Partecipazione. Intervista a Marinella Senatore

Marinella Senatore (Cava de’ Tirreni, 1977) è un’artista multidisciplinare con una formazione che attraversa musica, arti visive e cinema. Al centro della sua ricerca vi è la partecipazione, intesa non solo come coinvolgimento ma come postura etica e pratica situata. Il suo lavoro si configura come un dispositivo aperto, fondato sull’ascolto, sul tempo condiviso e sulla responsabilità dell’attivazione; in esso l’arte diviene un campo di coesistenza, capace di generare consapevolezza collettiva e trasformazione.
Qual è il tuo primo ricordo associato alla parola “partecipazione”?
Il mio primo ricordo non si configura come un episodio puntuale, ma come una disposizione originaria, una condizione dell’essere prima ancora che una scelta consapevole. È un ricordo legato all’idea di ascolto e di presenza condivisa, a una forma di attenzione collettiva in cui il singolo gesto non era mai autosufficiente, ma acquistava senso solo all’interno di una trama più ampia di relazioni. La mia formazione nella musica classica ha inciso profondamente su questa percezione. L’esperienza dell’orchestra ha reso evidente fin da subito che la partecipazione non è un atto spontaneo o caotico, ma una pratica rigorosa, fondata su disciplina, responsabilità e fiducia reciproca. Suonare insieme significa accettare di abitare un tempo comune, di modulare la propria voce in relazione alle altre, di rinunciare all’idea di centralità per contribuire a una costruzione collettiva. In questo senso, la partecipazione è stata per me, fin dall’inizio, una forma di ascolto attivo, un esercizio di coesistenza. Anche il cinema ha avuto un ruolo determinante nella definizione di questa idea.
Con il tempo, ho compreso che la partecipazione non è semplicemente un metodo o una strategia operativa, ma una postura etica e politica. Non coincide con l’idea di coinvolgimento superficiale, né con una delega dell’autorialità, ma con la costruzione di contesti in cui le soggettività possano emergere, negoziarsi e trasformarsi. Nel mio lavoro, la partecipazione è una pratica situata, che nasce dall’incontro tra persone, luoghi e temporalità specifiche, e che si fonda sulla possibilità di generare spazi comuni di immaginazione e di azione. In questo senso, il mio primo ricordo di partecipazione continua a risuonare come una condizione aperta, mai conclusa: un campo di forze in cui l’arte diventa un dispositivo di relazione, capace di attivare forme di consapevolezza collettiva e di ridefinire, continuamente, il modo in cui scegliamo di stare insieme.
Quando la partecipazione entra per la prima volta nel tuo lavoro?
La partecipazione entra nel mio lavoro in modo progressivo, quasi inevitabile. All’inizio si manifesta come un’esigenza pratica, concreta: il bisogno di lavorare con altri, di sottrarmi all’idea dell’opera come gesto solitario e autosufficiente. Non si trattava ancora di una scelta teorica o programmatica, ma di una necessità legata al fare, al processo, al desiderio di costruire contesti di lavoro che fossero condivisi. In quel momento, la partecipazione era una condizione di possibilità più che un tema esplicito. Con il tempo, questa esigenza si è trasformata in una presa di coscienza. Ho compreso che il mio lavoro non poteva prescindere dai corpi, dalle voci e dalle esperienze di chi lo attraversava. L’opera non era più pensabile come un oggetto concluso, ma come un dispositivo aperto, capace di attivarsi solo attraverso la presenza e l’azione degli altri. In questo passaggio, la partecipazione ha assunto una dimensione strutturale, diventando parte integrante del linguaggio e non un elemento puramente metodologico.
Un momento chiave in questo percorso è stato il progetto All the Things I Need, un musical realizzato presso la Galleria Civica di Trento nel 2006. Il progetto nasceva dall’ascolto e dalla raccolta di bisogni, desideri e mancanze espressi da una comunità eterogenea, e si sviluppava come una composizione collettiva di voci, gesti e presenze. L’opera prendeva forma non a partire da una visione univoca, ma attraverso un processo di stratificazione, in cui ogni contributo individuale entrava in relazione con gli altri, ridefinendo continuamente il senso complessivo del lavoro. In All the Things I Need, la partecipazione non era finalizzata alla produzione di consenso, né alla rappresentazione di un’idea di comunità idealizzata. Al contrario, metteva in evidenza la complessità, le contraddizioni e le differenze, accettando il conflitto e la dissonanza come elementi costitutivi del processo.
È stata una scelta o un’epifania?
Un’intuizione forte direi: l’arte poteva essere uno spazio condiviso, non gerarchico. Ma questa intuizione si è poi trasformata in una scelta strutturale, che ho deciso di portare avanti nel tempo, assumendone anche le complessità e le responsabilità. È diventata una scelta consapevole, etica e politica, un modo di intendere l’arte come pratica situata e relazionale. È una struttura portante: non si tratta di “coinvolgere” il pubblico, ma di costruire spazi in cui le soggettività possano prendere parola, negoziare il proprio ruolo e immaginare forme temporanee di coesistenza. In questo senso, la partecipazione è diventata per me una modalità di pensiero prima ancora che una forma, un processo che mette in discussione l’autorialità, il tempo dell’opera e il rapporto tra arte e sfera pubblica.

La partecipazione come pratica o come obiettivo?
La partecipazione per me è una pratica da attraversare. Non mi interessa “ottenere” la partecipazione delle persone, né misurarla in termini di adesione, presenza o visibilità. Ciò che mi interessa è creare le condizioni perché essa possa emergere in modo autentico, imprevedibile e situato. In questo senso, la partecipazione è un processo aperto, mai completamente controllabile, e proprio per questo profondamente politico. Considerarla come un obiettivo rischia di trasformarla in un dispositivo performativo o strumentale, in cui la presenza dell’altro viene chiamata a confermare un’idea preesistente di opera, di comunità o di successo. Al contrario, intenderla come pratica implica accettarne la complessità, le frizioni, le asimmetrie e anche i fallimenti. La partecipazione non garantisce armonia né consenso; spesso mette in luce conflitti, resistenze, silenzi. Ma è proprio in questi scarti che risiede la sua forza critica. Ritengo che ci sia ancora moltissimo da ricercare, concettualmente, intorno alla partecipazione. È un termine ampiamente utilizzato nel discorso contemporaneo – artistico, istituzionale, politico – ma spesso poco interrogato nelle sue implicazioni profonde. Chi partecipa? A quali condizioni? Per quanto tempo? Con quale grado di agency reale? E soprattutto: chi definisce il quadro entro cui la partecipazione è possibile? Queste domande restano aperte e, per me, sono parte integrante del lavoro. Nel mio percorso, la partecipazione non è mai data per scontata. È una pratica che va continuamente ripensata, rimessa in discussione, rinegoziata in relazione ai contesti, ai corpi e alle storie che incontra. Non è una forma stabile, ma una tensione: tra individuale e collettivo, tra visibile e invisibile, tra struttura e libertà. Lavorare con la partecipazione significa accettare di non avere il pieno controllo dell’opera ed esporsi a una trasformazione reciproca. In questo senso, la partecipazione non rappresenta un punto di arrivo, ma un campo di ricerca permanente. Un luogo critico in cui l’arte può interrogare sé stessa, il proprio ruolo pubblico e la propria responsabilità nei confronti delle comunità che attraversa. È uno spazio di possibilità, ma anche di rischio, che richiede tempo, ascolto e una costante attenzione etica. Ed è proprio questa apertura, mai risolta, a renderla per me una pratica ancora necessaria.
Come definiresti il tuo ruolo nel processo partecipativo?
Mi riconosco nel ruolo di attivatrice: qualcuno che innesca processi, costruisce strutture temporanee e apre spazi di possibilità. Il mio lavoro non consiste nel dirigere verticalmente o nel controllare, ma nel progettare con grande precisione un contesto sicuro, aperto e attraversabile, in cui le persone possano muoversi liberamente, prendere parola, esporsi se lo desiderano e riconoscersi come parte attiva di un’esperienza condivisa. Questa posizione non implica una rinuncia all’autorialità, né tantomeno una sua dissoluzione. Al contrario, il processo partecipativo richiede un livello di coerenza, responsabilità e visione estremamente alto. L’idea – ormai superata – che la partecipazione coincida con una forma di debolezza autoriale non corrisponde alla mia pratica. Tutt’altro. Attivare significa assumersi pienamente la responsabilità della forma, del tempo, delle regole e delle condizioni entro cui l’opera può emergere. Il mio ruolo è quello di disegnare un dispositivo complesso, in cui ogni elemento – spaziale, temporale, simbolico – è pensato con cura. All’interno di questa struttura, le soggettività che partecipano non sono chiamate a “riempire” uno spazio vuoto, ma a co-costruire il senso dell’opera. L’incontro tra il mio lavoro e quello degli altri non è mai casuale: è il risultato di una progettazione rigorosa che lascia spazio all’imprevisto senza mai abdicare alla responsabilità artistica. In questo senso, l’opera non nasce dalla somma dei contributi, ma dalla tensione tra una visione forte e la pluralità delle presenze che la attraversano. Il mio ruolo è mantenere viva questa tensione, senza neutralizzarla, permettendo che il processo partecipativo resti un luogo di trasformazione reale. Essere un’attivatrice significa, per me, abitare pienamente l’autorialità, non come imposizione, ma come atto di cura, di ascolto e di decisione continua.
Quanto conta il tempo nei processi di partecipazione?
Il tempo è un elemento fondamentale, forse uno dei più delicati, nei processi di partecipazione. La partecipazione non può essere accelerata né forzata, perché non risponde alle logiche dell’efficienza o della produttività. Richiede fiducia, ascolto, continuità e la possibilità di abitare il processo senza l’urgenza di dover produrre immediatamente un risultato visibile. In questo senso, il tempo diventa una vera e propria materia di lavoro. C’è però un aspetto per me decisivo: nei processi partecipativi, per una volta, non è solo il mio tempo a contare. Il tempo dell’opera non coincide esclusivamente con quello dell’artista, ma si costruisce a partire dai tempi molteplici delle persone coinvolte. Questo spostamento di prospettiva – che mette in discussione la centralità del mio ritmo, delle mie scadenze, della mia urgenza – è qualcosa che considero profondamente prezioso. Accettare che il tempo del lavoro sia condiviso, diseguale, talvolta imprevedibile, significa riconoscere che la partecipazione è anche una forma di negoziazione temporale. Ed è proprio questa apertura, questo decentramento, che rende il processo più complesso ma anche più autentico. È uno degli aspetti che continuo a trovare più stimolanti: lavorare in un tempo che non mi appartiene interamente, ma che si costruisce insieme.

Partecipazione come pratica artistica o come pratica politica?
Per me queste due dimensioni sono inseparabili. Ogni pratica partecipativa è inevitabilmente anche una pratica politica, perché interviene nella ridefinizione delle relazioni di potere, nell’uso dello spazio pubblico e nelle condizioni di visibilità dei corpi e delle voci. Attivare un processo partecipativo significa sempre prendere posizione rispetto a chi può parlare, chi può agire, chi viene visto e ascoltato, e in quali termini. Anche quando non lo dichiara esplicitamente, la partecipazione produce effetti politici reali. Allo stesso tempo, la partecipazione resta per me una pratica artistica a pieno titolo. Non è mai riducibile a un dispositivo sociale o a un’azione di attivismo in senso stretto. Lavora con forme, linguaggi, immaginari, con la costruzione di simboli e di narrazioni condivise. La dimensione estetica non è un rivestimento, ma il luogo in cui il politico può essere percepito, esperito, attraversato in modo sensibile e non didascalico. È proprio nello spazio di intersezione tra queste due dimensioni che si colloca il mio lavoro. L’arte mi consente di creare situazioni in cui il politico non viene imposto come contenuto, ma emerge attraverso l’esperienza, attraverso il corpo, la voce, il movimento, la presenza collettiva. La partecipazione, in questo senso, è un campo di tensione continuo tra forma e azione, tra immaginazione e realtà, tra estetica e responsabilità. È in questa tensione che riconosco la sua forza e la sua necessità oggi.
Quanto il contesto modifica la forma della partecipazione?
Il contesto è determinante. Ogni progetto nasce dall’ascolto del luogo e delle persone che lo abitano. La partecipazione non ha una forma fissa: cambia in base al territorio, alla storia, alle condizioni sociali ed emotive. È sempre situata.
La partecipazione implica sempre una dimensione collettiva?
Sì, ma non necessariamente in una forma esplicita, rumorosa o immediatamente visibile. La dimensione collettiva della partecipazione non coincide con l’idea di massa, di azione sincronizzata o di esposizione pubblica costante. Anche il silenzio, l’ascolto, l’osservazione e una presenza discreta sono forme di partecipazione pienamente legittime. Il collettivo non annulla l’individuo, ma lo mette in relazione, lo situa all’interno di un campo condiviso. Mi risuonano le parole di Hannah Arendt sull’agire politico che nasce sempre nello spazio dell’apparire, uno spazio che esiste solo quando più soggetti sono presenti gli uni agli altri. Tuttavia, apparire non significa necessariamente parlare o agire in modo eclatante: significa esserci, condividere un tempo e uno spazio, rendersi reciprocamente visibili. Un altro riferimento importante per me e per molteplici riflessioni, è Jacques Rancière, che lega la dimensione politica alla ridefinizione di ciò che è visibile, dicibile e pensabile. Da questa prospettiva, partecipare può significare anche occupare una posizione marginale, interrompere un regime di visibilità dominante semplicemente attraverso una presenza che non si conforma alle aspettative. Il collettivo, qui, non è un coro uniforme, ma una costellazione di posizioni eterogenee. Nella mia pratica, questa pluralità di riferimenti si traduce nella volontà di creare contesti in cui il collettivo non sia imposto come forma, ma possa emergere in modo differenziato. La partecipazione non richiede uniformità né visibilità costante: richiede relazione. Ed è proprio in questa relazione – fatta anche di silenzi, distanze e tempi diversi – che il collettivo prende forma senza mai cancellare l’individuo.
Ci racconti come la luce, nel tuo lavoro, diviene “strumento di coesione”?
La luce è prima di tutto un linguaggio immediato e profondamente inclusivo. Non richiede competenze specifiche, non presuppone un sapere specialistico, non esclude. Agisce a livello percettivo, sensibile, quasi primario, attivando una condizione di condivisione che precede la parola e la mediazione concettuale. È qualcosa che tutti attraversiamo allo stesso modo, pur vivendo esperienze diverse: in questo senso, la luce costruisce un terreno comune. Spesso lavoro con la luce nella forma delle luminarie, un dispositivo che porta con sé una memoria collettiva, popolare, rituale. La luminaria non è mai neutra: storicamente convoca, annuncia, segna un tempo eccezionale e trasforma lo spazio ordinario in uno spazio di possibilità. Nei miei lavori, la luce diventa un’infrastruttura simbolica che rende visibile una comunità temporanea, non perché la rappresenti, ma perché la fa esistere nello stesso momento in cui viene attraversata. Allo stesso tempo, la luce è anche un’esperienza corporea. La luce non è un elemento astratto: attraversa i corpi, modifica la postura, il movimento, il modo di stare nello spazio. Nei miei lavori, le persone non guardano semplicemente la luce, ma la abitano, la percorrono, la attraversano insieme. C’è poi una dimensione poetica che considero fondamentale. La luce ha la capacità di sospendere temporaneamente il tempo ordinario, di creare un altrove che non è separato dalla realtà, ma che la rende momentaneamente più porosa. In questo senso, penso anche alla riflessione di Walter Benjamin sull’esperienza e sulla possibilità di interrompere la linearità del tempo storico. La luce apre una soglia: non promette una soluzione, ma un momento di intensità condivisa.
Quando la luce diventa uno strumento di coesione, non lo fa imponendo un messaggio o una forma univoca. Lo fa creando una condizione: uno spazio simbolico e sensibile in cui le persone possono riconoscersi, anche solo per un istante, come parte di qualcosa, direi una comunità fragile, temporanea, non definita, ma reale. Ed è proprio in questa fragilità, in questa durata limitata, che la luce esercita la sua forza: trasformare lo spazio pubblico in un luogo di incontro, di presenza e di possibilità condivisa.
partecipazióne (ant. participazióne) s. f. [dal lat. tardo participatio –onis]. – 1. In generale, il fatto di prendere parte a una forma qualsiasi di attività, sia semplicemente con la propria presenza, con la propria adesione, con un interessamento diretto, sia recando un effettivo contributo al compiersi dell’attività stessa: p. a un’impresa, a una spedizione; la festa ha avuto un’ampia p. di pubblico; al concerto di beneficenza è stata assicurata la p. di alcuni famosi cantanti; […]. In partic., nella vita pubblica delle società democratiche, la collaborazione e l’intervento diretto dei cittadini al funzionamento degli organi di governo o di determinate istituzioni, mediante l’esercizio del diritto di voto e di altri diritti loro riconosciuti: p. popolare, p. democratica; p. diretta (contrapposta a quella che si effettua attraverso organi rappresentativi delegati); la Costituzione della Repubblica Italiana afferma l’esigenza di una «effettiva p. di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»; la p. degli studenti al governo della scuola; la p. degli operai alla gestione delle fabbriche (v. cogestione), ecc. Con riferimento alla vita religiosa comunitaria: la p. dei fedeli alla vita della parrocchia, alle celebrazioni liturgiche; con sign. specifico, nella storia delle religioni, riti di partecipazione, quelli (essenzialmente preghiera, sacrificio, consacrazione) con i quali l’individuo o il gruppo si mette in comunicazione con le potenze superiori, partecipando così in qualche modo alla vita stessa della divinità. […] 3. In senso più soggettivo, sentimento di vicinanza affettiva per cui si condividono, avvertendole e dichiarandole come proprie, le gioie e le pene di altre persone: è stata vivissima la mia p. alla tua vittoria (o alla tua gioia per la meritata vittoria); vi assicuro la mia sincera p. al vostro dolore; ti ringrazio di cuore per la tua p. al nostro lutto. 4. Il fatto di partecipare, cioè di comunicare, di far conoscere ad altri: p. di una lieta notizia. Più com. in senso concr., foglio o biglietto, un tempo scritto a mano e oggi per lo più composto tipograficamente (spesso ornato di fregi, disegni, riproduzioni, simboli di circostanza), con cui si dà notizia a parenti, amici, conoscenti di qualche importante evento.