Lecce, città d’arte?

di | 10 feb 2026
Fondo Carmelo Bene. Foto di Raffaele Puce

Anna Maria Enselmi in un nobile palazzo che si affaccia sul teatro romano, Dominique Rimbaud in una piazza silenziosa davanti a una chiesa, nelle sale ridisegnate dopo un restauro attento, e Jamie Sneider nelle stanze di un appartamento di un palazzotto appartato, non lontano dalla basilica di Santa Croce, luogo simbolo di un passato che affascina e incombe. Sono tre le donne che stanno contribuendo a una rivoluzione silenziosa in atto a Lecce, fuori dalle istituzioni e in tre luoghi di riferimento per chiunque intenda conoscere e approfondire una città fuori dai percorsi barocchi e dalla dittatura da turistificio che sta invadendo da tempo testa e gesti di una comunità e di una classe politica.
Un grande tappeto site-specific di Joseph Kosuth invade con le sue parole il passo di chi lo percorre, rivelando un affondo nel gesto poetico della parola nel grande salone di Palazzo Luce: qui Anna Maria Enselmi ha creato un luogo che è anzitutto ricerca e dialogo, oltre che accoglienza, una parola d’ordine del pensiero di un gigante della storia dell’arte contemporanea come Ettore Spalletti, a cui è dedicata una parte imprescindibile della collezione che Anna Maria ha costruito negli ultimi anni, coinvolgendo gallerie, artisti e designer di differenti geografie. Si innalza così un viaggio che parte dai maestri assoluti del design italiano – un nome tra tutti, Gio Ponti – e prosegue in un costante dialogo tra passato e futuro con Martino Gamper, Rosa Barba, Mimmo Jodice, Anselm Kiefer e molti altri maestri. Accogliere per Anna Maria Enselmi vuol dire dialogare, infrangere i confini tra i linguaggi e i territori del pensiero, ma anche incontrare e fare di Lecce un luogo di approdo e di ripartenze, proprio come lei che – di base a Milano – periodicamente fa tappa in città per concepire nuovi momenti di serrato confronto con una realtà che bisogna affrontare con cura ma anche con attenzione. Lecce infatti rimane una città di provincia, in cui è assente un sistema dell’arte e che nel suo fascino millenario custodisce le insidie di ogni periferia possibile, anzitutto la mancanza di coscienza dei propri limiti. Ma, appunto, qualcosa si muove nel nostro tempo. Ecco allora che bisogna far tappa in Fondazione Biscozzi Rimbaud per avere una conferma ulteriore, proprio qui dove due collezionisti filantropi hanno deciso di mettere le proprie radici (Luigi Biscozzi, salentino trapiantato a Milano, era legatissimo alla sua terra d’origine e oggi sua moglie Dominique porta avanti con convinzione il loro sogno) attraverso le opere della propria collezione raccolta in diversi decenni di appassionata e colta esperienza. Da Ettore Colla a Fausto Melotti, da Dadamaino a Francesco Lo Savio, François Morellet e Emilio Scanavino, la fondazione consente un viaggio nella storia dell’arte del secondo novecento, con opere scelte di maestri come Alberto Burri, Kengiro Azuma, Piero Dorazio. E poi, all’interno, una biblioteca di storia dell’arte contemporanea a disposizione di cittadini e studenti, e ancora talk, mostre e molti altri momenti di approfondimento e divulgazione, perché d’altronde nessun museo pubblico pugliese consente un viaggio in queste straordinarie storie del Novecento come qui accade ogni giorno. Ci spostiamo poi da Progetto, galleria che Jamie Sneider ha avviato ormai da alcuni anni. Americana, artista, appassionata di Puglia. In breve è questo il suo identikit. Ma in realtà c’è molto altro. E per fortuna che c’è lei in questa regione che con rigore, gioia e attenzione porta in questo lembo d’Italia alcuni tra gli artisti delle ultimissime generazioni più interessanti della scena internazionale. E lo fa con l’energia e la dolcezza e il garbo che qui ormai latitano. Un nome tra tutti, Dora Budor. A tutti gli artisti, Jamie chiede di dialogare realmente con il contesto della città, con un Salento dilatato e quindi con realtà artigianali, ma anche con il paesaggio e i suoi ritmi. E ora che nel mondo tutti (o molti) parlano di questa terra estrema, pare interessante notare il paradosso che le esperienze più legate all’arte e al design del Novecento e dei nostri giorni siano frutto di una programmazione sistematica portata avanti da tre realtà del tutto private e senza scopo di lucro.  

Palazzo Luce, Stanza della Musica. Foto di Andrea Agagiú

Se cercate invece una galleria d’arte, purtroppo a Lecce non ce ne sono. Qualcuno in passato ci ha provato, ma ad oggi a parte qualche negozio tirato a lucido che pensa di esserlo, non ce ne sono. Il collezionismo è un fenomeno raro, è una straordinaria ossessione che più di qualcuno coltiva privatamente senza ostentare, ma anche perché nei fatti non esistono contesti in cui farlo, essendo qui totalmente assente un sistema così come lo si intende altrove. Io stesso ho conosciuto un mio vicino di casa che colleziona Spalletti, Boetti e altri artisti, compresi quelli con un cognome che finisce per elli come Pinelli e lumi come Bonalumi, non nel garage condominiale dove lo vedevo ogni giorno, ma grazie a un comune amico gallerista di Milano. Altro guaio è il sistema formativo. Pensiamo a quello universitario, dove l’ambito del contemporaneo dell’arte è appannaggio di studi legati a glorie locali del secolo scorso. Per non parlare dell’alta formazione artistica, affidata a un’accademia di belle arti che da oltre sei decenni gira attorno a sé stessa in un bellissimo convento nel cuore del centro storico trasformato in limbo, a parte quando ogni tanto da qui sono usciti artisti come Francesco Arena e Luigi Presicce. Altro luogo da non perdere in questo itinerario nella contemporaneità di Lecce è certamente il Fondo Carmelo Bene, ospitato nel convitto palmieri e curato dal Polo biblio-museale regionale: qui libri, cimeli, abiti di scena del genio di origini salentine sono parte integrante di un percorso attiguo a quello dedicato a un altro gigante dello sconfinamento tra i linguaggi performativi, Eugenio Barba. A lui e al suo Odin Teatret è infatti intitolato un percorso tra reliquie di spettacoli, immagini, suoni e memorabilia di assoluta importanza, in cui perdersi con lo sguardo e i passi, i propri e quelli di Barba. Non lontano dal convitto, il Museo Castromediano – istituzione pubblica museale più antica di Puglia – vive un sodalizio tra archeologia e contemporaneo, con uno sguardo dilatato e persistentemente eclettico sul territorio e con periodiche programmazioni espositive, da Paolo Gioli a Costas Varotsos, connesse con il dialogo tra i tempi della storia e del mito e quella dei linguaggi che si sono avvicendati nell’arte dai Sessanta in avanti sull’utilizzo della fotografia o l’impiego di nuovi materiali. Ma dove sono gli artisti? Luca Coclite per esempio, assieme alla curatrice Laura Perrone, ha avviato uno spazio, Studioconcreto, in un appartamento, dove entrambi vivono. Tra workshop, progetti partecipativi, installazioni e un programma che di volta in volta prende forme diverse, rimane uno spazio-non spazio che si impegna, ultimamente dialogando anche con Cantieri Teatrali Koreja, realtà attiva dagli Ottanta sugli sconfinamenti del teatro, talvolta intrecciandosi con le arti visive.  

Fondazione Biscozzi Rimbaud

Rispetto a vent’anni fa, quando studiavo in città e cercavo invano di essere pubblico di qualcosa che avesse in qualche modo una relazione con l’arte contemporanea, in una università che produceva nulla, come oggi, su questo versante della ricerca, tutto ciò che adesso esiste non mi sarebbe sembrato possibile. Allo stesso tempo le logiche campaniliste e autoreferenziali di molte istituzioni del territorio, il vuoto totale di una programmazione, salvo rare eccezioni, di respiro internazionale come tale è il turismo che Lecce attrae, fa pensare che ci voglia dell’altro per scrivere opportunamente un futuro della città degno dell’energia che sembra caratterizzarla da lontano. Ci vorrebbe anzitutto una regia più ampia che possa realmente mettere in pratica quella brutta frase che viene spesso pronunciata a vuoto: mettere in rete. Ad oggi infatti più che una rete di relazioni e buone pratiche, c’è una cappa che all’ombra di pasticciotti, ombrelloni di plastica, profumo di pane fresco la mattina, pizzica e frastuono da overturism occlude la vista. E le oasi del contemporaneo citate in questa ricognizione rimangono preziose e al contempo bisognose di un sistema vero e proprio, esterno e disciplinato, che possa generare visioni ma anche lavoro. Quanti professionisti dell’arte – artisti, storici dell’arte, curatori – vengono fuori per esempio dai luoghi della formazione di questa città? Come costruire nuovi pubblici, locali e non? Nel mentre non resta che arrivare a Lecce, fare uno slalom tra le scale sporche della stazione ferroviaria (senza ascensori o scale mobili) e immergersi nella pelle viva di una città d’arte, che come dice un vecchio motto nel dialetto locale «Lecce è città d’arte e se ‘nde futte de ci rrìa e de ci parte». La traduzione, credo, è immediata. Ma, forse, è anche il bello di questa città che, nonostante la pianura, sembra arroccata su una rupe.