due fronti, diciamo così, che mi sembravano molto importanti: da una parte per rafforzare il versante del moderno, molto importante per la fiera, e dall’altra invece per dare una voce alle gallerie più giovani o di più recente fondazione. Ho quindi aggiunto una figura in più per rappresentare le gallerie del moderno, poi ho incluso nel comitato un giovanissimo gallerista livornese, Gian Marco Casini, perché mi sembrava giusto che anche le gallerie di recente fondazione avessero idealmente un loro rappresentante nel comitato.
Quanto contano oggi collaborazioni, partnership e premi nel sostenere la produzione artistica e nel delineare l’identità culturale di Arte Fiera?
Ovviamente sono molto importanti. I premi costituiscono una parte centrale dell’offerta di una fiera, perché si rivolgono direttamente ad artisti e gallerie. Quest’anno introduciamo una grande novità: il Fondo Arte Fiera. Si tratta di un fondo di 100.000 euro destinato all’acquisizione di opere che andranno ad arricchire la collezione di BolognaFiere.
Ci sono poi altri due versanti della fiera che considero particolarmente significativi e che vivono grazie al sostegno di collaborazioni strategiche. Il primo è quello della performance, che idealmente rilancia un legame storico con questo medium e idealmente affonda le radici fin nella prima, celebrata, Settimana Internazionale della Performance del 1977, che si è svolta negli spazi dell’ex GAM. Anche quest’anno Arte Fiera rinnova questo legame con un progetto a cura di Bruna Roccasalva, direttrice di Fondazione Furla che porta ad Arte Fiera l’artista franco-iraniana Chalisée Naamani.
L’altro versante riguarda la commissione d’artista, che da quest’anno prende il nome di “Preludio”. Per me era importante che la fiera, nel primo impatto col visitatore, mostrasse un’immagine forte, capace di rilanciare le sollecitazioni suggerite dal titolo della manifestazione. La commissione d’artista, affidata quest’anno a una grande installazione di Marcello Maloberti, nasce grazie al sostegno strategico del gruppo Hera, che ci ha permesso di dare alla fiera questo impatto significativo.
In che modo progetti come Book Talk e il format LET’S WALK rafforzano il ruolo di Arte Fiera come piattaforma culturale attiva tutto l’anno, capace di dialogare con editoria, città e pubblico?
LET’S WALK è una nuova rubrica video distribuita lungo tutto il corso dell’anno nei nostri canali social e sul sito, e nasce proprio con l’intento di rinsaldare il legame tra Arte Fiera e la città di Bologna mantenendo vivo il legame e lo spazio di dialogo con i visitatori e una parte dei nostri interlocutori lungo tutto il corso dell’anno.
Nei LET’S WALK figure con un forte legame con Bologna – artisti, scrittori, intellettuali, o anche persone provenienti da altri ambiti – raccontano la città attraverso luoghi e opere di rilievo, dal contemporaneo fino al passato, luoghi come, solo per fare qualche esempio, il Museo Morandi, il Compianto sul Cristo Morto di Niccolò dell’Arca, l’ex negozio Gavina di Carlo Scarpa in centro. L’idea è offrire narrazioni curate e approfondite, mostrando aspetti della città che spesso sfuggono all’attenzione comune.
Dall’altro lato, Book Talk, a cura di Guendalina Piselli, rappresenta il cuore pulsante di un segmento che Arte Fiera ha sempre valorizzato: l’editoria. Quest’anno la sezione editoria è stata spostata al centro servizi, lo spazio che precede i due paglioni, incontrando subito il visitatore. Al centro c’è proprio Book Talk, una serie di incontri in cui si parla di libri con i loro autori e artisti a cui sono dedicati.
Guardando al 2027, come vorrebbe che fosse raccontata Arte Fiera dopo la sua prima edizione e quale tensione vorrebbe lasciare aperta?
Arte Fiera di quest’anno vorrei che fosse raccontata come un’edizione che ha rafforzato l’identità di cui parlavo all’inizio e presentato effettivamente diverse novità. Ma soprattutto a me piacerebbe che il pubblico si accorgesse di quello che abbiamo provato a fare in termini direi “empatici” proprio nei confronti dello spettatore. Vorrei che la fiera risultasse accogliente, possibilmente non noiosa, perfino simpatica, cioè “calda” nel modo di accompagnare i visitatori dentro una partitura apparentemente così varia, eterogenea, e complessa. Una piccola cosa a cui tengo molto: quest’anno, accanto alla tradizionale pianta della fiera, abbiamo realizzato un testo scritto in una lingua facile, accessibile, che racconta ai visitatori gli immediati dintorni, quegli edifici che ricapitolano la storia della fiera e che magari lo spettatore vede con la coda dell’occhio entrando, e la partitura interna, cioè la Main Section divisa tra moderno e contemporaneo, le sezioni curate, la commissione d’artista, la performance e via dicendo. Come ho detto vorrei che la fiera mostrasse visibili miglioramenti non solo sul piano delle proposte, ma anche per ciò che attiene alla sua dimensione umana, perché credo che sia la premessa fondamentale perché una fiera d’arte funzioni oggi.