Bologna, una Cooperative Village? L’apertura di Herald St e la mostra di Matt Connors

Herald St, storica galleria londinese che celebra vent’anni di attività, apre una sede a Bologna, in via Valdonica 14. L’inaugurazione coincide con i giorni di Arte Fiera e segna l’esordio italiano della galleria con una mostra personale dell’artista statunitense Matt Connors. Lo spazio scelto, già in precedenza destinato all’attività espositiva, si sviluppa su oltre cento metri quadrati al piano terra di un edificio storico nel cuore medievale della città. Racconta Nicky Verber, che ha fondato la galleria a Londra nel 2005 insieme ad Ash L’Ange: «Penso che Herald St sia sempre stata, in generale, una galleria di artisti e, in questo senso, siamo costantemente alla ricerca di nuove opportunità per loro: è questo il motivo alla base di questo progetto».

L’interesse verso l’Italia come possibile luogo di espansione per Herald St nasce sia da motivazioni personali che da considerazioni legate al contesto artistico e alla posizione strategica del Paese. In questo quadro Bologna, rispetto a città come Milano o Torino, emerge come un punto centrale, capace di evidenziare un potenziale e un’affinità con la visione della galleria, confermandosi in un contesto naturale e coerente per lo sviluppo del progetto. Il rapporto tra Herald St e Bologna, tuttavia, precede l’apertura dello spazio espositivo. Prende avvio nel 2021 con la rappresentazione dell’artista bolognese Francis Offman e si consolida nel 2024, quando Pablo Bronstein realizza una mostra personale presso il Garage Bentivoglio. Queste esperienze pregresse hanno inciso in modo determinante sulla decisione di dare vita a una presenza permanente in Italia, confermando Bologna come un contesto naturale e coerente per lo sviluppo del progetto. A proposito della scelta della città, Nicky Verber osserva: «Apprezziamo molto Bologna: è una città compatta e densa, un eccellente centro universitario, con una forte energia giovanile e, al tempo stesso, una solida base di collezionisti. La regione è ben conosciuta nel circuito collezionistico ed è geograficamente centrale, vicina a Milano, Venezia, Firenze e Torino, e non troppo lontana da Roma. Ci è sembrato che ci fosse ancora spazio per fare qualcosa di interessante, ed è per questo che abbiamo deciso di concentrarci su questa città».

Aprire oggi uno spazio decentralizzato al di fuori di una grande capitale mondiale rappresenta una presa di posizione critica rispetto ai modelli dominanti del sistema dell’arte, sempre più concentrati su poche città globali. Dopo quasi vent’anni trascorsi a Londra, il pensiero intorno alle gallerie, alle città e al pubblico si è evoluto verso una maggiore attenzione alla sostenibilità dei contesti culturali, alla qualità delle relazioni e alla possibilità di costruire temporalità diverse, meno dipendenti dalla visibilità immediata e dalla pressione del mercato. Pur continuando a offrire un’infrastruttura artistica solida, con istituzioni, collezionismo e risorse economiche difficilmente eguagliabili, il sistema londinese è oggi segnato da costi elevati e da una forte competizione che limita margini di sperimentazione e radicamento. In questo senso Bologna, e più in generale l’Italia, offrono condizioni differenti: una scala urbana più umana, una densità storica e culturale capace di favorire pratiche di lungo periodo, e la possibilità di sviluppare un rapporto più diretto e partecipato con il pubblico e gli artisti. «Bologna può offrire qualcosa che forse Londra oggi non è più in grado di garantire allo stesso modo: una comunità più locale, più intima», spiega Nicky. La decentralizzazione della galleria emerge così non come alternativa marginale ai grandi centri, ma come un modello complementare e necessario, capace di redistribuire attenzione, risorse e senso critico all’interno del panorama artistico contemporaneo.

L’integrazione di Herald St a Bologna si fonda sull’idea di costruire un rapporto autentico e progressivo con la città, basato sull’ascolto, sulla presenza continuativa e su una collaborazione reale con il contesto locale, che include un dialogo più stretto con gli artisti che vivono e lavorano in città. Coerentemente con una reputazione costruita nel tempo, attraverso il sostegno a lungo termine e una collaborazione attenta con gli artisti, la responsabilità della galleria oggi si esprime in un impegno verso la qualità della ricerca, la cura dei processi e la creazione di condizioni che permettano alle pratiche artistiche di svilupparsi in modo coerente e duraturo. In questa prospettiva, lo spazio di Bologna non è pensato solo come luogo espositivo, ma come piattaforma attiva, aperta a conferenze, incontri, collaborazioni e progetti speciali in relazione con la città e la sua comunità, con l’obiettivo di favorire uno scambio continuo tra la galleria, gli artisti e il pubblico locale, e di radicare il progetto all’interno del tessuto culturale bolognese.

La galleria inaugura con una mostra personale di Matt Connors, artista con base a New York che, pur non avendo un legame diretto con Bologna, nel 2023 ha ricevuto un importante riconoscimento dall’azienda di ceramiche modenese Mutina, come racconta Nicky Verber. La mostra, intitolata “Cooperative Village”, è accompagnata da un testo curatoriale di Sean Burns. Nel lavoro pittorico di Connors emerge un forte rapporto con la musica, in particolare con le pratiche di improvvisazione, insieme a un interesse per lo studio dell’oggetto. Un approccio che, da un lato, lo avvicina e, dall’altro, lo distingue da una figura come Morandi. Si tratta di una ricerca meta-pittorica, in cui l’artista prende distanza dagli oggetti per riflettere sul loro statuto e sul dipinto come oggetto in sé, un aspetto che aiuta a comprendere il titolo del testo curatoriale, Lend Some Assistance to the Object, letteralmente aiutate gli oggetti, tratta dalla canzone di Brian Eno, Baby’s On Fire, del 1975.
Da questa scelta si comprende anche la coerenza della scelta della galleria in fiera. Quest’anno ha presentato una selezione di lavori di Alexandra Bircken, Pablo Bronstein, dello stesso Matt Connors, Lucia Di Luciano, Cary Kwok, Amalia Pica, Amedeo Polazzo e Nicole Wermers, confermando per il secondo anno consecutivo la propria partecipazione alla fiera. A una lettura prevedibile dell’opera, la galleria ha preferito concentrarsi su opere che sfuggono all’immediata riconoscibilità, in cui anche la natura dei materiali stessi viene interrogata e messa in discussione, aprendo a forme di ambiguità, sperimentazione e tensione critica che riflettono una ricerca attenta e non convenzionale. Tra queste si ricordano i lavori di Nicole Wermers, Domestic Tail (Light Brown Spotted, 10 Meters, 2025), o Lucia Di Luciano Senza Titolo (2024), figura chiave dell’Arte programmata, pittrice di origine siciliana e romana di adozione, scomparsa recentemente, che ha partecipato alla 59. edizione della Biennale di Venezia del 2022. Lavori in continua trasformazione, stratificati. Allo stesso modo, la pittura di Connors in mostra a Bologna sfugge a una prima lettura – richiede distanza, attenzione, tempo. Come racconta lo stesso Burns: «Non è necessario sapere cosa viene prima di un’immagine per poterla apprezzare». Una dimensione umana e un contesto culturale stratificato che Bologna è capace di restituire.