Ritratti: Benedetta Fioravanti

La caviglia si piega, i muscoli del piede si tendono, il suolo tocca le dita per l’ultima volta mentre il corpo si libra nel vuoto: quattro, cinque secondi di libertà, paura, adrenalina. Lo scroscio dell’acqua, l’apertura di una voragine blu e la testa che svanisce. Per lo spettatore, è il secondo momento di apprensione dopo il salto. Per il tuffatore, la ritrovata consapevolezza del proprio corpo e della capacità di pensare.
Nell’estate del 2018, io e Benedetta Fioravanti andammo al mare al Parco del Monte Conero, nelle Marche. Se si segue una strada di pietra scavata nel monte, si entra nel giardino di una proprietà privata, ben custodita ma chiusa da anni, costruita illegalmente a strapiombo negli anni Settanta da un impresario Piemontese che fece arrivare i materiali via mare. Sotto, alcuni pini marittimi aggrappati alla roccia e uno scoglio bianco con un’unica via di accesso e una fune per calarsi. Tra le 14:30 e le 16:30, baraonde di ragazzini giungono dai paesini vicini con motorini, ape cross modificati e biciclette, per compiere il rituale di spavalderia e accesso all’età adulta: il salto dallo scoglio, con il sole alle spalle che sparisce, stanco, dietro al monte. Quattro metri per i più reticenti, nove metri per i più audaci o inconsapevoli. Un’euforia solare.
Quel giorno giunsero dall’alto persone vestite in abiti scuri e iniziarono a lanciare in mare fiori e una corona di crisantemi bianchi. All’impatto con l’acqua, la corona fece lo stesso rumore di un corpo. Dopo l’incomprensione dovuta allo spaesamento, il rispetto creò in tutti un silenzio funebre, seguito da un lungo applauso. C’è una variabile della fisica da considerare: l’acqua diventa solida all’impatto di un peso che cade dall’alto. L’errore non è accettato.
Quel giorno lo abbiamo custodito in noi, e il salto l’ho ritrovato qualche anno dopo, forse montato inconsapevolmente, nell’opera video EAGLES 2035 del 2022. Lo scoglio era un altro, in Australia, e proveniva da un video trovato online e che Benedetta ha scaricato, modificato e rimontato all’interno della sua opera: una scogliera australiana rinominata da un gruppo di ragazzi “Eagles 2035”. Un montaggio nel quale emergono scene quotidiane di tuffi, composto da filmati raccolti e archiviati tra il 2018 e il 2022 e accomunati tutti dallo stesso numero di visualizzazioni (80) nel momento di download. Il filmato è pensato attraverso un lavoro di editing che sottolinea la banalità di un’immagine consumata, che si ripete in luoghi e modalità differenti.

La ricerca di Benedetta Fioravanti si sviluppa a partire dall’osservazione ed elaborazione degli immaginari quotidiani, soprattutto giovanili, esperiti nella loro dimensione dal vivo o attraverso il consumo di immagini digitali. Impiega il suo archivio di materiali eterogenei – video prelevati dal web, immagini provenienti da dispositivi privati o dati estrapolati da collaborazioni informali con utenti della rete – per montare immagini in movimento e creare interventi site specific.
Il riferimento alle nozioni di «immagini povere» dell’artista e teorica tedesca Hito Steyerl e di «diritto all’opacità» del poeta e scrittore francese Édouard Glissant orienta la produzione artistica verso forme ibride, incerte e prive di valore monetario diretto.
Il montaggio segue i codici della cultura di strada, immagini sporche, produzione a basso budget, linguaggio istintivo. Si fa con quel che si ha. E lo si fa perché si ha qualcosa da dire. Lo si fa per fare. L’azione che precede la teoria. Come nella musica rap, le parole fuoriescono, mescolano sonorità e lingue differenti, i significati si stratificano e creano accelerazioni e sospensioni. In pochi minuti tutto è detto, nel bene e nel male.
Benedetta utilizza questa attitudine per generare le sue immagini in movimento. I video vengono accumulati compulsivamente – scaricati e ordinati secondo una prassi di accostamento tra parola, numero ed estensione del file – per poi essere montati, rimontati, tagliati, mescolati, e generare una costellazione linguistica aperta e non gerarchica. Nei suoi lavori, il video diventa un campo di associazioni, dove la logica narrativa lineare è sostituita da un procedere per analogie, contrasti e risonanze psicologiche.
In I still love U, anyway (2024) l’artista attinge a frammenti recuperati dalle zone meno frequentate di YouTube, alternandoli a scene girate direttamente e accompagnate da un sonoro di Tommaso Pandolfi (Furtherset). La selezione delle immagini è guidata da una lista di parole chiave declinate in sinonimi e contrari, un metodo che espande il campo semantico e consente di intercettare materiali marginali della rete. Il racconto procede per analogie e contrasti, evocando una dimensione emotiva sospesa. La qualità amatoriale delle immagini rivela una scelta estetica volutamente povera, mentre la formazione pittorica dell’artista emerge nella cura compositiva delle singole inquadrature. Il video è attraversato da una tensione crescente: corpi che si afferrano, si urtano o competono suggeriscono una violenza latente che sembra condurre verso uno scontro mai mostrato. Questo climax è accompagnato da immagini di elevazione e decollo, che introducono l’idea di una possibile evasione. Una voce infantile interrompe infine il flusso visivo, creando uno scarto tra innocenza e aggressività e rafforzando l’ambivalenza delle dinamiche collettive evocate.

Nel video Give me a moment, I keep the light on (2023) approfondisce la relazione tra montaggio e stati emotivi facendo riferimento alla programmazione neuro-linguistica, in particolare alla tecnica del “collasso d’ancora”, secondo cui il sistema nervoso non può sostenere simultaneamente emozioni incompatibili. Il video costruisce così un dispositivo basato sull’accostamento di stati opposti, mettendo in relazione immagini di diversa provenienza – materiali online e frammenti autobiografici – in un continuo oscillare tra sfera pubblica e privata. Al centro del lavoro vi è un ricordo personale dell’artista, legato a una scena familiare attorno a una fontana con figure canine, utilizzato come “ancora” positiva capace di neutralizzare immagini e suggestioni più ambigue. Il montaggio diventa così lo spazio in cui emozioni contrastanti vengono fatte collidere, generando un’esperienza percettiva che riflette il funzionamento associativo della mente e la possibilità di integrare stati emotivi in conflitto.
I video di Benedetta Fioravanti utilizzano immagini consumate, minori e marginali che vengono rilanciate nello spazio del montaggio, acquistando una nuova traiettoria. Non cercano la perfezione, ma l’intensità di un gesto condiviso, di un impulso che nasce dal basso e si diffonde per risonanza. Come i tuffi da uno scoglio o i video caricati online con poche visualizzazioni, anche le sue immagini vivono di ripetizioni, tentativi, azzardi. Alcuni cadono, altri restano impressi.
Forse è per questo che guardare il suo lavoro significa attendere il prossimo slancio, il prossimo montaggio, il prossimo rischio. Come quando si alza lo sguardo verso lo scoglio e qualcuno prende la rincorsa. Di Benedetta, in fondo, io aspetto sempre il prossimo salto.
