Lucio Pozzi. Pittura, processi e libertà 

di | 14 feb 2026
Lucio Pozzi, The open gates of springs (Persephone), 2023. Courtesy Magazzino Italian Art  

Quando, lo scorso anno, Magazzino Italian Art ha dedicato a Lucio Pozzi una grande personale nella Hudson Valley, la mostra non è apparsa come un’operazione celebrativa, ma come un’occasione per rimettere in circolo una domanda ancora aperta: che cosa può essere la pittura oggi, se la si considera non come linguaggio chiuso ma come sistema espandibile, traducibile, continuamente ridefinibile? Riunendo oltre trenta lavori astratti realizzati nell’arco di sei decenni, i curatori David Ebony e Paola Mura hanno restituito la coerenza di una ricerca che, proprio nella sua apparente dispersione, trova una sorprendente unità. 
Tra gli artisti che hanno vissuto e lavorato su entrambe le sponde dell’oceano, Pozzi percorre da oltre sessant’anni una traiettoria irregolare e radicale, attraversando non solo l’Atlantico ma anche generi, mezzi e paradigmi che hanno segnato l’arte dell’ultimo secolo. Nato a Milano nel 1935, dopo alcuni anni trascorsi a Roma si trasferisce negli Stati Uniti nel 1962 come ospite dell’Harvard International Summer Seminar, entrando in contatto diretto con una scena artistica in piena trasformazione.
Il periodo romano è al centro di una recente autobiografia, in cui Pozzi rievoca con tono diretto e partecipe la propria formazione: il salotto trasteverino di Topazia Alliata, le prime scoperte decisive della pittura americana – da Rothko a Barnett Newman, fino a Ellsworth Kelly – e una fitta rete di relazioni che include Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Manganelli, Sandro Penna, Manfredo Tafuri, Massimo Teodori e, soprattutto, Dacia Maraini, sua prima moglie. Negli anni Sessanta entra poi nel vivo della scena newyorkese, misurandosi in prima persona con i movimenti che stavano ridefinendo il panorama artistico statunitense: Pop Art, minimalismo, performance, Arte concettuale. Oggi vive e lavora tra Hudson e Valeggio sul Mincio, dividendosi tra due studi. 
Pittore per vocazione, Pozzi ha sempre affiancato alla pittura una ricerca estesa ad altri linguaggi: dal video alla performance, fino alle installazioni ambientali. Le numerose personali alla John Weber Gallery hanno restituito l’immagine di una pratica instancabilmente sperimentale, con lavori talmente eterogenei da evocare l’idea di una collettiva. Nel 1978 il MoMA di New York gli dedica una personale all’interno della serie “Projects: Video”; negli stessi anni partecipa a “Documenta 6” (1977) e alla Biennale di Venezia del 1980, nel Padiglione degli Stati Uniti. 
Parallelamente, Pozzi sviluppa un’intensa attività critica e didattica: scrive per riviste internazionali e insegna in alcune delle principali università americane – Cooper Union, Yale, Princeton, School of Visual Arts di New York, Maryland Institute of Art – continuando tuttora a tenere seminari in Europa e negli Stati Uniti. Le sue lezioni, spesso caratterizzate da una dimensione performativa, tornano ciclicamente sulla pittura: sui suoi fondamenti, sulla sua ciclicità e sulla possibilità di “tradurne” gli elementi in altri linguaggi. 

Lucio Pozzi, Visitation, 2023-2024. Courtesy Magazzino Italian Art 

La mostra al Magazzino Italian Art ha riportato al centro proprio questa dimensione pittorica. Accanto alle tele astratte, comparivano opere come Lean on Me (2024): due travi di legno dipinte di blu e giallo, rosso e verde. Un gesto semplice solo in apparenza, che mette alla prova i confini della pittura e ne traduce i principi fondamentali in una forma tridimensionale, confermando uno sperimentalismo coerente e mai decorativo. 
Elemento centrale della pratica di Pozzi è il Gioco dell’Inventario (1969), spesso riproposto nelle mostre. Una sorta di tavola periodica dell’arte: un elenco di materiali, processi, temi e problemi combinabili all’infinito per generare opere sempre nuove. Nessun elemento prevale sugli altri, nessuno è davvero indispensabile. Pozzi lo utilizza tanto nel lavoro in studio quanto nell’insegnamento, per smitizzare l’atto creativo e l’idea di originalità: ogni opera nasce dagli stessi ingredienti di base, variamente combinati. Derivato dal collage, il Gioco è un metodo operativo semplice e flessibile, una griglia analitica di valore universale, applicabile a ogni linguaggio visivo. 
Pozzi ricorda che la mostra del 1971 alla Galleria dell’Ariete di Milano fu la prima occasione in cui mise concretamente in atto i principi del Gioco dell’Inventario. Una pittura “allargata”: quadri rossi occupavano lo spazio espositivo, mentre nel locale adiacente si svolgevano diverse performance, ciascuna della durata di otto ore, equivalenti a una giornata lavorativa. In Paperswim, l’artista nuotava per ore in un accumulo di carta di giornale, emergendo a intervalli regolari per tracciare segni enigmatici. In Shootout: Execution, annunciava ai passanti un’uccisione che si sarebbe ripetuta ogni mezz’ora: spari a salve, un corpo trascinato via, un garofano rosso a terra. Nel cortile, infine, dipingeva piccoli quadri rossi su commissione, al prezzo simbolico di un dollaro, con strumenti e materiali disposti come in un laboratorio. 
Il rapporto tra pittura e performance trova una chiave interpretativa nei cosiddetti Meccanismi di traduzione: formule concettuali come il Dualismo, la Mimesi, i Quattro Colori più il Bianco e il Nero, il Togliere e Ricollocare, l’Accumulare. Il Dualismo, in particolare, chiarisce l’operazione di Pozzi. I quadri rossi dell’Ariete richiedevano allo spettatore di muoversi nello spazio e costruire il proprio tempo di visione; la performance, al contrario, proponeva un gesto secco e ineludibile, immobilizzando il pubblico e riportando l’autore al centro della scena. 

Lucio Pozzi, Untitled, 2002. Courtesy Magazzino Italian Art 

Seguendo la stessa logica combinatoria, a partire dal 1974 Pozzi realizza i Level Group Paintings, un nucleo centrale della sua ricerca e uno dei punti forti della mostra al Magazzino. Più che singoli quadri, sistemi pittorici: superfici accostate, ricoperte da numerosi strati di acrilico grigio, in cui le pennellate registrano il tempo del lavoro. Sottili “linee di interferenza”, tracciate sulla pittura ancora fresca, attivano una relazione diretta con lo spazio circostante, coinvolgendo anche la parete. La pittura viene così pensata in termini di contesto, anticipando una nozione di site-specificity che troverà piena espressione nella mostra Rooms al PS1 nel 1976. 
Attraverso il Gioco dell’Inventario, Pozzi elabora a partire dalla pittura uno strumento capace di individuarne alcune matrici fondamentali e di esplorarne le potenzialità in modo sempre rinnovato. La sua libertà espressiva – che lo ha reso inclassificabile e talvolta difficile da decifrare – nasce proprio da qui. Nel lavoro quotidiano, fare e pensare la pittura procedono insieme: ogni riflessione viene annotata su cartoncini bianchi di uguali dimensioni. Il metodo resta rigoroso, mentre gli esiti rimangono aperti e imprevedibili. È in questa tensione costante che la pittura si espande, si ibrida con altri linguaggi e continua ad aprirsi alla vita.