L’apertura di Dib Bangkok coincide con un momento cruciale per la scena artistica thailandese

di | 11 feb 2026
Purat “Chang” Osathanugrah, fondatore e presidente di Dib Bangkok, di fronte al museo. Courtesy Dib Bangkok

Lo scorso 20 dicembre un centinaio di persone, tra cui molte figure di spicco del mondo dell’arte contemporanea, si sono riunite a Bangkok per l’attesissima inaugurazione del nuovo museo d’arte contemporanea Dib Bangkok.
Considerato una delle novità culturali più significative del 2025, Dib Bangkok è il primo museo thailandese d’arte contemporanea in linea con gli standard internazionali. Voluto da Petch Osathanugrah, uno tra i principali industriali del Paese e proprietario di una cospicua collezione di oltre mille opere, il progetto è stato portato a termine dal figlio Purat “Chang” Osathanugrah dopo la scomparsa del padre nel 2023.

La facciata del museo di notte. Courtesy Dib Bangkok. Foto di W Workspace

Per Osathanugrah, oggi presidente del museo, Dib Bangkok è allo stesso tempo un motivo di orgoglio nazionale e un’iniziativa che mira ad ampliare l’accesso all’arte. «Siamo davvero fieri di rappresentare la prima istituzione di questo livello nel nostro Paese», ha dichiarato durante l’inaugurazione. «Finora, per avvicinarsi ad artisti contemporanei di questo calibro, i cittadini thailandesi dovevano andare all’estero, sostenendo ingenti spese di viaggio, soggiorno e biglietti dei musei».

In sintonia con il clima tropicale di Bangkok, un’atmosfera festosa ha invaso il cortile del nuovo museo, scandito dalle monumentali installazioni in pietra naturale dell’artista polacca Alicja Kwade. Il ricevimento è stato accompagnato da una performance di danza site-specific ideata dalla celebre artista thailandese Dujdao Vadhanapakorn.
L’inaugurazione ufficiale della mostra d’esordio è stata caratterizzata da una performance dal forte impatto fisico e sonoro. Con un gesto che ha spiazzato il pubblico, Chang ha colpito con una mazza da baseball una parete bianca, imprimendo un segno profondo sulla sua superficie. L’azione era parte di Constellations (2015-2025), un’opera di Marco Fusinato che prevede il coinvolgimento fisico diretto. Al momento del colpo, alcuni altoparlanti nascosti hanno sprigionato un suono talmente intenso da non poter essere ignorato: un vero e proprio “big bang”, letterale e simbolico, per annunciare la nascita del più recente polo culturale thailandese. 

Marco Fusinato, Constellations (2015-2025). Veduta dell’installazione, Dib Bangkok. Courtesy Dib Bangkok. Foto di Wikran Poungput

La mostra dal titolo “(In)visible Presence”, curata dall’artista thailandese Ariana Chaivaranon insieme a Miwako Tezuka, direttrice inaugurale di Dib Bangkok, riunisce 81 opere di 40 artisti presenti nella vasta collezione del museo.
Chang ha rivelato che circa la metà delle acquisizioni è stata decisa insieme al padre, a partire dal 2015, in maniera del tutto informale: «Parlavamo delle opere che ci sembravano più convincenti a tavola, davanti a un caffè o bevendo qualcosa al bar», ha spiegato.
Attingendo a una passione per la musica che accomuna Chang a suo padre – entrambi aspiranti musicisti – il museo pone un’attenzione particolare sull’interazione sensoriale. Molte delle opere esposte, come quella di Fusinato, non prevedono una contemplazione statica ma si affidano al coinvolgimento diretto del pubblico o alla creazione di paesaggi sonori.
Un esempio emblematico è l’installazione video multicanale Daejeon, Summer of 2023 dell’artista coreano Jinjoon Lee, una recente acquisizione che fonde pittura, intelligenza artificiale e musica. Nell’estate 2023, Lee ha dipinto quotidianamente su dischi in vinile; nell’installazione finale, quei dati visivi vengono “letti” da un giradischi che utilizza un sensore ottico al posto della puntina tradizionale. Un programma di intelligenza artificiale sviluppato ad hoc traduce quindi i ricordi estivi dell’artista in un’esperienza sonora generata in tempo reale. Il sensore ottico richiama il muhyeon-geum, la cetra senza corde, che nella cultura coreana evoca uno stato mentale talmente elevato da rendere superflua la produzione di un suono fisico. «Ho avuto la fortuna di condividere con mio padre un gusto che ci ha permesso di creare una collezione adeguata al tipo di museo cui aspiravamo», ha osservato Chang. «Tuttavia, nel trasformare un sogno privato in un museo pubblico ho cercato di bilanciare le predilezioni personali con una missione di ben più ampia portata».
Chang ha spiegato che, sin dalla fondazione del museo, il suo obiettivo principale è stato colmare le “lacune” della collezione, acquisendo opere di rilevanza storica anche quando non erano particolarmente affini alla sua sensibilità estetica.

Se uno dei fili conduttori della mostra è l’omaggio alla memoria del padre di Chang, Ariana Chaivaranon e Miwako Tezuka hanno scelto di accostare artisti thailandesi a figure di fama internazionale, attribuendo loro pari peso critico. Emblematico, in questo senso, è il dialogo tra una scultura in stoffa di Louise Bourgeois e l’installazione dell’artista thailandese Navin Rawanchaikul. Quest’ultimo è anche l’autore di There Is No Voice, un’opera cardine del movimento Chiang Mai Social Installation, collettivo noto per aver promosso l’esposizione dell’arte in spazi non convenzionali, intervenendo direttamente nel dibattito sociale.
Il terzo piano è invece interamente dedicato al dialogo tra due giganti: Anselm Kiefer e Montien Boonma. Per realizzare quella che è con ogni probabilità la prima grande installazione di Kiefer in Thailandia, Chang racconta di essersi recato col padre nello studio dell’artista, nei dintorni di Parigi, per assicurarsi Der verlorene Buchstabe (La lettera perduta). L’opera ha come “centro di gravità” una macchina da stampa dalla quale spuntano imponenti girasoli in resina che superano i sette metri di altezza.
«L’opera d’arte diventa un modo per confrontarci con la possibilità di crescita e riconciliazione dopo una grave perdita – sia essa personale o collettiva», ha affermato Chaivaranon durante la visita inaugurale.

Anselm Kiefer, Der verlorene Buchstabe, 2019. Veduta dell’installazione, Dib Bangkok. Courtesy Dib Bangkok. Foto di Auntika Ounjittichai

Le altre sale ospitano la retrospettiva dedicata a Montien Boonma, «eroe silenzioso» dell’arte contemporanea thailandese, secondo lo stesso Chang. La sua importante installazione del 1992, Lotus Sound, presentata originariamente alla prima Asia-Pacific Triennial del 1993, viene allestita qui per la prima volta seguendo alla lettera le volontà dell’artista. Se la versione australiana comprendeva “soltanto” 350 campane a causa di spazi e risorse limitate, l’edizione definitiva del museo thailandese ne riunisce 500, dando forma all’ambiente immersivo e meditativo immaginato da Boonma.

L’apertura di Dib Bangkok è un’ulteriore conferma del rafforzarsi del mecenatismo privato sulla scena artistica thailandese. Nel 2018, Apinan Poshyananda ha fondato la Bangkok Art Biennale con il sostegno di ThaiBev, un colosso nella produzione di bevande; da allora l’iniziativa si è ampliata fino a trasformarsi in una manifestazione diffusa in tutta la città, la cui edizione più recente risale al 2023. Nel 2022 Marisa Chearavanont – la moglie di Soopakij Chearavanont, presidente del CP Group, uno dei gruppi industriali più potenti dell’Asia – ha acquistato un edificio brutalista ai margini di Chinatown, rimasto abbandonato per oltre vent’anni in seguito a un incendio, riconvertendolo nella cosiddetta Bangkok Kunsthalle, uno spazio dedicato all’arte sperimentale e alle proiezioni cinematografiche.
Guardando al futuro, il gruppo immobiliare Central Group si appresta a lanciare DeCentral, un’impresa sociale orientata alla curatela di mostre, alla commissione di nuove opere e alla promozione di collaborazioni interdisciplinari tra Bangkok e Chiang Mai.
In questo clima di crescente fermento, gli operatori locali stanno ampliando il proprio raggio d’azione e gli attori internazionali guardano al mercato con rinnovato interesse. 
Nell’aprile dello scorso anno, l’importante galleria Nova Contemporary ha rafforzato la propria presenza, mentre l’artista anglo-thailandese Tuck Muntarbhorn ha inaugurato uno spazio commerciale in concomitanza con l’apertura di Dib Bangkok. La galleria di Muntarbhorn è frutto di una visione curatoriale in cui l’arte contemporanea e l’artigianato tradizionale thailandese si intrecciano con prospettive internazionali eterogenee.
Nel frattempo, la comunità globale prende nota. Per l’aprile prossimo è prevista l’apertura della prima sede internazionale della galleria newyorkese Harper’s a Bangkok. Parallelamente, Access Bangkok, una fiera d’arte co-fondata da Chearavanont nel 2024, è destinata a rinnovarsi e ampliarsi entro la fine dell’anno sotto il nuovo nome di Art Bangkok International.
«La trasformazione della scena thailandese sarà una delle vicende più importanti del mondo dell’arte nel 2026», ha dichiarato ad «ARTnews» Harper Levine, fondatore dell’omonima galleria. Levine ha spiegato che, dopo aver ospitato lo scorso anno una mostra pop-up di grande successo a Bangkok, ha intuito come il contesto locale fosse a un punto di svolta, anche se manca ancora una galleria occidentale di alto profilo in grado di svolgere una funzione strutturante per il mercato.

Sotto questa apparente effervescenza, tuttavia, nel corso del 2025 diverse realtà locali di primo piano, tra cui la Bangkok CityCity Gallery e la Ver Gallery, hanno registrato un sensibile raffreddamento del clima commerciale, sollevando interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine del mercato.
«Ciò di cui la Thailandia ha bisogno è un mercato solido», dichiara ad «ARTnews» Gridthiya Gaweewong, direttrice artistica del Jim Thompson Art Center. Al di là della retorica ufficiale sulla promozione dell’arte, Gaweewong sottolinea come l’incoerenza delle politiche governative abbia in realtà ostacolato il mercato, rendendolo meno attraente rispetto a hubregionali come Singapore. Diverse importanti iniziative, tra cui le misure di agevolazione fiscale per collezionisti e artisti annunciate lo scorso agosto, non risultano ancora pienamente attuate.
«Il problema in Thailandia è la mancanza di continuità», sostiene Gaweewong. «Le amministrazioni cambiano di frequente e spesso i nuovi funzionari non intendono portare avanti il lavoro dei loro predecessori e deliberano misure del tutto nuove oppure cancellano quelle esistenti».
Vi sono tuttavia alcune eccezioni significative – sottolinea Gaweewong – tra cui la Thailand Biennale, interamente finanziata dallo Stato, che ha ottenuto un riconoscimento internazionale per la qualità delle sue mostre, mettendo oltretutto in discussione una visione eccessivamente Bangkok-centrica. Grazie alla rotazione delle sedi (l’edizione dello scorso anno si è svolta a Phuket), la Biennale ha attirato attenzione critica e investimenti culturali in diverse aree del Paese.
In assenza di un sostegno statale coerente sul lungo periodo, secondo Gaweewong, è il settore privato a doversi assumere una maggiore responsabilità nella promozione dell’arte thailandese, sia sul piano nazionale sia su quello internazionale. «Molti artisti thailandesi di successo a livello globale non sono ancora formalmente rappresentati da una galleria».
Jongsuwat Angsuvarnsiri, direttore della SAC Gallery di Bangkok – che nel mese di febbraio diventerà una fondazione – condivide queste riflessioni, illustrando i progetti per il lancio di una piattaforma in lingua inglese che offrirà al pubblico internazionale un accesso più ampio alla ricerca critica e alle storie degli artisti thailandesi.

Per Purat “Chang” Osathanugrah, l’apertura di Dib Bangkok rappresenta l’occasione di sviluppare ulteriormente il percorso avviato dal padre.
«La nostra missione non si limita alla raccolta di opere: abbiamo il compito di sostenere gli artisti viventi e occuparci della conservazione del patrimonio», ha dichiarato Chang. «In fin dei conti, siamo qui per raccontare le storie delle menti creative che danno forma al mondo in cui viviamo».

Da «ARTnews US».