I 22 migliori film su figure di artisti

di | 21 feb 2026
Terry Notary (sul tavolo) in The Square (2017). Foto: © Magnolia Pictures. Courtesy Magnolia Pictures

A differenza di poliziotti e supereroi, gli artisti arrivano di rado sul grande schermo, ma quando accade lasciano il segno. I film che li vedono protagonisti vanno dai biopic alle satire sul mondo dell’arte e, come accade in ogni storia filtrata da Hollywood, la fedeltà ai fatti cede facilmente il passo all’intrattenimento.
Se siete amanti dell’arte, questo genere cinematografico offre comunque spunti interessanti. Di seguito un elenco dei film più riusciti:

Artisti e modelle (1955)

Tra i registi degli studios della vecchia Hollywood, Frank Tashlin è stato un critico ante litteram della cultura pop, che osservava e sovvertiva con sguardo ironico e dissacrante. Negli anni Cinquanta passò dalla realizzazione dei Looney Tunes per la Warner Bros. alla regia di film che sbeffeggiavano Hollywood, Madison Avenue e il mondo del rock’n’roll. Per la commedia musicale Artisti e modelle, Tashlin collaborò con Dean Martin e Jerry Lewis, all’epoca il duo comico più famoso d’America. Nonostante il titolo, Artisti e modelle non parla tanto di arte quanto del «moral panic» suscitato in quegli anni dai fumetti. Martin veste i panni di Rick, pittore in cerca di fortuna che divide l’appartamento con Eugene (Lewis), un grande appassionato di strisce – probabilmente la prima figura di questo tipo nella storia del cinema – che di notte sogna trame horror e le racconta nel sonno fornendo ispirazione a Rick. Nello stesso palazzo vivono sia la disegnatrice sia la modella del fumetto preferito di Eugene, la «Donna Vampiro», interpretate rispettivamente da Dorothy Malone e Shirley MacLaine: tra i quattro nasce un intreccio sentimentale che dà il via a una girandola di gag visive e trovate comiche in un’esplosione di Technicolor.

Brama di vivere (1956)

Diversi attori, tra cui Tim Roth e Willem Dafoe, hanno interpretato il pittore olandese post-impressionista che si mutilò un orecchio e morì a causa della ferita al ventre che si era procurato con un colpo di pistola. Ma nessuno ha incarnato Vincent van Gogh con l’esuberanza travolgente di Kirk Douglas, che ne fa un outsider incendiario distrutto dal proprio genio. La sua recitazione raggiunge l’apice in scene come quella in cui Van Gogh tiene la mano sopra una candela accesa davanti al fratello Theo per dimostrare la sua dedizione all’arte. Non meno esplosivi sono i dialoghi tra il pittore e Paul Gauguin (interpretato dal magistrale Anthony Quinn), con cui condivide una casa ad Arles. Nel momento cruciale dell’automutilazione, Douglas sbatte la testa contro uno specchio, digrignando i denti di fronte al proprio riflesso, mentre la macchina da presa si allontana lasciando che sia l’urlo a riempire la scena. Classico del genere, Brama di vivere contribuì forse più di qualsiasi altro film a consacrare Van Gogh come fenomeno pop.

La bocca della verità (1958)

In questa commedia britannica del dopoguerra, Sir Alec Guinness interpreta Gulley Jimson, pittore squattrinato e senza scrupoli, consumato da una dedizione maniacale per la propria arte. Approfittando dell’assenza dei Beeder, una coppia di collezionisti dell’alta società partita per un lungo soggiorno all’estero, Jimson si installa nel loro lussuoso appartamento londinese. Senza che glielo abbiano chiesto, decide di dipingere un grande murale nel salotto e arruola una banda di personaggi strampalati che si stabiliscono in casa con lui. Nel frattempo, il suo rivale artistico Abel, venuto a conoscenza dell’opportunità, irrompe nell’appartamento pretendendo uno spazio in cui realizzare una scultura commissionata dalle ferrovie britanniche. Jimson si rifiuta, ma mentre è fuori Abel introduce in casa un enorme blocco di marmo, che sprofonda nell’appartamento sottostante (per fortuna anch’esso vuoto) creando nel pavimento un’enorme voragine in cui i Beeder finiranno per cadere al loro ritorno. Condita dal sarcasmo tipico dello humour inglese, La bocca della verità è una satira di classe che mette a confronto l’ordine e il decoro del privilegio con l’anarchia della libertà artistica.

La signora e i suoi mariti (1964)

Questa spassosa commedia degli anni Sessanta ha per protagonista Shirley MacLaine nel ruolo di Louisa, rimasta vedova ben quattro volte perché tutti i suoi mariti muoiono dopo essere diventati ricchi e famosi grazie al suo involontario intervento. Uno di loro è Larry (interpretato da Paul Newman), un artista americano a Parigi che preferisce fare la fame piuttosto che scendere a compromessi. Larry ha inventato un braccio meccanico capace di trasformare in pennellate diversi suoni – che per lui sono quelli prodotti dal battere pentole, usare un trapano o suonare i bonghi – con risultati assolutamente invendibili. Un giorno, Louisa mette un disco di musica classica per vedere che cosa succede… et voilà, il marchingegno produce poetiche campiture di colore che proiettano Larry nell’olimpo dell’arte. Com’era prevedibile, il successo gli dà alla testa: installatosi in uno château fuori Parigi, passa le giornate a “dirigere” una piccola “orchestra” di macchinari che sfornano opere in serie, finché questi non si rivoltano contro di lui e lo uccidono. Sorprendentemente accurato nel restituire l’atmosfera del Nouveau Réalisme, il film include anche una scena in cui un’artista spara contro una tela cosparsa di palloncini pieni di vernice, evidente omaggio a Niki de Saint Phalle.

Il tormento e l’estasi (1965)

Charlton Heston, leggenda hollywoodiana dalla mascella scolpita e fervente sostenitore del Secondo Emendamento, è forse più ricordato per come recitava le battute che per le pellicole in cui compariva (come dimenticare il suo celebre grido in Il pianeta delle scimmie: «Voi uomini! L’avete distrutta! Maledetti per l’eternità, tutti!»?). Il tormento e l’estasi, film sulla realizzazione della volta della Cappella Sistina, trabocca di dialoghi enfatici che Heston declama con voce tonante nei panni di Michelangelo, affiancato da Rex Harrison nel ruolo del committente papa Giulio II. «Perché porti degli sciocchi a giudicare il mio lavoro?», grida l’artista quando il pontefice fa entrare un gruppo di cardinali scandalizzati dall’eccesso di nudità negli affreschi. È questo il tormento che dilania Heston/Michelangelo mentre lavora sdraiato su un’alta impalcatura, con i pennelli stretti fra i denti. Puro melodramma hollywoodiano, Il tormento e l’estasi offre un tripudio di costumi sfarzosi e di solenni banalità sull’arte, conservando, a quasi sessant’anni dall’uscita, tutto il suo irresistibile fascino kitsch.

Andrej Rublëv (1966)

Noto per le narrazioni evocative e l’estetica visionaria, Andrej Tarkovskij è considerato uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Il suo stile inconfondibile permea Andrej Rublëv, film dedicato alla vita del pittore di icone russo del XV secolo venerato nella tradizione nazionale. Ispirato solo in parte a fatti reali, il film trasforma Rublëv in una sorta di emblema dell’anima russa, la cui devozione spirituale riflette il ruolo centrale della Chiesa ortodossa nella formazione dell’identità del Paese. Non sorprende che questo accento sulla religione abbia portato alla censura dell’opera in Unione Sovietica, dove l’ateismo era politica di Stato. Ambientato in un periodo di guerre fratricide e invasioni tartare, Rublëv si dispiega come un racconto di ampio respiro in cui battaglie epiche fanno da sfondo al cammino di un monaco errante in cerca di libertà artistica. La narrazione è articolata in otto episodi, preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo che si chiude con una scena fantasiosa e anacronistica: un volo in mongolfiera tre secoli prima dalla sua invenzione.

Camille Claudel (1988)

Fino a tempi recenti, il contributo delle donne alla storia dell’arte è stato molto meno visibile – quando non del tutto ignorato – rispetto a quello degli uomini, e molte delle artiste riconosciute sono rimaste nell’ombra di mariti o amanti che, guarda caso, erano artisti celebri. È il caso di Camille Claudel, scultrice francese dell’Ottocento che fu amante, modella e occasionalmente anche collaboratrice di Auguste Rodin. Nata in una famiglia cattolica osservante, Claudel (interpretata da Isabelle Adjani) si ribellò alla rigida educazione ricevuta e alle convenzioni che definivano il ruolo delle donne dell’epoca, rivendicando con determinazione la stessa libertà concessa agli uomini nelle proprie ambizioni artistiche e nella vita privata. La relazione con Rodin (interpretato da Gérard Depardieu), già sposato, le portò inizialmente una certa notorietà, ma le continue infedeltà del maestro segnarono la fine del loro legame. Con il passare degli anni, Camille diventò paranoica e insicura del proprio talento, arrivando persino a distruggere le proprie opere. Finì per essere internata in un manicomio, nonostante sostenesse con forza di essere sana di mente. Il film ottenne due nomination agli Oscar, tra cui una per la straordinaria interpretazione di Adjani.

Il mio piede sinistro (1989)

Daniel Day-Lewis vinse il primo dei suoi Oscar come miglior attore per l’interpretazione dell’artista irlandese Christy Brown, colpito da paralisi cerebrale fin dall’infanzia. Come suggerisce il titolo, dipingeva con il piede sinistro, l’unico arto che riusciva a controllare. Fu un ruolo estremamente impegnativo, che Day-Lewis affrontò con il rigore assoluto del metodo Stanislavskij restando nel personaggio per tutta la durata delle riprese, al punto da farsi spostare in sedia a rotelle e persino imboccare dalla troupe. L’unica cosa che non riuscì a fare fu dipingere davvero con il piede sinistro: dovette usare il destro, ricorrendo a uno specchio per girare alcune scene. Pur non mancando di momenti più leggeri, il film deve molto alla straordinaria verosimiglianza di Day-Lewis, che accentua la natura profondamente drammatica del trionfo personale di Brown contro ogni aspettativa.

Surviving Picasso (1996)

Oggi la percezione del genio artistico di Picasso è spesso offuscata dal suo machismo – e non senza motivo. Il pittore divideva le donne in due categorie: zerbini usa e getta oppure dee da venerare – fino a quando, inevitabilmente, non finivano per diventare a loro volta zerbini. Nella scia di vittime che Picasso lasciò dietro di sé, solo una – secondo questa produzione firmata Merchant-Ivory – riuscì a opporsi ai suoi soprusi: Françoise Gilot (interpretata da Natascha McElhone, che affianca Anthony Hopkins nei panni di Picasso). Tratto dal libro di Arianna Huffington, Surviving Picasso adotta il punto di vista della donna che lotta strenuamente per non cedere del tutto al fascino manipolatore del pittore. Detto ciò, il film si regge interamente sull’energia carismatica e l’egocentrismo quasi disumano del protagonista, totalmente indifferente a chiunque gli stia accanto. Curiosamente, il racconto si apre con Picasso nella Parigi occupata dai nazisti, forse l’unica fase della sua vita in cui avrebbe avuto davvero motivo di preoccuparsi di chi aveva intorno – cioè la Gestapo. Eppure, anche in quella circostanza l’artista sembra infischiarsene allegramente. I familiari di Gilot e di Picasso si sono rifiutati di collaborare alla realizzazione del film, limitando la possibilità di mostrare integralmente le opere dell’artista.

Artemisia – Passione estrema (1997)

Questo biopic dedicato alla figura di Artemisia Gentileschi (1593-1656) presenta la pittrice – interpretata da Valentina Cervi – come un’antesignana del femminismo. Da suo padre, il manierista Orazio Gentileschi, eredita la passione per l’arte. Pur non avendo accesso agli studi accademici in quanto donna, può frequentare liberamente il suo studio, dove impara a disegnare, preparare i colori e dipingere. A diciassette anni subisce la violenza dell’artista Agostino Tassi, suo insegnante di prospettiva, ma decide comunque di proseguire la relazione con lui. Il film ruota attorno alla scoperta della liaison da parte del padre Orazio e sul processo per stupro che questi intentò contro Tassi. Le udienze finirono però per trasformarsi in un processo alla stessa Artemisia: per accertare la veridicità della sua testimonianza, la giovane fu sottoposta a una visita ginecologica pubblica e poi alla tortura delle corde che le divaricavano le dita. Ciononostante, continuò a dichiarare che la relazione con Tassi fosse stata consensuale – un punto su cui il film insiste, interpretandolo come affermazione dell’autonomia di una donna moderna che rivendica la propria libertà in un mondo dominato dal privilegio maschile.

Pollock (2000)

L’interpretazione di Ed Harris nei panni dell’esponente più celebre dell’Espressionismo astratto gli è valsa una nomination all’Oscar come miglior attore. Pollock ricostruisce fedelmente la vita dell’artista che, tra problemi di alcol e demoni interiori – forse anche legati a una certa ambiguità nella sfera sessuale – sembrava nata per essere raccontata al cinema. In quello che è anche il suo esordio alla regia, Harris evoca con precisione l’atmosfera del mondo dell’arte newyorkese negli anni Quaranta e Cinquanta, tratteggiando figure come lo scopritore di talenti Howard Putzel (Bud Cort) e il critico Clement Greenberg (Jeffery Tambor), tra i primi a sostenere Pollock per poi relegarlo rapidamente nel passato. Un ruolo altrettanto centrale spetta alle donne della sua vita: la moglie, la pittrice Lee Krasner (Marcia Gay Harden, premiata con l’Oscar per la sua interpretazione), e la mecenate Peggy Guggenheim (Amy Madigan, moglie di Harris), che trasformò Pollock da artista squattrinato che pagava la spesa con le sue tele in una star dell’arte immortalata sulle pagine di «Life». Notevole anche la straordinaria somiglianza fisica tra Pollock e Harris, che per rendere il personaggio più autentico imparò davvero a dipingere come lui.

La ragazza con l’orecchino di perla (2003)

La ragazza con l’orecchino di perla, interpretato da Scarlett Johansson e Colin Firth, esplora uno dei misteri più suggestivi della storia dell’arte: l’identità della modella del celebre capolavoro realizzato da Johannes Vermeer nel 1665. Ispirato al bestseller di Tracy Chevalier, il film immagina che si tratti di Griet (Johansson), una giovane domestica al servizio del pittore (Firth). La narrazione ruota attorno all’ambigua tensione erotica tra i due e alla crescente attrazione che si sviluppa parallelamente tra la ragazza e Pieter, il figlio del macellaio locale (interpretato da Cillian Murphy). Anche il mecenate di Vermeer, Van Ruijven (Tom Wilkinson) – uomo di cui è noto l’atteggiamento predatorio nei confronti delle serve – prova attrazione per Griet e chiede a Vermeer di farla lavorare per lui, ma quando l’artista rifiuta cerca di abusare della ragazza. Girato con una fotografia che riproduce con straordinaria sensibilità l’estetica di Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla è, in fondo, un melodramma casto e trattenuto che offre risposte a domande (come l’origine dell’orecchino del titolo) di cui forse non si sentiva davvero la necessità.

Klimt (2006)

È difficile spiegare perché la Vienna fin de siècle sia stata un concentrato di correnti legate alla sfera psicosessuale, se non forse con il fatto che costituiva il fulcro di un impero decadente, sospeso su una polveriera di etnie in conflitto riunite alla rinfusa sotto un’unica bandiera. Fu lì che Sigmund Freud elaborò le sue teorie sull’inconscio, Gustav Mahler compose sinfonie eterogenee ed emotivamente dissonanti ed Egon Schiele dipinse immagini erotiche al limite dell’osceno. E poi c’era Gustav Klimt, qui interpretato da un John Malkovich in forma smagliante. Sebbene l’artista sia stato tra i fondatori della Secessione viennese, il film si concentra soprattutto sulla sua vita sessuale, raccontata attraverso flashback in ordine sparso mentre, ormai anziano e allettato in ospedale, viene sottoposto a un trattamento a base di mercurio per una sifilide in stato avanzato. Emergono così le numerose amanti e i molti figli illegittimi, riconosciuti e non, una delle quali lavorava in un bordello da lui frequentato. Klimt mescola costumi d’epoca ed esasperazioni melodrammatiche, costruendo un racconto in cui l’arte passa in secondo piano rispetto a una drammaturgia volutamente sopra le righe.

Séraphine (2008)

Questa produzione francese racconta la storia vera di Séraphine Louis (Yolande Moreau), una domestica di mezza età diventata pittrice autodidatta. Ispirata dalla sua profonda fede e dalle vetrate della cattedrale del paese, la donna inizia a realizzare nature morte e studi floreali in uno stile primitivista dai tratti quasi allucinatori. Le sue opere attirano l’attenzione del famoso critico e collezionista tedesco Wilhelm Uhde (Ulrich Tukur), il quale la incoraggia nonostante lei continui a ripetere di essere soltanto una semplice domestica. Costretto a lasciare la Francia allo scoppio della Prima guerra mondiale, Uhde vi fa ritorno nel 1927 e ricomincia ad acquistare e vendere i lavori di Séraphine, garantendole un piccolo sostegno economico. La notorietà appena conquistata, tuttavia, sconvolge il suo equilibrio emotivo: si compra un abito da sposa pur non avendo alcuna prospettiva di matrimonio e inizia a indossarlo in pubblico, suscitando sospetti sulla sua sanità mentale. La Grande Depressione pone fine alla sua carriera e Séraphine finisce rinchiusa in manicomio per via dei suoi comportamenti sempre più irregolari. Il film offre immagini intense della sua comunione con la natura e riflette sulle difficoltà di un’outsider che, per un breve momento, vede riconosciuto il proprio talento.

Turner (2014)

Sebbene la sua fama di artista si estenda ben oltre i confini del Regno Unito, in patria J.M.W. Turner è considerato un vero e proprio eroe nazionale. Questo biopic ha per protagonista Timothy Spall – il noto attore della saga di Harry Potter – che con ruvida intensità veste i panni del rivoluzionario pittore negli ultimi venticinque anni della sua vita (prova che è valsa a Spall il premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes). Turner affronta la morte dell’adorato padre, il rapporto – a tratti anche carnale – con la devota governante Hannah Danby e la relazione discreta con Mrs. Booth, proprietaria della pensione sul mare in cui alloggia. Il film mostra la sua competitività in una scena cruciale ambientata alla mostra della Royal Academy del 1832: notando quanto più smorzata appaia una sua marina rispetto al paesaggio di John Constable esposto accanto, decide d’istinto di surclassare il rivale aggiungendo alla tela un tocco di rosso sgargiante, che trasforma con maestria in una boa galleggiante tra le onde in primo piano.

Big Eyes (2014)

Tim Burton, da sempre attratto da figure eccentriche e marginali – siano esse inventate (come Edward Mani di Forbice) o reali (come Ed Wood, il regista di Plan 9 From Outer Space) – ha trovato un materiale narrativo perfetto nella bizzarra storia vera che si cela dietro gli onnipresenti ritratti kitsch di bambini dagli occhi enormi, da cui il titolo Big Eyes. La vicenda ruota attorno a Margaret Kean (Amy Adams), autrice dei dipinti, e al marito Walter (Christoph Waltz) che se ne attribuì la paternità. Quando i due si incontrano, Walter spaccia già per propri certi stereotipati scorci parigini realizzati da un altro pittore. Con Margaret ripete lo stesso copione: si appropria delle sue immagini riproducendole su poster, piatti, tazze e souvenir che vanno letteralmente a ruba. All’inizio lei non obietta, finché non scopre l’imbroglio iniziale; quando gli comunica di volersene andare, Walter la minaccia di morte arrivando quasi a incendiare la loro casa. Fuggita alle Hawaii, Margaret smaschera l’uomo e lo denuncia per diffamazione dopo che lui, in un’intervista, cerca di farla passare per pazza. In una delle scene più esilaranti del film, Walter – che decide di difendersi da solo – arriva a controinterrogare sé stesso durante il processo. La storia di Big Eyes è così assurda che forse solo un autore come Burton poteva renderle davvero giustizia.

Monuments Men (2014)

Mentre Woman in Gold tratta di uno specifico caso di arte trafugata dai nazisti, Monuments Men racconta il saccheggio sistematico compiuto dal Terzo Reich ai danni del patrimonio storico-artistico europeo. Il film, diretto da George Clooney e interpretato da un cast stellare, è ambientato negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale e ripercorre le vicende di un’unità di esperti d’arte dell’esercito statunitense incaricata di rintracciare e recuperare le opere sottratte dai tedeschi. La portata della razzia fu enorme: sculture, pale d’altare e dipinti iconici erano stati requisiti per arricchire le collezioni di alti gerarchi come Hermann Göring o per allestire il Führermuseum che Hitler progettava per la sua città natale, Linz. Con il Reich ormai allo stremo, molte di queste opere furono nascoste sottoterra, in gallerie e miniere abbandonate. Poiché gli ufficiali americani al fronte non volevano rischiare la vita dei soldati per l’arte, i Monuments Men dovettero operare senza rinforzi. Condito da scambi di battute tra Clooney e i co-protagonisti, tra cui Matt Damon, Bill Murray e John Goodman, il film si chiude con la drammatica corsa contro il tempo dei nostri eroi che cercano di mettere in salvo un prezioso deposito di opere mentre un’unità dell’esercito russo a caccia di bottino è ormai sulle loro tracce.

Woman in Gold (2015)

Con uno sguardo più sobrio sull’eredità di Klimt, Woman in Gold racconta la storia del recupero, a sessant’anni dalla sua confisca da parte dei nazisti, del celebre Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907). La vicenda ripercorre la battaglia legale di sette anni che la nipote della donna ritratta, Maria Altmann (Helen Mirren), intraprese contro il governo austriaco, entrato in possesso del dipinto in circostanze quanto meno discutibili dopo l’Anschluss nazista. Commissionato nel 1903 dal marito di Adele, Ferdinand, ricco imprenditore ebreo viennese, il ritratto era stato soprannominato la “Gioconda d’Austria”. Nel 1941 i nazisti confiscarono il quadro insieme agli altri beni della famiglia Bloch-Bauer dietro false accuse di evasione fiscale, sebbene a quell’epoca Ferdinand fosse già fuggito dal Paese. In precedenza Adele – morta nel 1925 – aveva però lasciato il dipinto in eredità al Belvedere di Vienna, che ne rivendicò la proprietà appellandosi a questa disposizione. Nella causa intentata da Altmann presso la Corte federale degli Stati Uniti, fu sostenuto che l’opera non poteva essere considerata parte dell’eredità di Adele poiché apparteneva legalmente al marito, e che in ogni caso il Belvedere l’aveva acquistata dai nazisti. Alla fine, la Corte Suprema americana si pronunciò a favore di Altmann. Nel 2006 l’Austria restituì finalmente il dipinto, che Altmann vendette alla Neue Galerie di New York, di proprietà di Ronald Lauder, per la cifra (ai tempi) record di 135 milioni di dollari.

Egon Schiele (2016)

Come Klimt, anche il suo contemporaneo Egon Schiele è diventato una leggenda. Non sorprende, quindi, che anche lui sia il protagonista di un biopic – in cui peraltro Klimt ricopre un ruolo centrale come suo sostenitore e difensore. Questa coproduzione austro-lussemburghese in lingua tedesca ruota attorno alle due muse di Schiele: la sorella Gerti (che posa nuda per lui) e Wally, una modella che aveva lavorato per Klimt poi immortalata da Schiele nel celebre ritratto del 1915. Tra i due nasce un amore passionale, benché all’epoca Schiele fosse coinvolto in altre relazioni, ufficiali e non. Il fatto che utilizzasse altre modelle giovanissime non sfugge ai vicini ficcanaso, che lo denunciano alla polizia. L’artista viene processato per atti osceni con minori, ma un abile avvocato – incaricato da Klimt – ottiene l’archiviazione dimostrando che la “virtù” delle ragazze è rimasta intatta. Come nel film dedicato a Klimt, anche quello su Egon Schiele tende a sensazionalizzare la vicenda; del resto, considerando il soggetto, come poteva essere altrimenti?

Final Portrait – L’arte di essere amici (2017)

L’attore australiano Geoffrey Rush veste i panni del modernista svizzero-italiano Alberto Giacometti in questo film scritto e diretto da Stanley Tucci. La storia è incentrata sul rapporto tra Giacometti e James Lord (Armie Hammer), critico americano la cui autobiografia ha fornito la base per la trasposizione cinematografica. Durante una visita a Parigi, Lord passa dallo sgangherato studio dell’artista, che gli chiede di posare per un ritratto. Lusingato, l’americano accetta, e mentre l’eloquente e trasandato Giacometti gli assicura che le sedute di posa dureranno al massimo due giorni, il lavoro si protrae per tre settimane: un periodo più che sufficiente per far emergere tensioni e conflitti, tra cui il matrimonio in crisi dell’artista e la sua incauta relazione con una prostituta. Lord si fa sempre più impaziente e irritato vedendo che Giacometti continua a cancellare il lavoro del giorno precedente per ricominciarlo da capo. Rush ritrae l’artista come un genio che, nonostante il successo, è lacerato da profonde insicurezze; inoltre, la sua somiglianza dell’attore con Giacometti è straordinaria, proprio come quella di Harris con Pollock.

The Square (2017)

Questa commedia nera europea affronta con sguardo tagliente diverse questioni culturali sensibili, tra cui i social media, l’immigrazione e la crescente aziendalizzazione dell’arte. Christian (Claes Bang), curatore di un museo di Stoccolma, ha il suo bel da fare: ha appena trascorso una notte di sesso con una giornalista (Elisabeth Moss) di cui non ricorda neppure il nome; subito dopo gli vengono rubati portafoglio e cellulare, che riuscirà a recuperare solo attraverso una serie di vicende rocambolesche, tra cui la consegna di un pacco in un 7-Eleven e un acceso confronto con un ragazzino arabo la cui famiglia lo accusa di essere un ladro; non ultimo, deve inaugurare un’installazione all’aperto chiamata The Square, un quadrato luminoso incassato nel cortile del museo che vuole essere un «santuario di cura e fiducia». Tutto questo, però, non è considerato abbastanza accattivante dall’agenzia di PR incaricata di promuovere l’evento, che decide quindi di pubblicare su YouTube un finto video di un attacco terroristico al pezzo per attirare l’attenzione. In un’altra scena memorabile, una cena di gala viene sconvolta dalla performance di un muscoloso uomo-scimmia a torso nudo che si aggira tra i tavoli emettendo versi animaleschi. Prendersi gioco dell’arte contemporanea è un po’ come sparare sulla croce rossa? Certamente sì, ma The Square lo fa con stile.

Il visionario mondo di Louis Wain (2021)

Il film ha per protagonista Benedict Cumberbatch nel ruolo dell’artista vittoriano Louis Wain, la cui opera è conosciuta più per le riproduzioni nei testi di psicopatologia che per le esposizioni nei musei. Illustratore commerciale di successo e autore di libri per bambini, Wain iniziò la sua progressiva discesa nel disagio mentale dopo la perdita della moglie, morta per un tumore al seno. Negli ultimi giorni di vita di lei, aveva cominciato a disegnare l’amato gatto Peter per confortarla. In seguito, Peter divenne il suo soggetto prediletto: nel corso degli anni Wain ne trasformò radicalmente la raffigurazione, passando da un tratto naturalistico a forme sempre più distorte e quasi irriconoscibili, in sintonia con il deteriorarsi della sua salute mentale (da qui l’interesse di molti studi psicologici per la sua opera). Sebbene la storia di Wain non abbia avuto un lieto fine – fu ricoverato in diversi istituti via via che il suo comportamento diventava sempre più irregolare e violento – il film la racconta, almeno nella prima parte, con una certa leggerezza, accentuata dall’interpretazione di Cumberbatch che tratteggia il protagonista come un eccentrico outsider, ruolo nel quale l’attore eccelle.

Da «ARTnews US».

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