L’État, c’est nous

Se vi chiedessero quali sono i principali musei di Parigi, probabilmente nominereste i tre più famosi ed emblematici: il Louvre, il Musée d’Orsay e il Centre Pompidou. Ma se doveste indicare i più influenti nel mondo dell’arte, la scelta cadrebbe con ogni probabilità su due realtà inaugurate nell’ultimo decennio: la Fondation Louis Vuitton e la Bourse de Commerce. I musei dei due giganti della moda, Bernard Arnault e François Pinault, si fronteggiano a sei chilometri e due arrondissement di distanza, oltre la Tour Eiffel, Place de la Concorde e l’Arc de Triomphe. Sono tra le istituzioni private più potenti al mondo, ma si sono evolute in direzioni profondamente diverse. Con il crescente rilievo di Art Basel Paris, il mese di ottobre – quando si svolge la fiera – ha assunto un nuovo significato per entrambe: nei giorni in cui gli occhi del mondo dell’arte sono puntati su Parigi, sono tenute a produrre un impatto più forte di sempre, seppur in modi differenti.
La Bourse de Commerce, uno dei vari musei voluti da Pinault, ha aperto nel 2021 – un anno prima del debutto di Art Basel Paris – negli spazi dell’ex Borsa di Parigi. Simbolo della potenza economica della Francia ottocentesca, l’edificio storico emerge come un fungo dal «ventre di Parigi», celebre definizione usata da Émile Zola per indicare il cuore densamente popolato della città dove un tempo sorgeva il mercato alimentare delle Halles. Oggi, grazie al restauro minimalista e raffinato firmato dall’architetto Tadao Ando, la Bourse ospita mostre ambiziose e di forte impatto dedicate all’arte contemporanea. Urs Fischer, David Hammons, Miriam Cahn, Marlene Dumas, Ali Cherri e Arthur Jafa sono tra gli artisti sperimentali e sovversivi presentati dal museo, che ha offerto al pubblico parigino l’occasione di conoscere figure emergenti e già affermate a cui finora non era stato dato adeguato spazio. Nel 2022 si sono tenute esposizioni dedicate a Boris Mikhailov e Anri Sala, mentre nel 2023 è stata la volta di “American Mythologies”, una collettiva che comprendeva Mike Kelley, Lee Lozano, Mira Schor e Ser Serpas. Attualmente la Bourse propone grandi mostre dedicate a movimenti artistici: lo scorso anno l’Arte povera, quest’anno il minimalismo.
Ospitata in un’architettura postmoderna inaugurata nel 2014, la Fondation Louis Vuitton (FLV) sorge all’estremità occidentale della città, dove eleganti strade con palazzi signorili si affacciano sul verde del Bois de Boulogne e l’imponente involucro di vetro e acciaio progettato da Frank Gehry si staglia sullo skyline come una nave destrutturata o una balena emergente. Questo museo ha scelto un percorso del tutto diverso, puntando su mostre dedicate a figure singole o coppie di artisti che tendono a orientare – o a riorientare – il mercato. Dal 2022, anno della prima edizione di Art Basel Paris, la FLV affianca alle mostre in sede una presenza stabile all’intero della fiera, proponendo con ritmo regolare i grandi dell’arte moderna e contemporanea. Esposizioni sontuose e di forte richiamo scandiscono, in successione, il calendario stagionale del museo. Nel 2016, la storica presentazione della Collezione Ščukin, in prestito dal Museo Puškin di Mosca, ha portato per la prima volta fuori dai confini della Russia molte opere della raccolta acquistate a suo tempo in Francia, attirando un numero record di visitatori. Nel 2021 è stata la volta della non meno celebre Collezione Morozov, mentre il 2022 ha segnato l’inizio di una serie di mostre dedicate ad artisti o coppie di artisti: la luminosa “Monet – Mitchell”, un binomio capace di ridefinire il mercato e affermare il ruolo centrale di Joan Mitchell nella storia dell’arte, seguita nel 2023 dall’eccezionale retrospettiva di Mark Rothko. L’anno scorso c’è stata poi la riscoperta del pittore pop Tom Wesselmann, a lungo sottovalutato, le cui opere erano esposte ovunque in concomitanza con la fiera. Quest’anno il museo presenta una mostra monumentale su Gerhard Richter.
Sia la FLV che la Bourse de Commerce sono istituzioni private fondate da due colossi francesi del lusso, tra gli uomini più ricchi del mondo e presenze fisse nella lista dei Top 200 Collectors di «ARTnews»: Bernard Arnault, 76 anni (patrimonio stimato attorno ai 156 miliardi di dollari secondo il Bloomberg Billionaires Index), e François Pinault, 88 anni (circa 21,4 miliardi a metà agosto secondo la stessa fonte). Il gruppo del lusso controllato da Arnault, LVMH – che sta per Louis Vuitton Moët Hennessy ma comprende Christian Dior Couture, Givenchy, Fendi, Celine, Kenzo, Loewe, Bulgari, Tiffany e altri marchi – finanzia la FLV. La Bourse de Commerce, il terzo museo inaugurato da Pinault dopo i due a Venezia, è dedicata alla collezione del magnate. La Pinault Collection è una società privata che fa capo al Groupe Artémis, azionista di maggioranza del gruppo Kering, fondato da Pinault (che include marchi come Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Alexander McQueen e altri). Nel 2016, la Collection ha firmato un contratto di concessione cinquantennale con la città di Parigi per l’utilizzo della Bourse de Commerce.
Arnault, alto e longilineo, è stato soprannominato “il lupo in cashmere” per le sue agguerrite operazioni commerciali. A Pinault, tarchiato e con un viso tondo dai lineamenti quasi infantili, è stato invece affibbiato l’irriverente appellativo di “marchand de bois” (venditore di legname) in riferimento al settore in cui ha mosso i primi passi della carriera.
Fra i due non è mai corso buon sangue. I rispettivi imperi del lusso si sono sfidati a lungo, alimentando la leggenda di una rivalità costata cara a entrambi. E se su questo fronte le tensioni sembrano in gran parte sopite, certe cicatrici possono anche non chiudersi: resta dunque da chiedersi se, e in che misura, la competizione si sia spostata nel campo dell’arte.
Considerati i pesi massimi della scena artistica parigina, i due sono spesso paragonati ai Rothschild, se non addirittura ai Medici. Ben pochi possono rivaleggiare con la ricchezza delle loro collezioni: Pinault supera i 10.000 pezzi, mentre non esistono numeri ufficiali su Arnault, in parte perché alcune opere sono seriali; 330 di queste, realizzate da 120 artisti, sono state esposte sin dall’apertura della fondazione. Per non parlare del ruolo pubblico di altissimo livello che i magnati svolgono in campo artistico e culturale tra mostre, acquisizioni e sostegno agli artisti.
«Oggi non sono più nemici come un tempo», osserva Joan Le Goff, docente di strategia aziendale e management all’IAE Paris-Est e co-autore di un articolo pubblicato nel 2021 su «The Conversation US» in cui analizzava la competizione fra i due. «Non esistono concorrenti al loro livello, e anche se sul piano economico hanno fatto la pace [perché ci sono altri avversari da considerare, soprattutto in Cina], probabilmente sentono ancora un’amichevole competizione in campo artistico e un desiderio sempre forte di emulazione reciproca».
Qualche esempio. Nel 1998 Pinault acquista la casa d’aste Christie’s e l’anno successivo Arnault rileva Phillips, poi venduta in perdita nel 2002. Dopo il clamoroso fallimento del progetto di un centro d’arte fuori Parigi, Pinault rivolge l’attenzione su Venezia dove apre Palazzo Grassi nel 2006 e Punta della Dogana nel 2009. Sulla scia dell’insuccesso del rivale nella capitale francese, nel 2014 Arnault annuncia la nascita della Fondation Louis Vuitton. A stretto giro, Pinault rivela la volontà di tornare a Parigi per lanciare una nuova istituzione, stavolta alla Bourse de Commerce. I due possiedono anche aziende vinicole a Bordeaux, testate giornalistiche e, più di recente, attività nel settore dell’intrattenimento in concorrenza tra loro.
Nel 2019 sostengono uno dopo l’altro la ricostruzione di Notre-Dame dopo l’incendio: la famiglia Pinault promette 100 milioni di euro e il giorno dopo gli Arnault si impegnano a versarne 200 in una specie di “rincorsa a chi offre di più”.
E poi c’è la miriade di dichiarazioni – spesso da fonti ignote – in cui una parte critica le iniziative culturali dell’altra. Secondo quanto riporta il giornalista Jean-Gabriel Fredet nel libro La guerre secrète des milliardaires de l’Art (2019), lo staff di Pinault avrebbe criticato aspramente i metodi con cui Arnault ottenne il permesso di costruzione per la FLV nel Bois de Boulogne grazie a un emendamento approvato dal parlamento nel cuore della notte. Da parte sua, Arnault avrebbe telefonato al sindaco di Parigi per «lamentarsi» della decisione del Comune di concedere a Pinault una locazione cinquantennale per l’edificio della Bourse de Commerce senza avviare una procedura aperta ad altri concorrenti.
Tra inchieste fiume, studi accademici e articoli di stampa, è stato detto molto sui due uomini, spesso descritti come irriducibili avversari attraverso i rispettivi gruppi industriali e staff culturali. Eppure, nonostante molti galleristi parigini continuino a sostenere questa visione («Non è una rivalità amichevole: è spietata!», ha dichiarato uno di loro in forma anonima), oggi è difficile trovare prove tangibili di una reale animosità. Ciò detto, Arnault e Pinault sembrano effettivamente impegnati in un duello strategico che combattono in grande stile sulla scena culturale francese. Duello da cui, in fin dei conti, è il pubblico a trarre il massimo vantaggio.
«[Arnault e Pinault] si tengono d’occhio da sempre», osserva Guillaume Piens, direttore di Art Paris. «La loro è una competizione tra personalità forti, che però alla fine avvantaggia tutti perché grazie a questo confronto la percezione della scena dell’arte contemporanea in Francia è realmente cambiata all’estero. L’apertura delle due fondazioni ha segnato un punto di svolta […] e ha contribuito in modo decisivo a riportare Parigi al centro dell’attenzione internazionale. In questo senso si è trattato davvero di uno spartiacque».
I musei di Arnault e Pinault hanno effettivamente rinnovato la scena artistica parigina, ma non sono stati i soli. Sull’onda della Brexit e di una serie di iniziative a sostegno degli artisti, la capitale francese ha vissuto in pochi anni una trasformazione radicale, attirando un flusso costante di grandi gallerie e artisti internazionali e, dal 2024, anche la principale fiera d’arte al mondo, Art Basel.
«Pinault e Arnault volevano entrambi innescare questa trasformazione a Parigi e nel resto del Paese», mi ha detto in un’intervista su Zoom Bernard Blistène, direttore del Centre Pompidou dal 2013 al 2021. «Si sono rivelati complementari. Con grande intelligenza, ciascuno ha saputo fare ciò che l’altro non avrebbe fatto. Ed è proprio questa complementarità che rende la loro strategia brillante». Le rivalità, del resto, alimentano la storia dell’arte tanto quanto l’impulso creativo. Gli esempi non mancano: basti pensare a Leonardo e Michelangelo o, passando ad artisti più recenti, ai conflitti tra Édouard Manet e Edgar Degas. «In realtà, penso che la competizione sia positiva», ha osservato Piens. «Tra i mecenati è sempre esistita, ed è così che è nato il Rinascimento».
Può darsi. Ma quando ho voluto approfondire la leggenda del presunto duello tra Pinault e Arnault e i suoi effetti concreti nel mondo dell’arte, mi sono scontrata – come c’era da aspettarsi – con un muro impenetrabile, che a ben vedere aveva a sua volta un significato.
All’inizio di giugno sono andata a vedere la maestosa installazione di Céleste Boursier-Mougenot allestita sotto la cupola in vetro della Bourse de Commerce. La calma ovattata del sottostante salone centrale, simile a quella di un tempio o di una cattedrale, allontana impercettibilmente il mondo esterno.
Una sensazione amplificata dall’opera di Boursier-Mougenot: una vasca circolare azzurra larga circa 18 metri, in cui si riflette la cupola sovrastante, con centinaia di ciotole di porcellana che roteano lentamente sospinte da una leggera corrente e, urtandosi tra di loro, producono un tintinnio di campane. Mentre mi aggiravo intorno alla piscina sonora, Emma Lavigne, direttrice generale della Pinault Collection – il cui tono di voce assume a tratti una morbidezza non meno eterea – indicava altre opere esposte nelle sale vicine, a loro volta incentrate sul tema dell’acqua, osservando giustamente che, insieme, le mostre estive del museo creavano una sorta di «flusso continuo».
Le mie domande all’ufficio stampa non hanno creato lo stesso effetto. Il museo era venuto a sapere che avevo chiesto direttamente un’intervista al presidente della Pinault Collection, Guillaume Cerutti (fino a quest’anno amministratore delegato di Christie’s). Com’era prevedibile, lui mi aveva risposto per e-mail dicendo che non desiderava commentare, ma questo significava che nessun membro dello staff era autorizzato a parlare con me del mio pezzo. L’ufficio stampa ha precisato che qualsiasi presunta rivalità tra i due magnati era una «falsificazione della realtà», aggiungendo che «l’altra parte» era certamente dello stesso avviso e avrebbe senz’altro rifiutato un’intervista sull’argomento.
A quel punto, però, avevo già trascorso quasi un’ora nella sede di LVMH che affaccia sull’elegante Avenue Montaigne, la strada dei marchi del lusso, seduta di fronte a Jean-Paul Claverie, consigliere di fiducia di Bernard Arnault e responsabile del mecenatismo artistico e culturale del gruppo. Da solo, in un’austera sala riunioni dalle pareti bianche, mentre fuori Parigi si scioglieva nella canicola estiva, l’ex consigliere di un Ministro della Cultura ha risposto apertamente in francese alle mie domande sulla “rivalità”, e non solo.
«L’ottica di questi collezionisti non è quella della rivalità, ma della grande curiosità – intendo dire, nell’ambito dei rispettivi interessi», ha asserito Claverie, parlando di Pinault e Arnault. «A ciascuna personalità il proprio sogno, il proprio mondo, la propria emozione: questo è ciò che conta. […] L’emergere di diverse iniziative artistiche private a Parigi è qualcosa di straordinario. Da questo punto di vista non possiamo che rallegrarci: più ce ne sono, meglio è». Quanto alle voci secondo cui si sarebbero sfidati anche nelle recenti donazioni per la ricostruzione di Notre-Dame, Claverie ha replicato senza esitazione: «Sono commenti assurdi […] frutto del desiderio di creare un conflitto dove non c’è. […] Abbiamo davvero lavorato fianco a fianco per rendere possibile il restauro di Notre-Dame». Claverie ha aggiunto che lui e il suo staff visitano regolarmente le mostre della Bourse de Commerce e che Pinault si è recato spesso alla FLV, dove Arnault o lo stesso Claverie lo hanno accolto. Che cosa i due uomini pensino davvero l’uno dell’altro e quale sia il senso di quelle visite alle rispettive istituzioni resta in gran parte materia di speculazione per osservatori esterni.
Ma qual è stata la causa iniziale del loro contrasto? La storica rivalità nel settore del lusso esplose quando, nel 1999, Pinault rilevò a sorpresa una quota importante di Gucci proprio sotto il naso dell’ignaro Arnault, il che diede avvio a una serie di cause legali durate anni (la docu-serie Kingdom of Dreams offre una ricostruzione della vicenda dal punto di vista del mondo della moda).
Quando si seppe che quello che all’epoca era il gruppo Pinault-Printemps-Redoute aveva acquisito il 42% di Gucci, l’imprenditore dichiarò ai giornalisti francesi che quell’operazione «non era contro Monsieur Arnault né contro nessun altro». Ma, alla domanda se avesse informato Arnault prima di prendere la decisione, Pinault rispose con una battuta passata alla storia: «Non ho l’abitudine di comunicare, quando sto per dichiarare guerra, il giorno e il luogo in cui attaccherò…».
La cosiddetta «guerra delle borsette» si concluse in tribunale, quando Pinault acquistò la quota minoritaria del capitale di Gucci detenuta da Arnault, garantendogli un profitto di 760 milioni di euro nel 2001. Ma le ferite sono rimaste aperte per anni. «Francamente, resto sbalordito da questa animosità. Quando [Arnault] ha preso Sephora […] anche se la desideravo anch’io, non ne ho certo fatto una malattia», avrebbe confidato Pinault allo scrittore francese Stéphane Marchand, secondo il quale Arnault avrebbe a sua volta replicato: «La differenza è che io Sephora l’ho ottenuta alla luce del sole».
È difficile stabilire con precisione quanto di quella antica rivalità continui ancora oggi. Certo è che Arnault e Pinault condividono una profonda passione per l’arte e in passato i gusti di entrambi si sono focalizzati su nomi di spicco come Mark Rothko, David Hockney, Jeff Koons, Takashi Murakami e Daniel Buren. Eppure, il loro approccio rimane profondamente diverso.
Pinault è da decenni una figura nota nel circuito delle gallerie francesi e internazionali, dove invia i suoi consulenti più fidati – come Caroline Bourgeois – o si reca di persona a visitare le mostre. I galleristi raccontano che è sempre curioso di incontrare gli artisti e spesso è disposto a sostenere quelli meno affermati che riescono a toccarlo nel profondo. «A volte mi imbatto in un’opera che spicca, un capolavoro folgorante che pare rivolgersi proprio a me, ed è un segnale potente», ha detto durante una video intervista presentata in una sala laterale della Bourse de Commerce. «Quando un pezzo mi colpisce in questo modo provo un’emozione intensa: sento qualcosa che mi afferra, mi chiama. Rimango spesso sorpreso da questa intensità, e qualche volta mi pare di esserne quasi intrappolato, perché non posso lasciarmi sfuggire un’opera così».
Eppure, quando ha inaugurato la Bourse de Commerce molti sono rimasti sorpresi nello scoprire l’ampiezza della sua collezione personale. «Si capiva che le scelte [di Pinault] erano maturate nell’arco di un lungo periodo, durante il quale aveva stabilito un autentico dialogo con l’artista che seguiva e sosteneva, e del quale aveva evidentemente conquistato la fiducia», mi ha detto una gallerista parigina.
Mi è stato riferito che, al contrario, Arnault – pianista classico di formazione – è una presenza molto meno assidua nelle gallerie di arte contemporanea. Nel tempo, e con l’aiuto di consulenti come Suzanne Pagé e Jean Paul Claverie, ha creato per FLV una collezione che, secondo un’altra gallerista parigina, «non contiene altro che capolavori». Se le dimensioni della raccolta restano un mistero, è nota invece la predilezione di Arnault per l’arte della prima metà del Novecento, in particolare per Vincent van Gogh, come ha dichiarato lui stesso a «Le Figaro» nel 2018. Detto ciò, la collezione comprende soprattutto opere dagli anni Sessanta a oggi ed è organizzata in categorie: Contemplativa, Pop, Espressionista e Musica & Suono.
«Da sempre appassionato di musica, lui stesso ha detto una volta che l’emozione, il “viaggio” che accompagna l’interpretazione o anche il semplice ascolto di un brano è identico a ciò che si può provare contemplando un’opera visiva», spiega Claverie. «Bernard Arnault è sempre stato attratto da tutto questo».
«Per anni Arnault è stato un outsider nella scena dell’arte contemporanea, e ci è voluto del tempo prima che riuscisse a scrollarsi di dosso il cliché del ricco industriale “intrufolatosi” nel mondo dell’arte», ricorda Fredet nel suo libro. Posso dire di aver sentito diversi galleristi parigini sostenere esattamente la stessa cosa. Tuttavia, il contributo di Arnault alle mostre organizzate dai musei nazionali e in seguito la creazione della FLV, con le sue impareggiabili esposizioni, hanno contribuito a mutare radicalmente l’atteggiamento nei suoi confronti. «La gente parla di cose che non conosce», ha replicato Claverie. «La verità sta in ciò che realizza, in quello che fa concretamente», ha aggiunto, ricordando che da oltre trent’anni Arnault è un importante sostenitore della cultura francese, dell’istruzione e di diverse cause umanitarie. Come ulteriore esempio dell’“autenticità” del suo approccio, Claverie ha sottolineato che la FLV non ha venduto una sola opera della sua collezione.
Eppure, all’inizio, aprire una fondazione d’arte «non era il nostro campo: abbiamo corso rischi notevoli, esponendoci parecchio», ha spiegato Claverie. Perfino la mostra dedicata a Ščukin, poi rivelatasi un successo, «sembrava destinata al fallimento, ma finalmente siamo entrati a pieno titolo sulla scena internazionale», conclude.
Il successo delle due istituzioni è innegabile, ma molti sollevano preoccupazioni legittime su ciò che musei privati di questa portata implicano per il futuro degli organismi pubblici, sul loro peso sproporzionato nel determinare il successo di certi artisti e sul ruolo dei contribuenti nella realizzazione di progetti privati con inevitabili finalità autopromozionali.
«La coppia Pinault/Arnault ha un potere assoluto», mi ha confidato – a condizione di rimanere anonima – una professionista ben introdotta nel settore. Forse è un’esagerazione, ma c’è una parte di verità in questa affermazione. Vale la pena notare che diversi galleristi hanno quasi implorato che il loro nome non comparisse in questo articolo, manifestando un chiaro timore per possibili ripercussioni sulla loro carriera. E mentre i musei pubblici continuano a perdere finanziamenti statali, il sostegno di mecenati privati come Arnault e Pinault diventa sempre più indispensabile: una situazione che alimenta nei francesi crescenti timori per l’indipendenza dei loro storici centri culturali.
In occasione dell’apertura della Bourse de Commerce, un’altra gallerista parigina mi ha raccontato di essere rimasta profondamente colpita dall’ampiezza della collezione, ma di esserne uscita in qualche modo anche scioccata. Dal raffinato caffè all’ultimo piano del nuovo museo ha potuto vedere, proprio di fronte, il Centre Pompidou che si preparava a una lunga chiusura per lavori di ristrutturazione: una visuale sconosciuta al pubblico fino a quel momento. «È stato un colpo terribile, all’improvviso abbiamo percepito il cambiamento negli equilibri di potere», ha detto, ricordandomi poi come le menti migliori e le figure più brillanti delle istituzioni pubbliche francesi vengano sempre più spesso reclutate dai musei privati. «Stiamo svuotando la sostanza delle istituzioni pubbliche, a favore di queste strutture private, con le loro manovre di potere», ha osservato. «Non c’è più da chiedersi se gli enti privati finiranno per usurpare quelli pubblici… sta già accadendo. Ciò che succede nel mondo anglosassone è arrivato anche qui».
Eppure, è difficile negare il contributo di Pinault e Arnault alla trasformazione della capitale francese in una delle mete culturali più vivaci al mondo. Inoltre, come suggeriva la gallerista, la realtà è tale che i musei pubblici devono necessariamente collaborare con i privati.
«Abbiamo bisogno del sostegno di questi individui [facoltosi], e non riconoscerlo equivarrebbe a mordere la mano che ci nutre», ha detto Blistène, ex direttore del Centre Pompidou. Al tempo stesso, ha osservato, l’ascesa dei musei privati ha fatto sì che le istituzioni pubbliche scivolassero ancora più in fondo alla lista delle priorità quando arriva il momento di erogare fondi. Il Louvre e altri musei francesi si fondano storicamente sulle grandi donazioni private; secondo Blistène, il fatto che questa tradizione sia cambiata «è all’origine della necessità, e dell’opportunità, di reinventarci».
«Esistono senza dubbio moltissimi modi in cui altre persone altrettanto facoltose possono esprimere il loro interesse per cause sociali e per istanze di altro genere», ha proseguito. «Entrambi [Arnault e Pinault] hanno voluto creare queste fondazioni assolutamente straordinarie, anticipando in un certo senso ciò che vediamo emergere oggi: un rapporto complementare e costruttivo tra autorità pubbliche e soggetti privati».
In questo scenario si inseriscono anche altri importanti collezionisti e iniziative private: la Fondation Cartier ha da poco aperto una nuova sede di fronte al Louvre, nei pressi della Bourse de Commerce. E Laurent Dumas, presidente del gruppo immobiliare Emerige, inaugurerà il prossimo anno un nuovo centro d’arte privato sull’Île Seguin, a ovest di Parigi.
Eppure molti temono che tutto ciò abbia un costo per i contribuenti. In una conversazione telefonica con «ARTnews», Jean-Michel Tobelem, professore di scienze del management all’Università Paris I Panthéon-Sorbonne, ha sostenuto che i cittadini non dovrebbero essere coinvolti nel finanziamento di musei privati, che godono di vantaggi “inestimabili” in termini di immagine e marketing per i marchi del lusso che rappresentano, direttamente o indirettamente.
Quando è stata lanciata la FLV, le aziende del gruppo LVMH avrebbero beneficiato di 518 milioni di euro in agevolazioni fiscali sugli oltre 800 milioni spesi tra il 2007 e il 2017. Questa decisione ha portato a un ricorso legale, archiviato in un secondo tempo, e provocato un’ondata di critiche da parte di chi pensava che Arnault avrebbe dovuto rinunciare a un rimborso tanto generoso, vista la capacità del suo gruppo di sostenere l’intero costo. «Per quale ragione il contribuente francese dovrebbe finanziare, sia pure indirettamente, un’attività commerciale che ha chiaramente una finalità promozionale?» si chiedeva Tobelem.
«Come qualsiasi organizzazione responsabile, ci atteniamo scrupolosamente a un quadro normativo», ha replicato in seguito Claverie, per iscritto. «La nostra linea d’azione ci permette di sostenere l’arte su vasta scala. La FLV ha un ruolo fondamentale, ma rappresenta solo una parte delle nostre attività in questo settore. Ad esempio, solo negli ultimi due anni, abbiamo aiutato il Musée d’Orsay ad acquistare La Partie de bateau di Caillebotte e abbiamo dato un contributo significativo all’acquisizione, da parte del Louvre, del Panier de fraises des bois di Chardin».
Va inoltre ricordato che Arnault e Pinault hanno entrambi rinunciato ai benefici fiscali per le loro donazioni destinate alla ricostruzione di Notre-Dame. È forse il segno di una raggiunta consapevolezza?
«Bernard Arnault ha sempre pensato – ed è ciò di cui abbiamo parlato quando ci siamo conosciuti – che il successo economico delle sue maison [i marchi del gruppo LVMH] possa creare un ponte con il mondo artistico e culturale», ha proseguito Claverie. «Parte del successo dei nostri marchi deve essere restituita alla cultura in generale, agli artisti e al pubblico», ha aggiunto.
Nel frattempo, alla Bourse de Commerce mi ricordano regolarmente che il museo non è una fondazione e, di conseguenza, non beneficia delle relative agevolazioni fiscali. Lo stesso Pinault aveva sottolineato questo aspetto nel 2017 durante la presentazione della sua futura istituzione parigina, in quella che all’epoca venne interpretata come una stoccata al suo concorrente. «Il ruolo dello Stato non è finanziare una fondazione», dichiarò Pinault in quella occasione.
Allo stesso tempo, governando il museo come un’impresa privata, Pinault ne conserva il controllo totale e ha la possibilità di dedurre gli ammortamenti dal reddito imponibile, ma anche di vendere le opere con maggiore facilità, pratica per la quale è stato più volte criticato. La vendita di diversi pezzi di Adrian Ghenie circa sei mesi dopo la loro esposizione nello spazio veneziano di Pinault è uno degli esempi più citati. Un altro riguarda quella dei lavori di Damien Hirst dopo la grande mostra che Pinault gli ha dedicato nel 2017 nei suoi due musei veneziani. Molti vedono anche un conflitto d’interessi legato alla proprietà di Christie’s, che agevola le operazioni di vendita.
Sia Pinault che Arnault devono al governo francese una parte significativa del loro successo. Alcune politiche pubbliche hanno consentito loro di acquisire aziende in bancarotta o sull’orlo del fallimento a condizione (non sempre rispettata) di mantenere i posti di lavoro.
François Pinault nasce a Champs-Géraux, in Bretagna, in una famiglia di modesti commercianti di legname. A sedici anni abbandona la scuola e, dopo aver prestato servizio militare durante la guerra d’Algeria, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia. Nel 1962 fonda una propria società per la vendita del legname, gli Établissements François Pinault, rivelando subito la sua abilità negli affari. Acquisisce a basso costo altre imprese del settore e attività affini, che rilancia – com’è noto – dopo drastici tagli al personale. Ben presto amplia il suo raggio d’azione ai grandi magazzini Printemps e alla società di vendita per corrispondenza La Redoute, dando vita al gruppo Pinault-Printemps-Redoute, poi rinominato PPR e infine Kering.
Nel 1992 Pinault fonda la holding di famiglia Artémis, alla quale trasferisce la sua quota del 42% di PPR. Aggiunge altri brand di alta gamma, tra cui l’azienda vinicola Château Latour a Bordeaux, Christie’s, il club calcistico Stade Rennais FC e il settimanale «Le Point». Nel 2003 passa il testimone del suo impero economico a uno dei suoi tre figli di primo letto: François-Henri Pinault, sposato con l’attrice Salma Hayek. Sotto la sua guida, Artémis si allontana sempre di più dal commercio del legname e dalla vendita al dettaglio, orientandosi verso la moda di lusso.
Più di recente, François-Henri ha acquistato una quota di maggioranza dell’agenzia hollywoodiana CAA e poco dopo Bernard ha fondato lo studio di produzione 22 Montaigne Entertainment.
Nato a Roubaix, Bernard Arnault cresce nell’ambiente agiato dell’alta borghesia del Nord della Francia, grazie all’impresa di costruzioni e ingegneria civile del padre. Dopo aver frequentato l’esclusiva École Polytechnique a Parigi, inizia la sua carriera nell’azienda di famiglia e, intorno alla metà degli anni Settanta la indirizza verso il settore immobiliare turistico. L’occasione decisiva arriva nel 1984, quando acquisisce il gruppo tessile Boussac, proprietario del marchio Christian Dior, allora gravato da pesanti debiti, e i grandi magazzini Le Bon Marché. Anche lui licenzia migliaia di dipendenti e ridimensiona drasticamente il patrimonio del gruppo, vendendo tutti gli altri marchi e conservando solo le due realtà che considera fondamentali: Le Bon Marché e Dior. Quest’ultimo marchio – amatissimo dalla madre – diventa il fulcro della strategia con cui Arnault costruisce il più grande conglomerato del lusso al mondo, che oggi comprende ben settantacinque marchi. Per ottenere questo risultato, rileva una serie di etichette prestigiose mettendo in atto iniziative controverse ma perfettamente calibrate, tra cui l’estromissione di alcuni dei massimi dirigenti dell’epoca.
Nel 2017 la holding di famiglia degli Arnault, Agache, ha fondato Aglaé Ventures, una società di venture capital con un forte orientamento tecnologico. Prima di allora, Agache (come Groupe Arnault) aveva sostenuto start-up quali Spotify, Netflix e Airbnb.
Per quanto riguarda la nuova generazione, i tre figli di primo letto di Pinault non sembrano particolarmente interessati al mondo dell’arte, mentre il nipote, François Louis, figlio di François-Henri, ha recentemente fatto il suo ingresso nel Consiglio di amministrazione di Christie’s. I cinque figli di Arnault, invece, lavorano tutti per il gruppo LVMH e mostrano una spiccata attenzione sia per l’arte sia per il futuro della FLV. La primogenita Delphine, Chairperson e CEO di Christian Dior Couture, nutre un interesse particolare per gli artisti contemporanei e fa parte del Consiglio direttivo della Gagosian Gallery. La famiglia intrattiene stretti rapporti con lo stesso Larry Gagosian, ma le voci secondo cui Arnault sarebbe pronto ad acquistare la galleria sono state categoricamente smentite.
Delphine «proviene da una famiglia celebre, ma questo non ha nulla a che vedere con il modo in cui ci ritroviamo a parlare fra di noi», ha dichiarato l’artista Mark Bradford intervistato da «Vogue» in occasione di un servizio che raccontava di una cena tutta incentrata sull’arte e gli artisti, con Delphine come padrona di casa.
Affrontando il tema della successione, pensando a un futuro non troppo lontano, ho chiesto a Claverie se i due imperi dell’arte e del lusso – Pinault e Arnault – prenderebbero mai in considerazione l’idea di collaborare alla creazione di un progetto comune. «Non ci precludiamo nulla, e tutto è possibile», ha risposto. «L’arte non ha confini».