Ritratti: Beatrice Favaretto

Beatrice Favaretto (1992, Treviso) vive tra Roma e Venezia. È un’artista visiva la cui ricerca indaga la rappresentazione della sessualità e del desiderio nel contemporaneo, così come l’uso del corpo come strumento di analisi collettiva. Nel 2025 ha vinto l’Italian Council (14ª edizione) promosso dal Ministero della Cultura con il progetto internazionale Hold me while I’m Naked, sviluppato tra Stati Uniti e Messico a partire dal confronto con Annie Sprinkle e Beth Stephens. Finalista ad ArteVisione24 nel 2024 e al Biennale College Arte nel 2021, nel 2023 ha vinto il Premio Lydia e nel 2020 l’Artists’ Film Italia Recovery Fund Award. Il suo lavoro è stato presentato in istituzioni quali PAC Milano, MACRO Roma, MART Rovereto, MAMbo Bologna, Fondazione Bevilacqua La Masa Venezia e in spazi internazionali come Onomatopee (Eindhoven) e The One Minutes Foundation (Amsterdam). Ha partecipato a residenze, tra le altre, presso Fondazione Antonio Ratti, Nuovo Forno del Pane, NAM – Not a Museum e Fondazione Bevilacqua La Masa.

Beatrice Favaretto ha a che fare con i corpi, sono il suo campo (libero) di ricerca. Quelli di carne e ossa, quelli delle persone che incontra e delle comunità che attraversa, ma anche quelli che, attraverso il suo lavoro, diventano immagini, superfici, presenza digitale. La sintesi tra queste dimensioni non sta in un semplice passaggio tecnico dal reale al virtuale: sta nel suo modo di intendere la pratica artistica come spazio di relazione. Non si limita a osservare o a riprendere; costruisce legami tra idee e persone, mette in comunicazione esperienze differenti, crea condizioni di prossimità.
Beatrice lavora in un territorio instabile. Non perché scelga temi controversi, ma perché entra in zone che normalmente vengono moralizzate o neutralizzate dalla retorica. I soggetti che coinvolge non sono icone e nemmeno vengono trattati come superfici simboliche. Sono il luogo concreto di tensione, desiderio, esposizione, vulnerabilità, discussione.

Nel lavoro di Favaretto il corpo non è mai solo individuale. È sempre collettivo. È un corpo che appartiene a una comunità – come ben rappresentato nel progetto The Pornographer –, che si costruisce nello sguardo dell’altro, che si modifica quando viene registrato, montato, reso immagine digitale. Una trasformazione radicale del contenuto tattile, un’elaborazione che diviene centro del dispositivo di volta in volta utilizzato. Beatrice non documenta, non testimonia. Costruisce le condizioni per rileggere contenuti dati per scontati sotto una luce inedita.
Le sue opere nascono dentro relazioni concrete. Incontri, conversazioni, scambi e scontri. Prima di diventare video, installazione o disegno, il lavoro è un campo relazionale. È qui che si produce la materia prima: non nell’opera di per sè, ma nello spazio intermedio tra artista e soggetto. Quando l’opera prende forma, ciò che vediamo è già il risultato di una traduzione: tra lingue e contesti culturali, tra esperienze e forme. Nella sua pratica i vissuti diventano immagini, l’intimità si converte a dispositivo pubblico e la comunità viene resa come racconto. Ovunque vada costruisce reti di amicizia e collaborazione che diventano parte integrante del lavoro. Da sottolineare come le opere non nascano mai in isolamento, ma dentro un tessuto relazionale che le sostiene e le trasforma.
Beatrice conosce bene la distanza tra realtà e rappresentazione. Non confonde mai le due dimensioni ma le abbraccia entrambe. La sessualità, la pornografia e tutti gli immaginari che vi gravitano attorno non sono per lei né oggetti di provocazione né contenuti da legittimare politicamente: sono linguaggi. Come ogni linguaggio, sono territori condivisi, aree sature di immagini e interpretazioni che Favaretto riattraversa e riscrive con curiosità personale e al contempo rigore scientifico come nei video totem di Piss Fountain. È un’artista interessata al modo in cui i pensieri vengono pensati, i racconti vengono raccontati e agli immaginari che ne scaturiscono, pone il dubbio su come questi possano essere percepiti e ridiscussi dal pubblico.

Beatrice non ha morale. Non perché sia cinica o indifferente, ma perché sospende il giudizio. Non ha remore nel maneggiare storie, fragilità, esperienze intime e le trasforma in un oggetto terzo. Attraverso la finzione e la ricostruzione formale, l’esperienza privata perde la sua chiusura biografica o autobiografica e diventa spazio di proiezione condivisa. L’opera non protegge e nemmeno denuncia: espone. E nell’esposizione crea possibilità.
Beatrice, quando è al bar, beve prosecco o birra perché è estremamente concreta. Guarda le cose per quello che sono e le accetta come tali. Le organizza, le struttura, le mette in scena. Si sporca le mani nella complessità delle relazioni, nel confronto diretto con chi partecipa ai suoi lavori. Questa concretezza le permette una formalizzazione precisa anche partendo dai contesti più complessi o dai materiali più grezzi. Le immagini che produce sono evocative e al contempo nette, costruite ma veritiere, quasi sempre luminose. L’apparente leggerezza generata è frutto di un processo denso. Favaretto ride spesso, seriamente.
Talvolta Beatrice entra lei stessa nel lavoro, mettendosi a nudo in senso letterale o simbolico, come accaduto nella produzione di Multiple Maniacs. Non si tratta di un mero gesto narcisistico, piuttosto di assunzione di responsabilità. La presenza dell’artista dentro l’opera riduce la distanza critica, rende evidente che il dispositivo non è e non può essere neutro. È una TAZ, zona temporaneamente autonoma, con regole e parametri relazionali interni, spesso di difficile comprensione a un occhio esterno. Che piaccia o meno.
Di fondo, nell’osservare il lavoro di Beatrice Favaretto nel suo complesso, a emergere è una pratica che si muove tra controllo e vulnerabilità. Tra misura ed esposizione. Tra corpo reale e corpo rappresentato. L’aspetto interessante è che Favaretto non cerca di stabilizzare queste polarità. Le mantiene attive. È in questa tensione irrisolta che il suo lavoro trova forza, riuscendo a diffondersi e a minare le nostre consuetudini percettive e morali.
Il gesto di Beatrice non è mai scandaloso, ma nemmeno è consolatorio. È preciso. Riapre immagini che credevamo già consumate e le restituisce a una dimensione di possibilità. Non ci chiede di aderire, né di giudicare. Ci chiede di guardare meglio.
