Mal d’archivio all’italiana. Tre lezioni da Camera Torino

Io ti chiedo scusa, Jacques Derrida. Ti chiedo scusa perché, quando tanti anni fa lessi il tuo Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, pensai che tu stessi facendo lo stesso errore di tanti, forse tutti, i filosofi francesi del secolo scorso. Pensai che quel libro vedesse rapporti di potere là dove non c’erano, cioè un po’ dappertutto; che la questione fosse ben più semplice di come la decostruivi; che nei processi di archiviazione, più che i rapporti di potere, entrassero in gioco il caso e la fortuna, i buoni o i cattivi eredi, le scelte arbitrarie, piccole avidità, inettitudini e sviste non per forza significative. Cose così, cose da poco.
Certo, nel tuo libro si alludeva alla memoria della Shoah e forse i tuoi argomenti non erano sbagliati, eppure mi domandavo: a cosa serve la tua teoria nei casi non eccezionali, in quelli normali, in quelli minori? A nulla, mi rispondevo. Non mi aveva fatto cambiare idea nemmeno l’aver subìto io stesso la violenza rapace che a volte si scatena attorno agli archivi di chi non c’è più. Pensa quant’ero determinato a non darti ragione!
Ho capito che sbagliavo a sottovalutare le tue pagine solo poche settimane fa, quando Dacia Maraini sulle pagine del «Corriere della Sera» ha acceso un dibattito infuocato sull’archiviare che è uscito almeno un po’ dal circolo ristretto degli addetti ai lavori per toccare temi filosofici importanti: autonomia istituzionale, gestione del patrimonio, costruzione della memoria, rapporto tra legittimità e legge, e tanto altro ancora. Un’improvvisa epidemia di mal d’archivio?
I fatti cui mi riferisco sono piuttosto freschi e spero che anche chi ha una memoria cortissima se li ricordi. Più di aggiungere una voce alla polemica su un tema che merita soluzioni concrete e possibilmente definitive, mi preme però dare risalto a un’iniziativa che ha fatto meno rumore, ma che può servire (forse) a capire meglio cosa significhi gestire un archivio nell’epoca contemporanea.
Il 30 gennaio scorso si è tenuta a Torino una giornata di studi dall’interrogativo titolo È online, è di tutti? Immagini online, archivi offline organizzata da Giangavino Pazzola, curatore associato di Camera – Centro Italiano per la Fotografia, da Barbara Bergaglio, lì responsabile del progetto Archivi, e da Emanuela Truffo, partner dello Studio Legale Jacobacci. Da quell’incontro, cui ho partecipato assieme ad avvocati, curatori, archivisti, direttori di istituti aziendali e istituzioni culturali, mi sono portato dietro tre verità da condividere.
La prima delle mie tre lezioncine potrebbe essere scritta così. L’archivio vive di tensione all’oggettività, certo, ma anche di legami emotivi. Credo di averlo capito per la prima volta tanti anni fa quando iniziai a lavorare sugli archive film di Jonas Mekas, i quali documentano così bene la nascita del cinema indipendente, la Factory, Fluxus, la Beat Generation, proprio perché ne restituiscono – oltre alla storia e ai fatti salienti – anche le relazioni, le amicizie, gli stati d’animo personali e condivisi.
Sono d’altra parte le neuroscienze ad averlo dimostrato: gli esseri umani ricordano di più e più a lungo se provano emozioni intense e positive; l’angoscia o la paura fanno invece dimenticare più in fretta. E questa scoperta mi sembra valere anche per le memorie collettive.
A Torino il concetto è stato ribadito dall’artista Paola Di Bello, che dal 2019 ha dato forma all’archivio di Bruno Di Bello, suo padre, tenendo fede al ricordo del tempo trascorso con lui in studio e in camera oscura. Ma anche da Giulia De Giorgi, Archive manager del Centro di Ricerca Castello di Rivoli, che mentre passava in rassegna le unità catalogate negli ultimi anni ha fatto, tra le righe, un’osservazione interessante. Ha messo l’accento su quanto il successo di un’acquisizione dipenda, più che dal prestigio istituzionale, dalla fiducia che si è in grado di infondere personalmente nei potenziali donatori. Un lavoro relazionale lungo anni, che cambia energia e scopo a ogni cambio di direttore.

Seconda lezione. In fatto di archivi, un giusto relativismo etico è preferibile all’interpretazione pedissequa della legge. Interessante sapere per esempio che il Museo Egizio ha rinunciato, pur avendone titolo, a esercitare il diritto sulle immagini della propria collezione. Grazie a una licenza Creative Commons CC0 – ha spiegato l’egittologo Tommaso Montonati – chiunque può usare liberamente i quattromila file accessibili sul sito dell’istituzione, persino a fini commerciali. Una scelta radicale, questa, che mira a sviluppare un nuovo senso di cittadinanza universale, producendo valore dal basso.
E chissà se al museo hanno letto Duchamp Is My Lawyer (Columbia University Press, 2020), il libro in cui Kenneth Goldsmith racconta di come ha fondato l’archivio pirata UbuWeb, il più grande al mondo dedicato all’arte d’avanguardia. Di quante opere ci saremmo adesso dimenticati se nel 1994 Kenneth non avesse programmaticamente ignorato le leggi sul copyright?
Prima di arrivare alla terza morale imparata a Torino, una premessa si rende necessaria. Archiviare non è mai stata un’attività tanto democratica quanto in questo secolo. Inconsapevolmente o meno, oggi tutti archiviamo qualcosa ogni giorno – se non altro sui nostri smartphone e profili social. Eppure, forse proprio perché tutto è diventato così facilmente archiviabile, agli archivi si prestano attenzioni sempre più distratte. Come a tutto, del resto.

Catalogare e conservare non bastano più. Per non rimanere lettera morta, ogni ente archivistico deve sapersi offrire in forme sempre nuove e accessibili, forme che sanciscano un pubblico interesse mai guadagnato una volta per tutte. Una buona strategia per raggiungere l’obiettivo sembra essere quella dell’aggregazione, come dimostrano due progetti recenti sostenuti dal Ministero della Cultura. Il primo, coordinato proprio da Camera Torino, è il Censimento delle raccolte fotografiche in Italia, un’iniziativa nata per riunire su un’unica piattaforma online tutti gli enti che conservano fotografia sulla penisola. Il secondo si chiama RAAM, ed è un archivio digitale in progress concepito per mettere in rete il patrimonio d’arte contemporanea conservato nei musei associati AMACI. Entrambi i progetti abbattono le barriere istituzionali, contribuendo a una gestione non solo collettiva ma anche connettiva della memoria.
Si potrebbe dire, più in generale: l’identità di un archivio è sempre proteiforme e dipende quindi dai modi della sua disarchiviazione, della sua accessibilità pubblica. È ancora Montonati a darne prova quando mette in luce la doppia funzione che hanno alcune tra le fotografie più antiche conservate al Museo Egizio. Se da un lato quegli scatti documentano le campagne archeologiche guidate da Ernesto Schiaparelli tra il 1903 e il 1937, dall’altro sono servite anche ad avviare una riflessione decoloniale sull’identità dell’istituzione.

Lucia Nardi, responsabile dell’Archivio Storico ENI arriva in fin dei conti alla stessa conclusione rispondendo a una domanda dalla platea. I documenti conservati nella loro sede – dice l’esperta – misurano in totale sei kilometri lineari e sono tutti a disposizione di chi li voglia consultare, senza restrizioni. Questi sei kilometri di dati contengono dunque sia la prova della genialità di Enrico Mattei, sia lo spazio di una contronarrazione critica. Sta a chi li studia decidere cosa cercare e cosa mettere in luce. Come il gatto di Schrödinger, che non si sa se sia vivo o sia morto fin quando non lo si va a osservare, così sono gli archivi. Messa nero su bianco questa terza lezione, bisogna concludere allora che forse avevi ragione tu, Jacques Derrida. La memoria pubblica non è mai solo questione di correttezza burocratica, ma ha a che fare con relazioni, network, atti legittimi anche se opachi, operazioni mediatiche, accessi garantiti o negati. Archiviare e disarchiviare riguardano insomma, sempre, l’esercizio di un potere. E se questo è vero, bisogna anche domandarsi, con una certa urgenza: qual è la forma di potere cui vogliamo consegnare la nostra memoria?