Tutelare non basta: la sfida della redditività del patrimonio culturale

Eccellenti nella tutela ma scarsamente redditivi, se non del tutto disinteressati ai ricavi finanziari. Si potrebbe sintetizzare in questi termini la contraddizione italiana nella “cura” del patrimonio culturale (materiale) più invidiato al mondo.
Pochi grandi attrattori che fanno da traino a un sistema fatto di oltre 4200 musei, aree archeologiche, monumenti, per non dire degli archivi e biblioteche pubbliche (solo quest’ultime ammontano a 6453), affascinante, prezioso, raro, ottimamente conservato, ma poco visitato (o, quantomeno, non omogeneamente) e – soprattutto – scarsamente redditivo rispetto a quegli stessi attrattori. Una contraddizione che non è solo nei fatti, ma anche nella teoria, atteso che tranne rarissime eccezioni, le energie finanziarie, intellettuali e tecnico-professionali sono spese per ottimizzare la tutela e non per incrementare la redditività economica del nostro patrimonio culturale.
Qualche dato può aiutare a comprendere la situazione.
Alla fine del 2023, tutti i beni culturali mobili del Ministero della Cultura valevano oltre 210 miliardi di euro (precisamente, € 210.002.085.081,66) di cui i soli archivi rappresentano l’87% (cioè
€ 182.735.450.725,32) mentre quelli librari il 9% (€ 19.028.167.930,00). “Fanalino di coda” i beni artistici con un valore di appena il 3%, pari a sei miliardi e mezzo (€ 6.492.956.980,00). Se si aggiungono i beni immobili (€ 24.023.831,00), il totale fa oltre 210 miliardi di euro (precisamente: € 210.026.108.912,66).
In pratica, la parte del patrimonio culturale per cui l’Italia va fiera nel mondo “conta” di meno nel Conto generale del patrimonio (appena il 3%) ma è quella che rende quasi il 100% di quanto si ricava. Archivi e biblioteche vengono considerati negli studi aziendali così come nell’economia del patrimonio culturale come «asset no cash flow generating», cioè non generatori di flussi finanziari, pur essendo quelli che valgono di più: in teoria incapaci, strutturalmente, di generare ricavi. E ciò nonostante il valore contabile, formalmente, è elevatissimo (almeno stando ai dati del Ministero dell’Economia e delle finanze). E senza contare, tra l’altro, il “doppione digitale” del patrimonio archivistico e librario, cioè i prodotti delle digitalizzazioni di archivi e biblioteche, fatto di dati di assoluto interesse per aziende e, soprattutto di recente, per alimentare l’intelligenza artificiale (IA).
Quanto rende tutto questo?
Cominciamo dai dati: questi mancano. E mancano perché non interessano a nessuno. All’Amministrazione, agli organi di controllo, ai tutori della finanza pubblica, alle università in cui si studiano i beni culturali. Mancano perché interessano, in Italia, solo i profili “scientifici” legati allo studio dei beni culturali e dei suoi profili conservativi. Gli unici a dare “gioia” e diletto.
Gli unici (e parziali) dati a disposizione sono quelli prodotti dal Ministero della Cultura, anche se questi non è l’unico soggetto detentore di beni culturali: anzi, i più numerosi soggetti che detengono musei sono gli enti locali (2000 a fronte dei circa 450 del solo Ministero della Cultura). Ma qui si entra in un mondo sconosciuto, atteso il fatto che manca un organismo rappresentativo che possa unitariamente proiettare e descrivere valori, spese e rendimenti dei beni culturali italiani, indipendentemente dall’appartenenza istituzionale. A una intelligente indagine di controllo della Corte dei conti del 16 novembre 2005 sui musei degli enti locali (delib. n. 8/AUT/2005) non ha fatto seguito altro e sporadiche sono le attenzioni degli studiosi, prevalentemente incentrate su aspetti particolari (magari anche tecnico-giuridici) ma incapaci di restituire un quadro complessivo della gestione fatto di valutazione della qualità e, come si usa dire, della performance.
Premesso, dunque, un tendenziale “buio” informativo su valore, consistenza, spese e ricavi dei beni culturali degli enti pubblici diversi dal Ministero della Cultura, per quest’ultimo valgano le seguenti informazioni.
Lazio, Campania e Toscana sono le regioni più visitate. Il sistema di ricavi si regge sulla sola biglietteria che copre circa il 90% dei ricavi totali (per incidens: quelli che entrano gratis superano i visitatori paganti). A loro volta, gli introiti da biglietteria, seppur in forte e promettente crescita, si reggono essenzialmente sui ricavi generati da soli cinque siti: Colosseo, Uffizi, Pompei, Galleria dell’Accademia e Castel Sant’Angelo. Marginali sono i ricavi dai servizi aggiuntivi sia per una debolezza e limitatezza strutturale che per le altissime percentuali dovute ai concessionari di tali servizi. Le forme più innovative di ricavi e di introiti (concessione di marchi e di spazi, finanza di progetto, sponsorizzazioni, donazioni) non sono oggetto di alcuna rilevazione sistematica e appaiono assolutamente limitati, allo stato attuale.
Se si prende a riferimento l’anno 2017, ad esempio, rispetto al totale di incassi lordi pari a € 180.577.336,05 (netti: € 156.001.062,83), soltanto cinque siti totalizzano € 110.211.984,35: questo significa che l’1% dei siti totalizza il 61,03% degli incassi. Se si considerano anche i siti che totalizzano almeno € 5 milioni di introiti, si ha che solo sette istituti statali (Colosseo, Uffizi, Pompei, Castel Sant’Angelo, Galleria dell’Accademia, Galleria Borghese, Reggia di Caserta) hanno introitato nell’anno 2017 ben € 121.661.768,37, ossia il 67,37% del totale. Quindi, mentre per totalizzare il 68% dei visitatori totali occorre tenere aperti tredici siti, a determinare il 67% degli introiti sono sufficienti solo sette istituti. Per converso, per generare “solo” il 33% degli introiti da biglietteria, occorre tenere aperti ben 563 siti, cioè il 98,42%. Trattasi di una costante che si ripete con dati diversi ma con proporzioni molto simili, anno dopo anno: nel 2023, ad esempio, i big five (Colosseo, Uffizi, Pompei, Galleria dell’Accademia di Firenze, Castel Sant’Angelo) hanno incassato € 208.819.831,97 rispetto al totale di € 313.888.163,71 (al lordo). Il che significa che cinque siti hanno totalizzato circa il 66% del totale degli oltre 460 siti (cioè i due terzi). E poiché il 90% circa dei ricavi è determinato proprio dalla biglietteria, significa che la redditività degli altri siti si attesta su livelli decisamente bassi.
La conseguenza è che rispetto a un patrimonio che vale almeno dieci volte quello censito dalla Ragioneria generale dello Stato (i 234 miliardi totali potrebbero, infatti, essere moltiplicati per un fattore non inferiore a 10, giungendo a non meno di 2340 miliardi di euro, una cifra che si avvicina ai 3120 miliardi del debito pubblico italiano del 2025 e ai 2970 miliardi del PIL dell’anno 2024), i ricavi sono ben inferiori all’1%. E si reggono su poche e stereotipate voci come la biglietteria (€ 313.888.168 dalla biglietteria, al lordo, nel 2023, che al netto si riducono a € 260.676.705,63) e servizi aggiuntivi (€ 8.198.333, al netto, nel 2019). Marginali rispetto al totale sono i ricavi da donazioni, sponsorizzazioni, concessioni d’uso di spazi; e per di più non risultano rilevati statisticamente, a meno che non si voglia fare riferimento alle poche pubblicazioni scientifiche in tema. In ogni caso si tratta di dati che non sono oggetto di annuale rilevazione statistica, al contrario di quanto avviene per visitatori, biglietteria e servizi aggiuntivi.
Il confronto con l’estero è impietoso. In Gran Bretagna, ad esempio, diciassette musei a ingresso ordinariamente gratuito (British Museum, Museum of the Home, Horniman Museum, Imperial War Museums, Museum of Science and Industry in Manchester, National Gallery, National Museums Liverpool, National Portrait Gallery, Natural History Museum, Royal Armouries, Royal Museums Greenwich, Science Museum Group, Sir John Soane’s Museum, Tate Gallery Group, Tyne and Wear Museums, Victoria and Albert Museum, Wallace Collection) hanno incassato ben £ 479.902.454 al netto. Come? Solo grazie a foundraising (cioè donazioni, sponsorizzazioni), trading income (ossia vendite i prodotti commerciali), admission (ossia vendita di biglietti per le mostre, molte delle quali alimentate proprio grazie alle collezioni italiane). E ciò nonostante l’organizzazione di queste istituzioni autonome siano formalmente “non profit”.
In Italia non vi è un problema di normativa, ma di assunzione di consapevolezza che occorre virare, decisamente, verso una direzione diversa rispetto a quella fino ad oggi seguita, fatta di interesse esclusivo per aspetti scientifici e di noncuranza per il profilo del finanziamento di quelle stesse attività.
Una prassi, questa, destinata ad essere superata, se si pone mente alla mutata missione del Ministero della Cultura, che può fungere anche da paradigma per ogni altra Amministrazione pubblica detentrice di beni culturali: la valorizzazione economica del patrimonio culturale.
Grazie all’innovazione dell’articolo 21, comma 2, legge n. 206/2023 (legge sul “Made in Italy”), il Ministero della Cultura non svolge più, solo, le funzioni e i compiti nella «tutela dei beni culturali e paesaggistici», ma altresì nella «gestione e valorizzazione, anche economica, del patrimonio culturale materiale e immateriale, degli istituti e dei luoghi della cultura». Il che significa che incrementare la redditività del patrimonio culturale, ridurre le aree di perdita, aumentare la capacità di automantenimento finanziario degli istituti e luoghi della cultura non costituisce più una “voglia matta e insana” di qualche rozzo eretico che disconosce il valore educativo del patrimonio culturale ma un preciso obbligo normativo, aggiuntivo e non esclusivo, per raggiungere il quale occorre rilevare dati, svolgere analisi statistiche ed economiche, imprimere nuovi indirizzi all’azione amministrativa. E reclutare specialisti ad hoc, oltre l’area della tradizionale tutela. Trattasi, è vero, di una missione nuova, normativamente (su cui, peraltro, anche la Corte dei conti italiana, come la francese Court des comptes, ben farebbe a cominciare a vigilare), ma ampiamente predicata e anticipata da parte degli studiosi che leggono l’art. 9 Cost. non come una monade ma in connessione con altri valori costituzionali come l’art. 97 Cost. con i suoi obblighi di raggiungimento dell’equilibrio dei bilanci pubblici e della sostenibilità del debito pubblico. Obblighi, questi, cui non può sottrarsi la cura del patrimonio culturale mediante una aristocratica invocazione del solo art. 9 della nostra Carta ma in armoniosa combinazione con altri valori costituzionali cui soggiacciono, parimenti, altri settori, di pari o superiore rango, come la sanità, la scuola, l’università, l’assistenza sociale.
Qualche dubbio si può nutrire sul fatto che per raggiungere tali risultati siano sufficienti strutture organizzative pubbliche tradizionali. In tal senso, si può riflettere sull’opportunità di creare strutture ad hoc, ancorché pubbliche, specializzate nella gestione redditiva del patrimonio culturale, ferme restando le attribuzioni (e le professionalità) in materia di studio, ricerca e tutela che ben possono rimanere ancorate alle articolazioni pubbliche tradizionali. D’altro canto, se esiste un’agenzia specialistica per la gestione del demanio pubblico, una società per azioni per lo sviluppo dell’agricoltura, una per il Giubileo 2025 o per la gestione degli immobili dell’EUR di Roma, ad esempio, perché non vi dovrebbe essere un ente una per la gestione del demanio culturale?
L’adozione di un nuovo modello fatto di distinzione soggettiva tra organismi deputati alla tutela e quelli dedicati alla (sola) gestione del patrimonio culturale potrebbe produrre livelli più elevati di efficienza gestionale e qualità dei servizi al pubblico, e maggiore trasparenza nei risultati della gestione (oggi è finanche difficile reperire i dati utili ad analizzare il settore). Il modello di agenzia per la valorizzazione economica del patrimonio culturale garantirebbe autonomia operativa, chiara responsabilità per risultati conseguiti, mantenimento della tutela come funzione esclusiva dello Stato, coinvolgimento attivo di Regioni, enti locali e soggetti privati, incremento delle risorse da dedicare allo stesso settore.
In tal modo si passerebbe da un approccio tradizionalmente amministrativo a uno più imprenditoriale e redditizio, pur mantenendo fermo l’impegno costituzionale di promozione della cultura e fruizione pubblica del patrimonio nazionale.
*Le opinioni sono espresse a titolo esclusivamente personale e non esprimono in alcun modo la posizione dell’Amministrazione di appartenenza.