Elisabetta Catalano. Cinema, Moda e Performance. Viasaterna, Milano

Non è un caso che l’esordio di Elisabetta Catalano (1941-2015) sia stato nel cinema a fianco di Federico Fellini, sul set di 8 e ½, scelta dal gigante del cinema, suo amico, per interpretare il personaggio della sorella di Luisa, Anouk Aimée. Nel tempo libero – è ventenne – sul set Elisabetta scatta le prime immagini, che saranno poi pubblicate su «L’Espresso» e «Il Mondo». Da lì comprende che la fotografia è il suo lessico di osservazione di mondi fantasmagorici in cui la realtà si confronta con una dimensione immaginifica aperta. Moda, cinema, arte contemporanea, letteratura: per Elisabetta Catalano questo mondo dilatato di immagini, forme, visioni, rigore e pensiero creativo non ha confini specifici. Lo ribadisce una mostra esaustiva da VIASATERNA, a Milano, dove la studiosa Laura Cherubini – a lungo sua amica e compagna di strada in una Roma che oggi non esiste più, in cui Fabio Mauri, Gino De Dominicis, Jannis Kounellis e altri nomi costruivano immaginari indelebili – ha radunato oltre cinquanta opere scelte lungo un itinerario pluridecennale, che investigano cinema, moda e performance. (Sempre a cura di Cherubini il focus su Catalano in mostra al MAXXI fino a qualche giorno fa). È il 1968 l’anno del primo scatto che si osserva entrando nella galleria – sempre più caratterizzata da un’attenzione sistematica per la fotografia grazie al lavoro di Irene Crocco –, e ritrae Paola Pitagora nell’installazione performativa Luna di Fabio Mauri presentata al Teatro delle mostre, paradigmatico progetto della galleria romana La Tartaruga. Non è un caso che sia questo l’incipit del percorso espositivo realizzato in stretta collaborazione con l’Archivio Elisabetta Catalano, proprio perché Paola Pitagora – attrice, scrittrice, amica e compagna di strada degli artisti romani dei Sessanta che proprio in quegli anni era la compagna di Renato Mambor – personifica la pluralità sfaccettata di un mondo culturale in cui il dialogo tra i pensatori era intenso e propedeutico alla costruzione delle radici intellettuali del Paese.

Lo sguardo di Elisabetta Catalano – così come quello di Claudio Abate, Giorgio Colombo, Paolo Mussat Sartor (a lui è dedicata una mostra speciale in Galleria Gracis, proprio a Milano) e naturalmente quello di Ugo Mulas, il pioniere – ha contribuito non soltanto a documentare le esperienze più radicali della performance e dell’installazione e quindi a salvare un patrimonio di idee e di immagini che rischiavano di finire nell’oblio, visto che erano nate come effimere, ma anche a interpretarle, a evidenziarne il carattere più innovativo e d’impatto per l’arte di quel tempo. Infatti, spiega Laura Cherubini, che è la più grande conoscitrice e poi testimone oculare della storia dell’arte a Roma di quegli anni cruciali, «la selezione di opere prosegue mostrando la collaborazione di Catalano con alcuni dei più importanti artisti d’avanguardia del suo tempo, come appunto Fabio Mauri, suo compagno per diversi anni, fotografando molte delle sue performance tra le quali Ideologia e Natura o il ciclo delle Proiezioni dette Senza Ideologia (ma Mauri specificava: “senza perché con”). Vettor Pisani e Michelangelo Pistoletto hanno realizzato nel suo studio di Roma Plagio, presentata alla Galleria Marlborough nel 1973. Altri artisti», prosegue Cherubini «mettevano in scena negli anni Settanta, Ottanta e Novanta le loro performance nate nello studio di Elisabetta in piazza Santi Apostoli. Nanda Vigo e Giosetta Fioroni sono ritratte con le loro opere».

Ad aprire la sezione della mostra dedicata alla moda, un giovanissimo Valentino Garavani, altro protagonista di questa mostra milanese, fuma circondato dalle sue modelle. Nella sezione anche una splendida Virna Lisi, che posa per un servizio ambientato in uno spazio ispirato ai Bagni misteriosi di Giorgio de Chirico e poi davanti a un Lucio Fontana. Poi c’è il cinema: Roman Polanski con la moglie Sharon in slitta sulla neve, Romina Power con Robert Hoffman sul set del film di Luciano Salce Come imparare ad amare le donne, e l’incrocio magnetico di sguardi tra Charlotte Rampling e Dirk Bogarde sul set di Portiere di notte di Liliana Cavani.

Ma profonda, carismatica e bellissima era anche lei, Elisabetta Catalano, una inviata speciale nell’arte come fotografa con uno spiccato interesse per il ritratto, un genere che ha investigato nel suo studio, spazio di riflessione e di elaborazione, di costruzione di nuovi mondi e di visionarie esperienze con gli artisti, da Joseph Beuys a Jannis Kunellis e tanti altri.

Ecco finalmente un altro tassello nella valorizzazione di una figura fondamentale, quindi, con un allestimento di opere, soprattutto vintage, ben cadenzato nei luminosi spazi su due livelli di VIASATERNA.
«In via Saterna, nella città vecchia, esiste una villa con un grande giardino da moltissimi anni apparentemente abbandonata. Dalla strada però non si vede che il muro di cinta e il culmine della casetta del custode», scriveva Dino Buzzati nel suo Poema a fumetti nel 1969. Erano, guarda caso, gli stessi anni in cui Catalano muoveva i suoi primi passi complessi nel mondo culturale italiano, stringendo sodalizi imprescindibili, muovendosi con il suo passo elegante in diversi contesti. Quella sospensione tra realtà e sogno che in Buzzati torna sempre, anche se in maniera differente è una costante del discorso che Elisabetta Catalano costruisce con le sue fotografie. Al centro di tutto c’è un modo tutto suo di osservare, di generare immagini che sembrano plastiche, volutamente immobili nel tempo e nello spazio. Momenti di un’epoca clamorosamente intensa, in cui Gilbert&George, Monica Vitti, Katia Moguy erano tutti parte di uno stesso paesaggio, magari senza neppure conoscersi, ed Elisabetta Catalano ha avuto la sensibilità e la capacità di comprendere nel tempo giusto il senso di un mondo che stava reinventando nuovi codici; non a caso riviste all’epoca cruciali come«Vogue» hanno riservato ampio spazio ai suoi servizi fotografici che oggi chiamiamo, meritatamente, opere d’arte.

C’è poi un’opera particolarmente felice per la sua forza intrinseca senza tempo: è il ritratto di Helmut Berger, Dominique Sanda e Lino Capolicchio, in Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, un cibachrome del 1970. C’è l’energia plastica dei tre protagonisti dell’immagine e ritorna quella sospensione tra realtà e sogno che è la cifra di Elisabetta Catalano. Questo perché a Elisabetta Catalano – e tale attitudine sarà ancor più intensa nei ritratti in studio – interessa l’umano. E così sarà anche nei decenni successivi, sempre a contatto con gli artisti, con la capacità di non rimanere mai ancorata a una nostalgia dei Sessanta ma di aprirsi costantemente al nuovo. Ecco allora che negli Ottanta non le sfugge di intessere un dialogo con Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e altri nuovi protagonisti della scena italiana, pur mantenendo sempre saldo lo straordinario rapporto con Mauri, di cui documenterà azioni, performance e installazioni fino all’ultima fase di ricerca dell’artista a cui aveva dedicato, ventenne, le sue prime energie. Questa mostra da VIASATERNA è pertanto un viaggio necessario e onesto verso una pagina fondamentale di storia dell’arte contemporanea italiana, lontana dal cono di mondanità salottiera romana a cui la fotografa, in passato, era stata un po’ relegata.
