Le mostre di marzo. Una guida a 10 mostre da visitare in Italia

di | 09 mar 2026

Tra la fine dell’art week bolognese e l’inizio di quella milanese in primavera, marzo offre l’opportunità di riprendere fiato tra due momenti cruciali per il sistema italiano dell’arte contemporanea, permettendo visioni più distese, traiettorie e geografie di nuovo trasversali.
Spazi appena inaugurati come il Nuovo Centro per la Fotografia di Roma, mostre itineranti che viaggiano da nord a sud, dialoghi serrati tra artisti emergenti e maestri del passato, riflessioni su istanze politiche e ruoli di genere: le dieci mostre che abbiamo selezionato invitano a concepire l’arte contemporanea come una lente per guardarci attorno, utile a indagare il “perché” delle cose invece che “entro quando”. Sono mostre che non hanno un concept, ma storie e identità da raccontare.
Voci tanto diverse quanto reali – giovanissime o storicizzate, nazionali o estere, spesso dissidenti, clandestine, a lungo silenziate –, gli artisti e le artiste presenti in questa guida, insieme a curatori, scrittori e galleristi, ci parlano dell’atto creativo come momento di ascolto collettivo, che costruisce comunità invece di innalzare singoli individui straordinari. 

Zehra Doğan.“Io testimone” – MACTE Museo d’Arte Contemporanea di Termoli (fino al 16 maggio)  
Zehra Doğan rappresenta uno di quei casi in cui è impossibile separare l’artista dal dato biografico. La mostra al museo di Termoli racconta infatti la pratica dell’artista curda attraverso i tre grandi momenti che hanno scandito la sua vita di dissidente politica, perseguitata dal regime di Erdogan: il periodo che precede la detenzione nella prigione numero 5 di Diyarbakir nella Turchia Orientale, gli anni del carcere e la produzione più recente. Un intreccio costante tra arte, vita e politica, dove l’atto creativo è resistenza attiva.  

Zehra Doğan, AFTER BINEVŞ, 2024. Tecnica mista e ricamo su tessuto, 106 × 148 cm. Courtesy dell’artista e di Prometeo Gallery, Milano-Lucca. Foto di Lily Wolfe

Aneta Grzeszykowka.“Allimprovviso” – Fondazione D’ARC, Roma (fino al 24maggio)
Lo scorrere del tempo e la precarietà dell’esistenza continuano a essere temi centrali per Aneta Grzeszykowka, artista polacca appena reduce da una residenza presso la Fondazione D’ARC. Ne è esito, nella sua prima personale in Italia, la serie Daughter, che prosegue l’opera MAMA presentata a Venezia durante la 59. Biennale. Il rapporto madre-figlia, tra i più incisivi e influenti sullo sviluppo dell’essere umano, viene messo a nudo nelle sue complessità tramite un ribaltamento di ruoli, con risultati disturbanti. 

Aneta Grzeszykowska, Autoritratto. Courtesy of  the artist and Raster Gallery, Warsaw 

“Tentativi di fioritura”. Personale di Michela Rondinone nell’ambito del Premio Pino Pascali 2025 – Fondazione Pino Pascali, Polignano a Mare (fino al 3 maggio) 
Nel 1969, un anno dopo la tragica scomparsa dell’artista simbolo dell’Arte Povera italiana in un incidente in moto, fu istituito il Premio Pino Pascali. Accanto alla mostra dell’artista vincitore – che quest’anno è Roberto Cuoghi – presso gli spazi della Fondazione, viene coinvolta anche la piccola Exchiesetta, sede di un ciclo di mostre di giovani artisti emergenti. Dopo Arianna Ladogana, è ora il turno di Michela Rondinone, che indaga il tema del “gioco come atto serio” attraverso sculture, installazioni e ambienti che invitano alla partecipazione. 

Michela Rondinone, Tentativi di fioritura, 2026. Otto stampe di sculture in plastilina di dimensioni ambientali

Ana Silva. EAU – Gamec, Bergamo (fino al 6 settembre) 
Praticare la lentezza come atto sovversivo. Nei lavori di Ana Silva, indumenti scartati e rifiuti tessili vengono reimpiegati e sottratti ai ritmi iper veloci dell’industria del fast fashion. Denunciando la carenza di acqua causata dalla moda insostenibile, le opere in mostra sono il frutto di mani che si intrecciano, realizzate in collaborazione con tessitrici e tessitori angolani, nel recupero di antiche tradizioni locali. 

Ana Silva, Sem título, 2025. Ricami, pigmenti naturali e glitter su crinolina, 260 × 140 cm. Courtesy di Ana Silva e  A Gentil Carioca, Rio de Janeiro 

“Silvia Camporesi. C’è un tempo e un luogo” – Nuovo Centro della Fotografia, Roma (fino al 29 giugno)
Fotografare luoghi e non-luoghi sembra, per Camporesi, non fare alcuna differenza. Che questi siano reali o inventati, attraversati in prima persona o soltanto osservati da lontano, i suoi scatti condividono tutti la stessa atmosfera sospesa, cristallizzata in un tempo che sembra bloccato. Le opere in mostra presso il nuovo spazio romano restituiscono punti di vista che sembrano provenire da lontano, da una dimensione inesplorata e sepolta sotto strati in aria rarefatta. 

Silvia Camporesi, Tavush, vision, 2013. © Silvia Camporesi

That’s all folks!”, personale di Mattia Pajè – Spazio Supernova, Roma (fino al 5 aprile)
Nel cuore di Trastevere, l’atmosfera straniante concepita da Pajè riflette sulla possibilità di creare spazi di aggregazione e libertà condivisa. L’ambiente rievoca infatti la cultura e l’estetica del rave, forma di sperimentazione collettiva sempre più regolamentata e sottoposta a restrizioni istituzionali. Il senso di familiarità di un ambiente che nasce per accogliere tutti si fonde con l’alienazione prodotta dai colori fluorescenti e le superfici mobili: l’esito è uno stato di attesa, una verità che non esiste, regole sensoriali costantemente infrante. 

Mattia Pajè, “That’s all folks!”, 2026. Spazio Supernova, Roma. Foto di Eleonora Cerri Pecorella

Ana Lupas. “Armature” – P420, Bologna (fino al 28 marzo)
Ana Lupas si chiede cosa, oggi, ha bisogno di più protezione, e trova la risposta guardandosi allo specchio. La minaccia della cancellazione delle soggettività porta l’artista a proteggere il proprio “io”, il suo sé irripetibile. Ecco perché in mostra opere in metallo rappresentano una corazza resistente, “Armature” sicure entro cui rifugiarsi, mentre la serie di autoritratti riporta gli interventi grafici dell’artista che manomette e interviene sulla ripetizione seriale del suo volto, salvandolo così dal pericolo dell’omologazione.

Ana Lupas, “Armature”, 2026. Veduta dell’installazione. P420, Bologna. Courtesy P420, Bologna. Foto di Carlo Favero 

“VIVA VARDA! Il cinema è donna – Cinema Modernissimo, Bologna (fino al 10 gennaio 2027)
Difficile rendere conto dell’immenso universo di Agnes Varda: viaggiatrice, militante femminista, regista Nouvelle Vague e prima donna insignita di un Oscar alla Carriera. La retrospettiva al Cinema Modernissimo restituisce l’immensità di una figura radicale e rivoluzionaria attraverso film, foto, cimeli e costumi, in ricordo del suo fare irriverente e ironico, la sua arte poliedrica e il suo amore per la vita. Il percorso bolognese dialoga con Villa Medici, dove due mostre fotografiche – “Agnes Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma” e “Fotoromanzo” di Nicole Gravier – indagano due artiste unite da un sofisticato umorismo alla francese.

Fotogramma tratto dal film Oncle Yanco, Agnès Varda. © 1967 ciné-tamaris 

“Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea – Palazzo Collicola, Spoleto (fino al 2 giugno)
La mostra collettiva celebra l’ottavo centenario dalla nascita del Santo, il cui esempio ineguagliabile viene riletto in chiave contemporanea. Opere di artisti come Alberto Burri, Gino De Dominicis e Giulio Paolini, insieme alle generazioni successive di Luca Bertolo e Flavio Favelli – tra gli altri – disegnano un percorso che tenta di rimaneggiare il tema della “minorità”, inteso come principio di sottrazione e sfida ai valori di velocità, ricchezza e individualismo che definiscono la società contemporanea.

Gino De Dominicis , Quando non si parla più di immortalità del corpo (ingresso riservato agli animali), 13 gennaio 1975.  Cartolina invito alla mostra alla Galleria Lucrezia De Domizio di Pescara, 15 × 10 cm. Collezione privata  
 

Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset, Jonathan Lyndon Chase – Galleria Gió Marconi, Milano (fino al 18 marzo)
Per la prima volta in mostra in Italia, l’artista americano Jonathan Lyndon Chase trasforma gli spazi della galleria in un’architettura abitativa, dove raccontare la quotidianità cittadina della comunità nera e queer. Il piano terra accoglie così cucina, bagno, soggiorno e camera da letto, dove dipinti, sculture e installazioni restituiscono la dimensione psicologica e intima del soggetto. Ogni ambiente un paesaggio, ogni stanza un archivio di vita vissuta e reale, da percorrere e toccare con mano. 

Jonathan Lyndon Chase, Married Couple in bathroom, 2025. Oil stick, olio, pennarello e acrilico su tela, 152,7 × 122 × 4 cm. Foto di Fabio Mantegna