Ritratti: giulia deval

Mi è capitato più volte, durante riunioni importanti o interventi pubblici, di usare una tonalità di voce più bassa. In modo del tutto spontaneo, il mio corpo sembra aspirare a una certa autorevolezza e, tra le diverse strategie a disposizione, la voce si adegua a quegli espedienti che promettono compostezza, prestanza e formalità.
Lo stesso accade quando si conduce un colloquio, quando si immagina una voce narrante o quando ci si parla mentalmente: la tonalità bassa ritorna come artificio affabulatorio percepito come sicuro e controllato.
Questa abitudine autoregolatoria rientra tra i molti condizionamenti socio-culturali che orientano il nostro comportamento e rivela alcune delle consuetudini e delle stereotipie che accompagnano la vocalità. A lungo trascurata o opportunamente silenziata, la voce possiede invece una profonda dimensione politica.
La ricerca di giulia deval (Torino, 1993; vive e lavora a Torino) si colloca in questo ambito di indagine, esplorando le dinamiche trans-specifiche e transculturali del suono vocale, i cliché che lo accompagnano e i pregiudizi uditivi che orientano il nostro modo di riconoscere e attribuire credibilità e autorità. Le sue opere, che l’artista definisce «pratiche di ricerca e creazione», mirano a mettere in luce queste consuetudini per disarticolarle e sovvertirle.

Reasons why I Hate My Voice è un workshop avviato nel 2023, nel quale confluiscono osservazioni e studi già anticipati nella traccia audio The Frequency Code, realizzata con Francesco Toninelli per Symbiotic Chants, album digitale pubblicato da Biodiversità Records. La composizione racconta del «codice di frequenza», teorizzato dal fonetista John Ohala che, affascinato dalle ricerche dell’etologo Eugene S. Morton sulle correlazioni tra i versi animali e la percezione della loro grandezza corporea, si interrogò sulla possibilità di riscontrare una dinamica analoga negli esseri umani. Nel suo articolo del 1984, Ohala descrive un sistema spontaneo di associazioni percettive secondo cui alle voci a bassa frequenza tendiamo ad attribuire autorevolezza e dominanza (fisica e intellettuale), mentre a quelle acute fragilità e debolezza.
Il workshop di deval fa proprie queste osservazioni e le apre alla dinamica collettiva e dialogica del laboratorio partendo da alcune semplici domande: perché odio la mia voce? Che cosa non mi piace quando la riascolto? Nel confronto di gruppo, l’autopercezione dell’artista e i dati raccolti negli studi si nutrono dell’esperienza individuale di ciascun partecipante, spesso andando a confermare le teorie, altre volte semplicemente creando consapevolezza delle standardizzazioni di cui la voce è stata oggetto nei secoli, negando quello che Adriana Cavarero chiama «il primato della voce sulla parola».

Uno degli esempi di tale neutralizzazione della voce è esplorato dall’artista lavorando sul voiceover, nella versione di Reasons why I Hate My Voice realizzata in occasione di BaseCamp, progetto di formazione promosso da il Locarno Film Festival per giovani talenti. «Se fossi un regista di un documentario a carattere scientifico e dovessi immaginare la voce narrante, quale sceglieresti?», la domanda riceverà risposte simili: una voce maschile, di un’età di circa cinquant’anni, bassa e un po’ roca come quella di chi si fuma molte sigarette.
L’indagine sull’intonazione trova ulteriore formalizzazione nella lecture-performance e video-saggio Pitch. Notes on Vocal Intonation, un percorso di ricerca avviato con NUB Project Space (Pistoia), presentato in una prima versione al Periferico Festival, Modena, 2023 e vincitore del Premio Lydia della Fondazione Il Lazzaretto in collaborazione con il PAC di Milano, dove nel 2025 viene proiettata la premiere del video. Una versione aggiornata della performance è stata protagonista dello Special Program di ART CITY Bologna 2026.

Concepita come una lezione, l’opera ripercorre le fonti che hanno alimentato la ricerca nel corso degli anni: le scoperte di Morton e Ohala si alternano a osservazioni tratte da Glass, Irony, and God di Anne Carson, in cui la saggista e poetessa ricostruisce la storia del «genere del suono», mostrando come fin dall’antichità la distinzione tra toni gravi e toni acuti abbia contribuito a produrre stigmatizzazioni sociali. Nella rappresentazione di un femminile dirompente, al di fuori della norma maschile, la voce acuta viene impiegata come segnale di un carattere deviante, da silenziare sotto l’egemonia patriarcale della ragione.
Pitch. Notes on Vocal Intonation è attraversata da un timbro ironico che, mentre espone teorie e analisi, decostruisce il formato stesso della lezione e il suo carattere normativo. deval ricorre a maschere ed esaspera la postura didattica, alternando la spiegazione a brevi incursioni vocali e sonore che, mentre da una parte svelano al pubblico lo scheletro finzionale della dissertatio scientifica, dall’altro lo disorientano, mostrando le possibilità della voce di estendersi e differenziarsi.

Nelle scelte formali e concettuali di deval emerge una comune volontà di incrinare una coerenza data per scontata o socialmente richiesta. In Myself is a compilation, workshop attualmente in corso presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (coordinato dal Dipartimento Educativo, Francesca Togni ed Elena Stradiotto) nel contesto del public program di Luci d’Artista, deval lavora sull’identità come terreno di gioco in cui possono convivere immaginari plurali e alterità. Il laboratorio riflette sulla costruzione del sé come scavo autobiografico e narrativo attraverso l’uso di pseudonimi e alter ego, prendendo ispirazione da artiste che hanno contribuito a ribaltare e generare nuovi modelli, come Tracey Emin, Sarah Lucas, Senga Nengudi, Paulina Olowska, Berlinde De Bruyckere e Rosemarie Trockel.
La stessa giulia deval, così come Nino Gvilia (progetto musicale fondato sulla costruzione di una cantante fittizia attraverso cui sperimentare posture e narrazioni inedite) si configura come un alter ego. L’assenza della maiuscola nel suo nome rimanda alla volontà di sottrarsi a un io stabile: farsi ventriloqua di altre voci e storie, abitare una complessità che si oppone alla cristallizzazione dell’identità che il mercato, così come le interfacce digitali, continuano a richiedere.
