La condizione postmoderna in mostra alla Gagosian

Le prime sensazioni che affiorano spontaneamente dinanzi alla parola “specchio” sono quelle che riferiscono un senso di presenza, immediatezza e sconfinamento. Eppure, la mimesi attivata nel processo di rispecchiamento rappresenta soltanto una delle esperienze possibili che questo dispositivo può generare, in quanto può dar luogo anche a una relazione con qualcosa che acquisisce un’autonomia narrativa. È proprio su questo rapporto che si struttura la mostra “Mirrored Fiction”, in programma alla Gagosian di Roma fino all’11 aprile 2026, in cui si sviluppa un dialogo acuto e calibrato tra l’artista americano Duane Hanson, esponente della scultura iperrealista degli anni Sessanta, e le opere di Félix González-Torres, Andreas Gursky, Jeff Koons, Adam McEwen e Bruce Nauman. Nonostante le diversità tecniche e di linguaggio degli artisti, il progetto costruisce una realtà in cui è percepibile un sottile senso di straniamento tra identità e alterità, ribaltando il rapporto tra il sé e ciò che realmente si sta guardano. Da un attento studio della realtà derivano le tre sculture in mostra di Duane Hanson, proposte in un dialogo particolarmente significativo con le opere di Félix González-Torres, Andreas Gursky e Jeff Koons.

Sono proprio questi tre artisti, punti di riferimento dell’arte internazionale degli anni Ottanta, a stimolare una riflessione sulle dinamiche creative di quel decennio, in particolare rispetto alla corrente postmoderna. Così pur se tutte le opere esposte appartengono a contesti storici e teorici estremamente differenti, i lavori possono essere letti attraverso questo modello interpretativo. Tornando all’origine del dibattito attorno al termine “postmoderno”, avviato nei primi anni Ottanta dal filosofo francese Jean-François Lyotard, autore di La condizione postmoderna (1979), occorre ricordare come egli, nell’annunciare la crisi delle grandi narrazioni e delle loro tradizionali modalità di intervento, prefigura una condizione artistica caratterizzata da una pluralità di prospettive. Perciò gli artisti in tale occasione iniziarono a privilegiare il gusto dell’assemblaggio, combinando frammenti oggettuali e visivi provenienti da diversi contesti per raccontare la cultura di massa e le sue strategie comunicative. Tutti questi aspetti si riflettono in mostra con un forte senso di unitarietà, fino a far emergere un solido elemento di continuità tra l’iperrealismo di Duane Hanson e le successive esperienze postmoderne.

In questo modo il percorso proposto in galleria, in particolare nella sala ovale, sorprende per la varietà dei mezzi espressivi posti in relazione. Nelle opere di Duane Hanson il processo di rispecchiamento assume una dimensione particolarmente evidente e concreta. Nonostante l’artista miri a una riproduzione della realtà quanto più oggettiva possibile, fino a sfiorare la coincidenza con essa, le sculture risultano sempre mediate da un filtro che ne condiziona la percezione. Le opere si inscrivono a riferimenti specifici: alcune polaroid scattate dallo stesso artista come nel caso di Bodybuilder (1989-1990), oppure dall’osservazione diretta della realtà urbana americana degli anni Settanta come in Window Washer (1973) e Old Lady in a Folding Chair (1976). Pertanto, l’iperrealismo di Hanson riflette una realtà comportamentale precisa che, osservata, induce a chiedersi se tutt’oggi sia invariata o se abbia subito trasformazioni. Inoltre, questo realismo espressivo è accentuato in mostra dalla scelta allestitiva: se il virtuosismo della realizzazione genera un naturale senso di spaesamento, il tutto è ulteriormente amplificato dai punti di collocazione delle sculture, posizionate lontano dagli snodi più scenografici degli spazi espositivi per suscitare un naturale senso di curiosità e una sottile pulsione di voyeurismo. Proprio su questa tendenza comportamentale, che sposta costantemente il punto di vista e la percezione della presenza, si inserisce l’opera di Jeff Koons, intitolata Donkey (1999). Quest’ultima non genera soltanto la curiosità di essere osservata, ma invita lo spettatore a vedersi riflesso rendendolo parte integrante dell’esperienza, creando un continuo dialogo tra sé e l’oggetto. Ed è tangibile che sia stata ideata con una ingenuità consapevole rispetto a una pratica che unisce forme astratte e rielaborazioni di oggetti della cultura popolare. A questo punto è naturale che si attivi un gioco tra diverse dimensioni sino a sollevare il dubbio se l’intenzione dell’opera sia quella di stimolare una critica o altrimenti una celebrazione della società dei consumi.

Diversamente Andreas Gursky affronta una ricerca fotografica capace di rapportarsi in maniera diretta e neutra alla realtà, seppur modificando il messaggio attraverso un acuto montaggio dell’immagine. In tale circostanza l’opera Politik II (2020), ritraente una riunione tra membri del Bundestag tedesco, assume figurativamente la monumentalità compatta dell’Ultima cena di Leonardo Da Vinci e tale immobilità raggelata è accompagnata da una citazione sul senso del tempo con la riproduzione sullo sfondo del dipinto di Ed Ruscha. Un tono più intimo e poetico emerge nelle opere di Félix González-Torres, il quale rinnova la strategia formale del minimalismo con l’uso di materiali semplici e di grande formato interrogandosi e invitandotici a riflettere sul senso della vita. Questo innesto di intimismo, in un linguaggio installativo apparentemente freddo, attraversa anche l’opera esposta, in cui le tracce del missile balistico Trident II sono affiancate alla parola bellezza. Così la mostra ci restituisce delle condizioni esistenziali che, oltre a rappresentare uno spaccato sullo stato di riflessività e sul suo aspetto narrativo, fanno emergere considerazioni più ampie e complesse tipiche dell’estetica postmoderna, sfiorando la questione della cultura dominata dal consumismo, la manipolabilità dell’immagine e tutti i paradigmi di complessità che ne derivano.
Dall’11 febbraio 2026 all’11 aprile 2026; Gagosian | Roma, Via Francesco Crispi 16, Roma; info: www.gagosian.com