Quando l’Arte diventa cura. Intervista alla Senatrice Lucia Borgonzoni

Il 5 febbraio, nella Conferenza Stato-Regioni, è stato discusso il Protocollo per la realizzazione di iniziative medico sociali basate sull’utilizzo di pratiche culturali. Tali iniziative sono già state attuate da alcuni anni in altri paesi; un fatto particolarmente importante, ora adottato anche in Italia.
Massimo Bray Nelle premesse del protocollo d’intesa tra il MiC e il Ministero della Salute, si legge che «la fruizione della cultura può essere fonte di benessere per soggetti affetti da varie patologie, a titolo esemplificativo e non esaustivo, nelle seguenti forme: a) museoterapia; b) arteterapia; c) musicoterapia nei luoghi di cura, accompagnando i pazienti nei percorsi sanitari, offrendo loro conforto e supporto alle cure, attraverso le opere d’arte o mediante la partecipazione ad attività culturali». Ci sembra una scelta di particolare importanza e attenzione sociale. Vuole spiegarci come sia nata questa iniziativa?
Lucia Borgonzoni Si tratta di un tema che seguo con particolare attenzione già dal 2018 e che ha visto, come ultima tappa, il convegno dedicato proprio al tema dell’arteterapia, organizzato lo scorso giugno al Collegio Romano, dove si sono confrontate istituzioni, università, mondo sanitario, operatori culturali e del Terzo Settore. Un momento di ascolto e di approfondimento che ha confermato quanto questo tema fosse maturo, sentito e pronto per una risposta strutturale a livello nazionale. Sempre più evidenze dimostrano infatti che la cultura cura, nel senso che la fruizione della cultura può incidere in modo concreto sulla qualità della vita dei pazienti, dei bambini, degli anziani, delle persone affette da patologie croniche, neurodegenerative o da sofferenze psichiche. Cura quando allevia l’ansia, quando accompagna la solitudine, quando restituisce dignità, senso e speranza a chi sta affrontando una malattia, una disabilità o semplicemente una fase difficile della propria vita. Per questo, abbiamo sentito il dovere di compiere un ulteriore passo in avanti, rendendo strutturale ciò che finora è stato realizzato molto bene ma in maniera episodica e frammentata. Con questo Protocollo, peraltro, l’Italia si dota di uno strumento che, per la prima volta, riconosce in maniera esplicita il legame profondo tra cultura e salute. È un passaggio necessario – che nasce dall’ascolto dei territori e dall’esperienza concreta di chi ogni giorno lavora accanto alla fragilità – ma anche atteso da tempo, poiché finalmente allinea il nostro Paese alle esperienze ben più avanzate a livello internazionale, soprattutto nei Paesi anglosassoni. Arte, musica, libri, luoghi della memoria e della bellezza, paesaggio e qualità degli spazi in cui viviamo possono fare la differenza, poiché incidono in modo concreto sulla dimensione psicofisica dell’individuo e sulla qualità della vita delle comunità. Per questo, oggi scegliamo di non lasciare queste esperienze alla casualità o alla buona volontà dei singoli, ma di assumerle come responsabilità pubblica.
M.B. Sempre nell’accordo si prospetta la possibilità che i musei possano partecipare a questa iniziativa. È la scelta di sottolineare ancora di più il valore sociale dei luoghi di cultura?
L.B. Assolutamente sì. Anzi, con questo Protocollo abbiamo voluto evidenziare che non solo i musei, ma i luoghi della cultura in generale, oltre a essere spazi di conservazione e valorizzazione del patrimonio, sono anche ambienti salutogenici, capaci di generare benessere e inclusione. Queste attività infatti hanno un impatto molto concreto sul piano sociale, poiché contrastano la solitudine – che oggi rappresenta una delle fragilità più diffuse, soprattutto tra anziani e persone in condizioni di disagio – creando occasioni di incontro, relazione e condivisione. Allo stesso tempo, incentivano a uscire di casa, a muoversi, a vivere gli spazi culturali in modo attivo, contribuendo a combattere la sedentarietà e l’isolamento. Anche il semplice gesto di recarsi in un museo, partecipare a un laboratorio, confrontarsi con un gruppo di persone, diventa parte di un percorso di riattivazione fisica e di reinserimento nel tessuto sociale. Per questo, il Ministero della Cultura intende contribuire in modo concreto a questa visione, mettendo a disposizione del Paese ciò che ha di più prezioso: i suoi luoghi, ovvero parchi archeologici, musei, archivi e biblioteche, diffusi capillarmente su tutto il territorio nazionale. Un censimento condotto due anni fa dalla Direzione generale Musei ha messo in luce la straordinaria vivacità dei nostri istituti culturali, che già da tempo avevano attivato numerose esperienze di arteterapia, dimostrando sensibilità e capacità di innovazione. Allo stesso tempo, però, l’indagine ha evidenziato anche l’eterogeneità di queste iniziative, sia per quanto riguarda i destinatari coinvolti che per la loro distribuzione sul territorio nazionale. Una ricchezza di esperienze, dunque, che testimoniava un grande fermento, ma che richiamava anche l’esigenza di un maggiore coordinamento e di una valorizzazione sistemica. Questo Protocollo quindi non parte da zero, ma si inserisce in un contesto già particolarmente ricco di esperienze territoriali, nate anche dall’iniziativa delle Regioni, delle aziende sanitarie, degli enti culturali e del Terzo Settore, che già da tempo hanno avviato progettualità straordinarie che meritano di essere riconosciute, ascoltate e valorizzate. Anzi, proprio accogliendo una richiesta forte e condivisa avanzata dalle Regioni, alla firma del Protocollo seguirà l’apertura di un Tavolo Tecnico dedicato al censimento delle attività già intraprese sui territori. Un passaggio fondamentale per dare dignità istituzionale a ciò che funziona, per valorizzare e mettere a sistema le buone pratiche già in essere, ma anche per costruire modelli replicabili, equi e sostenibili.
M.B. Ci sembra che questa scelta, che lei ha promosso, abbia già dei precedenti particolarmente virtuosi. Gli studi condotti dalla University College of London rivelano, ad esempio, che le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia hanno portato a una riduzione dei tassi di consultazione dei medici di base e delle ammissioni ospedaliere. Quali saranno i primi progetti che pensate di realizzare?
L.B. In questa fase il nostro obiettivo non è calare dall’alto un elenco di progetti predefiniti, ma costruire un percorso condiviso, capace di valorizzare le esperienze già attive e di adattarsi alle diverse realtà territoriali. I primi passi andranno quindi in una duplice direzione: da un lato, verso il consolidamento e la messa a sistema delle buone pratiche di arteterapia già avviate; dall’altro, verso la promozione e il rafforzamento della ricerca scientifica e della sperimentazione traslazionale, affinché queste pratiche siano valutate con rigore e possano essere integrate, laddove efficaci, nei percorsi assistenziali e riabilitativi del Servizio Sanitario Nazionale come parte integrante di un’idea di salute che guarda alla persona nella sua interezza: corpo, mente, relazioni, emozioni. L’intenzione è quella di partire in modo graduale ma strutturato, definendo criteri condivisi, strumenti di monitoraggio e modelli replicabili. Vogliamo costruire un sistema che sia sostenibile nel tempo e che sappia coniugare qualità scientifica, inclusione sociale e valorizzazione del patrimonio culturale. Più che singoli progetti, dunque, puntiamo a creare un metodo: una rete stabile tra cultura e salute che possa crescere progressivamente e diventare un riferimento a livello nazionale.
M.B. Un’ultima domanda: pensa che sia prevista un’attività di monitoraggio dei progetti messi in campo che consenta di misurarne l’efficacia?
L.B. Sì, le attività di monitoraggio e valutazione dei progetti messi in campo sono fondamentali per misurarne efficacia e impatto concreto. Nell’ambito del Protocollo d’intesa è stata infatti prevista l’istituzione di un Comitato Scientifico incaricato di censire le esperienze attive sul territorio e di raccogliere dati utili per capire quali modelli funzionano meglio e possano essere replicati su una scala più ampia. Questo approccio nasce proprio dalla volontà di superare la frammentazione delle iniziative attuali e di dare corpo a un sistema di interventi basato su criteri trasparenti, indicatori chiari e percorsi di valutazione condivisi, non lasciati alla sola buona volontà locale. Un monitoraggio strutturato è essenziale, perché consente di valorizzare le buone pratiche già esistenti, di apprendere dagli esiti delle sperimentazioni e di orientare risorse e politiche verso progetti che dimostrino un reale beneficio per il benessere delle persone, in particolare di quelle fragili o in condizioni di disagio. Inoltre, la raccolta di evidenze e dati sarà fondamentale per consolidare e riconoscere all’arte e alla cultura – anche scientificamente e socialmente – la capacità di affiancarsi alle cure mediche come supporto terapeutico e di contribuire a una visione di welfare che riduca le disuguaglianze, rendendo il diritto alla salute e il diritto alla cultura sempre più interconnessi e realmente esigibili su tutto il territorio nazionale. Il mio auspicio, infine, è che anche nel nostro Paese si riescano ad avere ricadute positive sul sistema economico e sociale. Basti pensare alle stime condotte in Gran Bretagna dalla University College of London, secondo cui le attività dei musei coinvolti nella prescrizione di percorsi di arteterapia hanno portato a una riduzione del 37% dei tassi di consultazione dei medici di base e del 27% delle ammissioni ospedaliere. Si calcola che per una sterlina investita nelle arti in prescrizione ci sia stato un ritorno che varia da quattro a undici sterline.