Cosa resta: abitare il presente, costruire il futuro. Arte Fiera e ART CITY Bologna 2026 tra relazione, territorio e permanenza
«Queste luci vibreranno quando in Italia un fulmine cadrà durante i temporali. Quest’opera è dedicata a chi passando di qui penserà al cielo»
Alberto Garutti, Temporali, 2015

Togliere il punto interrogativo a Cosa sarà, titolo scelto per la fiera di Bologna che si è appena conclusa, non è solo una scelta grafica, ma una dichiarazione d’intenti. L’invito del direttore Davide Ferri è quello di smettere di osservare il presente con distanza per iniziare ad abitarlo, a costruirlo, dall’oggi. L’edizione di Arte Fiera e ART CITY Bologna 2026 a cura di Lorenzo Balbi e lo Special Program a cura di Caterina Molteni si sono mossi proprio in questa direzione, trasformando una domanda sul futuro in un metodo di lavoro attivo sul presente, in un’esperienza condivisa sempre più legata al territorio. Arte Fiera e ART CITY confermano questa traiettoria con un programma che mescola linguaggi e discipline. L’idea di “nazional popolare”, evocata dallo stesso Ferri in un’intervista [1], non ha nulla di nostalgico o semplificato; al contrario, fa riferimento a una fiera che vuole liberarsi del concetto stesso di fiera, che vuole essere diffusa e immersa nella città che la ospita. Dalla città per la città, e viceversa. Una fiera attraversata da pubblici diversi, frequentata non solo dagli addetti ai lavori ma anche da chi Bologna la vive quotidianamente o la frequenta poco, a patto che se ne rispetti l’identità sempre in divenire.
Performance, video, installazioni, mostre e aperture straordinarie hanno restituito l’immagine di una città attraversabile, più che visitabile. È in questo intreccio che l’arte smette di essere evento e torna a essere relazione: con le persone, ma anche con gli spazi che la ospitano e la trasformano, in continuo divenire. L’arte così esce dai padiglioni, dialoga con i luoghi che circondano la fiera, con i monumenti, con le architetture storiche e moderniste, e si mette in contatto con un pubblico sempre più attento e desideroso di scoprirla, con quella distanza che solo il tempo, che sembra mancare quando si visitano le fiere o le tante iniziative in giro per la città, può restituire. Così facendo, apre le sue porte – letteralmente – e restituisce un’esperienza diffusa e partecipata, che va ben al di là dei giorni di programmazione culturale. In questo senso, forse, sarebbe più corretto parlare di cosa resta.
I giorni della fiera si sono aperti con l’inaugurazione al MAMbo della mostra “John Giorno: The Performative Word”, a cura di Lorenzo Balbi. Proprio sulla permanenza delle cose è incentrata Thanx 4 Nothing (2006), la video-installazione a due canali dell’artista Ugo Rondinone, una dedica al suo amante, il poeta, artista, attivista e performer John Giorno (New York, 1936-2019), di cui il MAMbo ha presentato la prima retrospettiva in Italia dalla morte. Il video è un ringraziamento ironico e disarmato che l’artista Rondinone regala a Giorno per i suoi settant’anni. Da qui inizia il nostro racconto della fiera e di ART CITY Bologna 2026: un preludio che non chiude ma apre, per indicare cosa sarà, ovvero una disposizione all’ascolto e alla relazione, dove il linguaggio si fa insieme opera e archivio di una storia condivisa.

Un aspetto di questa edizione di Arte Fiera e ART CITY Bologna 2026 che colpisce è la grande presenza della performance e della videoarte. Due medium che per loro natura richiedono tempo: un tempo di fruizione e di interiorizzazione. Emblematici, in questo senso, sono state la performance di Wardrobe (2026) di Chalisée Naamani al Padiglione dell’Esprit Nouveau, un progetto di Arte Fiera – Bologna Fiere in collaborazione con Fondazione Furla a cura di Bruna Roccasalva; PITCH. Notes on Vocal Intonation (2023), di Giulia Deval all’Aula Alessandro Ghigi dell’ex Istituto di Zoologia; To The Best of My Knowledge (2026) di Nora Turato o Augustas Serapinas con Chair for the Invigilator (2019).
Non bisogna dimenticare lo storico legame della città di Bologna con l’Università, evidente dallo Special Program a cura di Caterina Molteni, Il corpo della lingua,titolo che rende omaggio all’omonimo saggio di Giorgio Agamben.
Tra i lavori del programma, Day Is Done (Extracurricular Activity Projective Reconstructions #2-#32) (2005-2006) dell’artista statunitense Mike Kelley (Detroit, 1954 – Los Angeles, 2012), esposto nello storico edificio della ex Facoltà di Ingegneria. Una vasta opera video composta da trentuno cortometraggi musicali che prendono avvio dall’universo delle attività extra-scolastiche. Kelley parte da un archivio di immagini apparentemente innocue – fotografie tratte da annuari scolastici, giornali locali che documentano recite, concerti, feste e rituali della vita studentesca – per costruire sequenze narrative che vengono poi rielaborate in performance filmate, sospese tra teatralità, grottesco e inquietudine. Attraverso il dispositivo filmico, l’artista affronta in modo critico il ruolo della scuola come istituzione normativa, più orientata alla disciplina e al controllo dei corpi che alla trasmissione del sapere e dell’identità. Le attività extra-curriculari, spesso considerate marginali o accessorie, diventano in Day Is Done spazi temporanei di deviazione e di sospensione dell’obbedienza, luoghi in cui affiorano desideri, impulsi e frustrazioni normalmente repressi dal sistema educativo. Figure ibride, maschere, simboli del folklore adolescenziale e immaginari collettivi concorrono a delineare una riflessione più ampia sull’inconscio sociale, capaci di raccontare traumi e dinamiche profonde della cultura statunitense. La presentazione dell’opera nell’atrio dell’ex Facoltà di Ingegneria – edificio razionalista inaugurato nel 1935 e oggi sede di diversi dipartimenti universitari – rafforza ulteriormente questa lettura. L’architettura monumentale e prescrittiva dello spazio amplifica il dialogo tra l’installazione e i temi della sequenza filmica. In Day is Done la critica è rivolta ai valori consolidati e al sistema di autorità e potere tipici degli atteggiamenti culturali statunitensi. A fine giornata, quando le ore dedicate al dovere finiscono, i ballerini, i metallari, i diavoli, i cavalli possono finalmente tornare a essere ballerini, metallari, diavoli, cavalli.

Un altro spazio della città utilizzato per lo Special Program è la Sala della Boschereccia di Palazzo Hercolani. Qui il giardino d’inverno è messo a disposizione di Flower Person, Flower Body (1975) di Ana Mendieta (L’Avana, Cuba, 1948). Mendieta realizza una delle sue opere filmiche più emblematiche, in cui il corpo umano si dissolve progressivamente nel paesaggio naturale fino a diventarne parte integrante. Girato in Super8 e privo di suono, il lavoro mostra una figura ricoperta di fiori che galleggia sull’acqua, abbandonata al movimento delle correnti: un’immagine sospesa tra rito funebre arcaico, metamorfosi e ritorno alla materia primordiale. L’opera si inserisce nella ricerca di Mendieta sul rapporto tra corpo, natura e identità, nata dall’esperienza dell’esilio e dalla necessità di ricucire una frattura profonda tra soggetto e territorio. Il corpo è qui una traccia fragile, effimera, destinata a essere riassorbita dai cicli naturali. In questo gesto risiede la forza politica e poetica del lavoro: una critica radicale all’antropocentrismo e ai modelli di controllo della modernità occidentale.

Per ART CITY 2026, Alexandra Pirici (Bucarest, 1982), presenta Rejoin (2026), una nuova produzione realizzata appositamente per il Teatro Anatomico della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, luogo simbolo della conoscenza anatomica e del paradigma osservativo moderno. Qui l’artista costruisce un dispositivo performativo e scultoreo che non si limita a rappresentare il presente, ma lo mette radicalmente in crisi. Il lavoro si colloca in quello spazio instabile che Giorgio Agamben definirebbe il vero territorio del contemporaneo: non l’adesione piena al proprio tempo, ma uno scarto, una presa di distanza capace di rendere visibili le zone d’ombra del nostro tempo. La performance di Pirici intreccia danza, scultura, musica, parola e utilizza il corpo come veicolo di infiniti significati, ma soprattutto come strumento primario di conoscenza, capace di attivare connessioni e partecipazioni (anche con il pubblico). Qui sono messe in crisi le distinzioni binarie che strutturano la cultura occidentale (umano e non umano, naturale e artificiale, soggetto e oggetto) ed è proposta l’unità tra corpi, tecnologie e sistemi organici. Rejoin trasforma l’autopsia in un processo di ricongiungimento: il corpo non è più oggetto passivo di studio, ma si fa campo attivo di relazioni, memoria e trasformazione. Rejoin si configura infatti come una pratica critica che immagina nuove modalità di esistenza e di conoscenza, ponendo il corpo al centro di una visione del contemporaneo aperta, instabile e soprattutto interconnessa.

Per la fiera e il programma culturale, centrale è stato anche il ruolo delle gallerie e degli spazi indipendenti che rendono la città uno dei poli più vivi e partecipativi della ricerca contemporanea in Italia. Bologna è una città che non si limita ad accogliere l’arte durante i giorni della fiera, ma che la produce, la sostiene e la rende accessibile nel tempo, costruendo un tessuto capace di far convivere sperimentazione, memoria e confronto critico tutto l’anno. Non è un caso, infatti, che la storica galleria londinese Herald St abbia deciso di aprire una sua seconda sede proprio qui, con una personale dell’artista Matt Connors.
Emblematica, in questo senso, è anche la programmazione della galleria P420 che in questi giorni ha inaugurato la mostra dedicata all’artista Ana Lupaș (Cluj, 1964) “Armature”, visitabile fino al 28 marzo 2026. Si tratta della prima personale dell’artista rumena in una galleria privata, e prende forma dal concetto stesso di armatura: protezione e forza. Lupaș parte da pratiche e rituali contadini – come le corone di spighe di frumento visibili nelle foto d’archivio esposte – per trasformarli in manufatti collettivi realizzati con l’aiuto degli abitanti di una cittadina rumena rimasta ai margini del controllo diretto del regime. I disegni e i progetti legati alla cultura agricola, come la serie The Solemn Process (1964-2008) e i Wreaths of August (1964-2008), sono opere fragili, spesso destinate a scomparire, in parte perdute, ma capaci di restituire un’idea di arte come gesto condiviso e profondamente radicato nel contesto sociale.

Da questi lavori esposti emerge con forza la riflessione sull’identità e sull’auto-rappresentazione. Durante il regime in Romania, fotografare era vietato: Lupaș utilizza allora la fototessera della carta d’identità, la riproduce, la trasforma, riflettendo su come un’immagine amministrativa e apparentemente anonima possa diventare un dispositivo artistico e politico. Così facendo, un semplice poster, nato fuori dal circuito ristretto dell’arte, viene riattivato e riconfigurato come opera d’arte. È infatti soprattutto nella seconda sala della galleria, dove sono esposti i lavori della serie Self-Portrait (1998-2000), che questo percorso trova una sintesi, rendendo evidente quanto il lavoro di Lupaș, particolarmente attiva tra gli anni Ottanta e Novanta, parli ancora al presente con sorprendente attualità. La ripetizione meccanica si fa qui barriera, o meglio armatura, di protezione, ma anche mezzo di espressione identitaria.
Una mostra che non solo conferma l’importanza di Bologna come luogo di avanguardia dei linguaggi contemporanei, ma ribadisce il ruolo attivo delle sue gallerie e degli spazi indipendenti nel costruire una scena capace di dialogare con la storia e di immaginare nuove forme di partecipazione.
Arte Fiera e ART CITY Bologna 2026 sono stati un palcoscenico dinamico e un laboratorio aperto, capaci di creare un dialogo tra fiera e pubblico, tra fiera e città, tra arte e storia, tra ricerca artistica e patrimonio architettonico. In città, ambienti nati per la produzione e la trasmissione del sapere hanno accolto lavori che mettono in discussione l’idea stessa di conoscenza, aprendo alle tante possibilità racchiuse in un’affermazione, cosa sarà, più che una domanda. Dove a rispondere è la stessa comunità che la ospita e la costituisce, temporanea o permanente che sia.
[1] Si fa riferimento all’intervista rilasciata dal direttore Davide Ferri qualche giorno prima dell’apertura della fiera in esclusiva per «ARTnews Italia».