Martin Puryear è l’artista americano più autorevole del nostro tempo?

di | 20 feb 2026
“Martin Puryear: Nexus”, 2025-2026. Veduta dell’allestimento. Museum of Fine Arts, Boston. © Museum of Fine Arts, Boston

L’autoritratto è tradizionalmente considerato uno dei generi più rivelatori della pratica artistica: si dice che offrire al mondo la propria immagine equivalga a mettersi a nudo di fronte agli altri; che cosa pensare, allora, di Self (1978) di Martin Puryear? Composta da un grande elemento intagliato nel mogano, sormontato da un blocco di cedro, l’opera non rappresenta granché. La sua superficie lignea, nera e sinuosa, ricambia lo sguardo dell’osservatore con un’oscurità densa e profonda.
Self è indubbiamente una scultura di grande fascino visivo, anche se non dice molto sull’identità né sull’aspetto di Puryear ed è proprio questa elusività a costituirne il nucleo concettuale. L’opera, come molti altri sorprendenti lavori dell’artista, ruota intorno a un senso di reticenza. Seduce con l’eleganza delle sue curve e l’accuratezza della costruzione, per poi opporre una resistenza netta nei confronti dell’osservatore, rifiutando qualsiasi spiegazione o chiarimento.
Vi suona familiare? In effetti, la descrizione si adatta facilmente a molte altre sculture di artisti che oggi si confrontano con intricate riflessioni sul tema del rifiuto. Termini come “opacità” o “glissantiano” sono ormai ricorrenti nei comunicati stampa delle mostre dedicate ai giovani artisti: una nuova declinazione del minimalismo sembra affermarsi come tendenza emergente. Per quanto riguarda Martin Puryear, da settant’anni a questa parte il suo lavoro indica la strada a generazioni di scultori.
Si potrebbe considerare l’artista americano vivente più autorevole del nostro tempo? È la domanda che mi sono posto più volte visitando l’interessante retrospettiva di cui è stato protagonista al Museum of Fine Arts di Boston, che in aprile passerà al Cleveland Museum of Art. “Martin Puryear: Nexus” è il titolo, quanto mai appropriato, scelto dal team curatoriale composto da Emily Liebert per il CMA e Reto Thüring per il MFA, con il contributo di Ian Alteveer per la tappa bostoniana. Come l’esposizione mostra con chiarezza, l’opera di Puryear è a tutti gli effetti un nodo cruciale nel mondo dell’arte contemporanea degli ultimi cinquant’anni.

“Martin Puryear: Nexus”, 2025-2026. Veduta dell’allestimento. Museum of Fine Arts, Boston. © Museum of Fine Arts, Boston

Pochi sarebbero disposti a mettere in discussione la grandezza di Martin Puryear, soprattutto dopo la sua partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2019 in rappresentanza degli Stati Uniti. Eppure, fino a tempi molto recenti, la critica tendeva a leggere la sua arte essenziale in chiave formalista, come una pratica interamente incentrata sulla perizia esecutiva e sostanzialmente priva di riferimenti al mondo esterno. In occasione della sua ultima grande retrospettiva negli Stati Uniti, quindici anni fa al Museum of Modern Art, il critico Peter Schjeldahl osservò che la sua opera «generalmente rifugge significati estrinseci».
Una simile interpretazione è stata in parte avallata dallo stesso Puryear quando ha dichiarato: «Appartengo a una generazione per la quale l’opera è l’informazione». E tuttavia la mostra organizzata al MFA di Boston spinge a chiedersi se e in che misura l’arte di Puryear contenga davvero tutte le informazioni necessarie per essere compresa.
Indubbiamente, un’opera come A Column for Sally Hemings (2021), con la sua impugnatura di ferro saldamente infissa in una colonna di marmo scanalato, non rivelerà il suo significato neppure all’osservatore che rimanga a guardarla per ore. Il titolo si riferisce a Sally Hemings, una donna ridotta in schiavitù da Thomas Jefferson che, secondo ricostruzioni storiche tuttora dibattute, avrebbe avuto da lui diversi figli. Il rapporto sessuale non consensuale tra Hemings e Jefferson è evocato dall’unione tra il metallo scuro e il marmo bianco. Anche chi biasima le ricerche degli storici sul rapporto tra i due – come alcuni discendenti di Jefferson – difficilmente si sentirà offeso da un oggetto simile: la sua superficie elegante è leggibile soltanto a chi possiede gli strumenti per decifrarla. L’opera è sì l’informazione, ma un’informazione ampiamente celata.

“Martin Puryear: Nexus”, 2025-2026. Veduta dell’allestimento. Museum of Fine Arts, Boston. © Museum of Fine Arts, Boston

La mostra di Boston è la dimostrazione che le astrazioni di Martin Puryear non sono – e non sono mai state – apolitiche. Il percorso espositivo include opere meno note, come un’acquaforte del 1966-1967 in cui vediamo una forma rovesciata suddivisa in quattro parti, una delle quali è nera, mentre le altre sono beige chiaro. Che cosa rappresenta questa figura, e cosa intende comunicare? Una possibile risposta è suggerita dal titolo: Quadroon, termine di matrice razzista impiegato per designare una persona con un antenato nero, dunque ritenuta “per un quarto nera”.
Con Quadroon, Martin Puryear mostra che l’identità di un artista non è mai del tutto separabile dalla sua opera anche quando sembra il contrario. Puryear lo aveva già suggerito con una xilografia come Head (1965), una delle rare opere figurative riprodotte nel catalogo della mostra. La stampa rappresenta la testa di un uomo nero sopra al vecchio logo di «ARTnews», che all’epoca dedicava raramente la copertina agli artisti neri – come del resto facevano tutte le altre testate del genere. (Anche l’anno successivo, quando presentò un profilo del collettivo artistico Spiral – di cui Puryear non faceva parte – «ARTnews» non mise in copertina l’opera di un artista nero). L’immagine lascia intendere che le “notizie dell’arte” sono le persone stesse, contestando la convinzione diffusa tra molti critici bianchi del secondo dopoguerra secondo cui l’identità e l’esperienza vissuta non avrebbero alcuna incidenza sull’opera.
Tanto più significativo appare quindi il fatto che negli anni settanta le figure umane scompaiano quasi del tutto dal lavoro di Puryear. Con il loro aspetto levigato ed essenziale, questi lavori sono stati spesso interpretati come una risposta all’estetica minimalista dominante in quel decennio. In effetti, Some Lines for Jim Beckwourth (1978), costituita da sette lunghe strisce di cuoio grezzo ritorto tese lungo la parete, presenta un’affinità con il minimalismo e richiama persino, anche se alla lontana, le sculture in filo di Fred Sandback. Tuttavia, il titolo dell’opera di Puryear rimanda alla storia di Jim Beckwourth, commerciante di pelli di ascendenza mista, nato in schiavitù e affrancato in età adulta – un riferimento che Sandback non avrebbe mai introdotto. Anche le tonalità del cuoio – dal rame al marrone scuro, fino al bianco – sembrano sottolineare che l’opera allude a qualcosa di più di quanto appaia a prima vista.
Negli anni settanta e ottanta Puryear continua ad accostare materiali di diversi colori. Nexus(1979), l’opera che dà il titolo alla mostra, è composta da un ramo di cedro piegato fino a chiudersi in un cerchio, con le estremità dipinte rispettivamente di nero e di bianco. Questa forma viene in qualche modo ripresa in Night and Day (1984): un arco di pino dalla forma slanciata diviso in due metà, anch’esse dipinte di bianco e di nero. Che si tratti o meno di variazioni su un tema già presente in Some Lines for Jim Beckwourth non è dato sapere. 

Nexus, 1979. Cedro giallo dell’Alaska, pigmento e gesso. ©Martin Puryear. Courtesy del Museum of Fine Arts di Boston. Collezione Halley K Harrisburg e Michael Rosenfeld, New York

Alcune sculture eseguite dopo Night and Day appaiono ancora più enigmatiche. Alien Huddle(1993-1995), forse l’opera più affascinante nella mostra di Boston, è formata da diverse sfere in legno di cedro incastrate in modo talmente serrato e con una tale precisione da far sembrare quasi impossibile separare gli spicchi di cui sono composte. Looking Askance (2023), invece, ha la forma di una testa stilizzata, con occhi sporgenti e un naso triangolare; curiosamente, è priva di bocca.

Alien Huddle, 1993-1995. Cedro rosso e pino. ©Martin Puryear. Courtesy del Museum of Fine Arts di Boston

Queste opere vengono spesso definite “silenziose”, aggettivo che suggerisce una riluttanza a esprimersi.
Non pochi vorrebbero che le sculture di Martin Puryear alzassero la voce, dicessero di più. E tuttavia, in virtù di quella che sembra a tutti gli effetti una scelta deliberata, l’artista non è mai stato incline a esporsi in modo diretto. Nel 1991, quando un giornalista del «Chicago Tribune» gli domandò se il suo lavoro riguardasse la questione razziale, Puryear si limitò a rispondere: «Probabilmente è un punto su cui si potrebbe indagare, ma non intendo addentrarmi nella questione, perché preferisco rispettare la mia complessità». Una dichiarazione che si potrebbe facilmente immaginare sulla bocca di un giovane partecipante alla Whitney Biennial degli ultimi anni.
Puryear non ha dunque nessuna intenzione di spiegarci la propria opera, né è tenuto a farlo. Sta a noi, piuttosto, osservarla e ascoltarla con attenzione. Almeno un lavoro in mostra allude esplicitamente a bisbigli che non sono fatti per essere uditi da tutti: Confessional (1996-2000), una massa lignea rivestita da una rete metallica trattata con catrame. L’area non dipinta della scultura ricorda vagamente una porta munita di maniglia, che sormonta una specie di scalino posto sul pavimento, come a invitare l’osservatore a inginocchiarsi. Eppure, la porta non può essere aperta, e Confessional non può neanche essere toccato. Ciò che si nasconde sotto la trama protettiva della rete resta inaccessibile; ma immaginarlo è senza dubbio parte del piacere dell’opera.

Confessional, 1996-2000. Rete metallica, graffe, chiodi, barre d’acciaio, catrame, vari tipi di legno. Museum of Fine Arts, Boston. ©Martin Puryear. Courtesy del Museum of Fine Arts di Boston

Da «ARTnews US».