Due racconti sulla contemporaneità del patrimonio culturale italiano

Il patrimonio culturale ci parla solo del passato o ci permette anche di narrare il nostro presente e di ipotizzare il futuro? Ha a che fare solo con una specifica cultura o vi possiamo ritrovare l’eco delle molteplici culture che, insieme, lo hanno generato fin dall’origine e che nel corso della storia hanno continuato a interpretarlo? Il patrimonio, poi, è solo culturale o contiene in sé anche le testimonianze dell’ancestrale collaborazione fra cultura e natura, i segni dei continui adattamenti a quell’habitat in cui gli esseri umani convivono con fenomeni geologici, cataclismi, condizioni climatiche, le altre specie viventi (animali, minerali, vegetali) e, persino, tutte quelle tecnologie che ci hanno condotto all’“intelligenza artificiale” della nostra epoca?
Insomma, il patrimonio è un oggetto statico, una “roba da museo”, o è un’azione dinamica, un’energia propulsiva, un sogno collettivo che attraversa epoche e geografie, connettendoci gli uni agli altri?
Per provare a rispondere a queste domande occorre fare degli esempi. E anche se i racconti dei due progetti che sto per descrivere sono, per certi aspetti, opposti fra loro, arrivano però alle stesse conclusioni. Il primo racconto ci dimostra come un patrimonio talmente noto da diventare causa dell’iper-turismo globalizzato contemporaneo possa (e debba) essere riportato alla complessità intellettuale e al fascino perturbante che ne hanno determinato la sua stessa notorietà. Il secondo racconto ci dimostra invece come un patrimonio poco noto possa (e debba) essere svelato, condiviso e reso accessibile al pubblico con esperienze che lo sollecitino a esprimere tutta la sua rilevanza. In entrambi i casi i linguaggi e le sensibilità dell’arte e dell’exhibition making contemporanei divengono i presupposti per una museografia in cui il patrimonio storico evolve, appunto, in un patrimonio, inevitabilmente, contemporaneo.
Primo racconto: Wael Shawky nel multiverso di Pompei
Pompeii Commitment. Materie Archeologiche – concepito nel 2020 da Massimo Osanna con il sottoscritto e modellato sui bandi del Ministero della Cultura italiano PAC e Italian Council – è il primo programma al mondo che permette a un parco archeologico (quello di Pompei) di aprire sistematicamente il patrimonio delle proprie “materie archeologiche” al confronto con linee di ricerca, pratiche artistiche e curatoriali, espressioni e narrative contemporanee: reperti e frammenti di antiche opere d’arte, ma anche archivi, biblioteche, tecniche di scavo e restauro, azioni comunicative, didattiche, editoriali e di valorizzazione diventano forme di conoscenza disponibili a essere riposizionate nell’incontro con i linguaggi, le sensibilità, le urgenze del presente. Un processo in corso nel cui contesto è stato prodotto anche il film I Am Hymns of the New Temples dell’artista egiziano Wael Shawky, mostrato in anteprima internazionale al teatro pompeiano dell’Odeion nel 2023 e al Museo di Palazzo Grimani in una mostra personale, inaugurata in occasione della Biennale di Venezia del 2024.
Shawky incarna in quest’opera paradigmatica quanto l’archeologo italiano Salvatore Settis scrive sul “classico” – che si rivela una ricostruzione ipotetica che «riguarda sempre non solo il passato ma il presente e una visione del futuro. Per dar forma al mondo di domani è necessario ripensare le nostre molteplici radici»[1] – così come le riflessioni che Settis ha elaborato sul Pathosformel (formula del patos) di Aby Warburg – per cui certe forme del passato tendono a riproporsi nel presente perché ancora rispondono emotivamente alle sue necessità espressive ed emotive[2]. Shawky rappresenta infatti Pompei non come un sito archeologico, visitato ogni anno da milioni di turisti, ma come una fucina storica e mitologica in cui si confondono i piani della realtà e della finzione. Sepolta sotto la cenere e i detriti vulcanici dell’eruzione del 79 d.c., e per secoli considerata perduta, Pompei diventa per Shawky un multiverso fragile e resiliente, concreto e simbolico, in bilico fra catastrofe e rinascita, una città ancora viva in quanto surreale teatro della storia, in cui mettere in scena le diverse civiltà mediterranee che ne hanno plasmato l’identità sincretica (italica, greca, romana, egizia…) e in cui dar voce alle diverse nature che ne hanno segnato il multiforme destino.
Il film racconta il viaggio spaziale e temporale di Gaia, la Madre Terra della mitologia greca, che nella nuova versione di Shawky incontra un pantheon di creature divine ma anche personaggi immaginifici, rappresentazioni mascherate dei conflitti morali umani e del bisogno quotidiano di trascendenza. Nel nuovo mito di Shawky Iside si fonde con Io, ninfa greca trasformata da Zeus in giovenca, e il Tempio di Iside, edificio romano dedicato alla dea egiziana della magia e della guarigione, si erge a celebrazione del rapporto fra tutte le antiche credenze e culture mediterranee. Mostrando come anche il mito, le sue cosmologie e le sue relazioni di potere si trasformano e adattano incessantemente per continuare a rispondere alla necessità umana di dare un senso al mondo, Shawky riscopre la permeabilità e continuità storica di Pompei ma, insieme, ci indica come solo la fabula, il racconto, possa provare a darne conto. Nulla di meno ‘archeologico’ rispetto al sito che credevamo di conoscere con gli occhi e le orecchie immerse nelle nostre guide turistiche.
Shawky ci fa capire che noi siamo Pompei, con la nostra Storia collettiva e le nostre storie individuali, in quanto noi siamo «gli inni dei nuovi templi», i testimoni di un patrimonio archeologico che rivive in noi, nel nostro bisogno di trasmettere, interpretare, raccontare sempre nuove storie, in cui si congiungono passato, presente, futuro, natura e cultura, io e gli altri, attori del perenne rinnovamento di un patrimonio che non piò che essere sempre in divenire. Anzi, più che di “patrimonio” – concetto e pratica di proprietà esclusiva – forse dovremmo iniziare a parlare di “matrimonio”, indicando pratiche condivise di cura, confronto e manutenzione di ciò che non appartiene solo a noi, e che il passato ci consegna ma che, a nostra volta, noi stiamo consegnando al futuro[3].

Secondo racconto: Le fiabe… sono vere!
Il potere del racconto, applicato al patrimonio, caratterizza anche un progetto come “Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana”, mostra in corso fino al primo marzo 2026 al MUCIV-Museo delle Civiltà di Roma, co-curata da Massimo Osanna con un gruppo di lavoro interdisciplinare e con progetto di allestimento dello studio italiano Formafantasma.
Perché trasformare una mostra in una fiaba, e il museo in un cantastorie?
Perché così diventa possibile riportare le tradizioni popolari italiane a noi, qui, oggi, e scoprire che anche «le fiabe sono vere», come scriveva Italo Calvino[4] nello stesso momento in cui inaugurava, a Roma, il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari da cui originano le collezioni di arti e tradizioni popolari del MUCIV.
Delineando un racconto al contempo storico e contemporaneo, le antiche tradizioni tornano ad abitare il nostro spazio e tempo: da vetrine e depositi tornano a incontrare le comunità patrimoniali (territori e persone) di cui esprimono «valori, credenze, conoscenze»[5], e a intrecciarsi con gli elementi naturali con cui i loro manufatti erano composti. Così anche il museo torna a raccontare le loro storie e a farsi interprete della loro vitalità, in cui tradizione e innovazione si sono continuamente intrecciate fra loro.
Manufatti, documenti e storie delle comunità agro-pastorali italiane fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo non appartengono infatti solo al loro passato, non ci parlano di un mondo finito per sempre, ma continuano a riguardarci. Le loro tradizioni non sono immutabili e obsolete, ma possono far parte anche della nostra contemporaneità. Questa favola-mostra ci rivela che quelle tradizioni tracciano del resto la storia di un’Italia che, alle soglie della modernità, passò dalle campagne alle città, dai campi alle fabbriche, affrontò l’emigrazione verso altri paesi, fondando le premesse che ci conducono all’Italia di oggi, in cui quelle tradizioni rivelano, a loro modo, persino l’archeologia del cosiddetto “Made in Italy”.
Come i musei e le mostre, anche le fiabe non hanno mai un solo autore: così anche il racconto di questa mostra è un racconto plurale, in cui l’antropologia incontra l’exibition design, la tutela del patrimonio la sua accessibilità fisica, cognitiva e sensoriale, il limite dell’evento espositivo, la responsabilità più ampia della missione museale, di cui il pubblico è chiamato a farsi co-autore attraverso strumenti che permettono a questo patrimonio sottovalutato, se non sconosciuto, di diventare accessibile e rilevante nel nostro presente.

Dal limite immaginario di una fitta foresta (o dall’orizzonte del mare) il percorso della mostra poi conduce al centro di un altrettanto immaginario paese (l’axis mundi delle tradizioni, secondo l’antropologo Ernesto de Martino). Attraversando questo paese che non c’è, ma che è uguale a tantissimi altri, si scopre che, come scriveva ancora Calvino, le fiabe tradizionali rivelano la «sostanza unitaria del tutto – uomini bestie piante cose – l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste». Per questo le storie di questa mostra non sono solo quelle di individui e comunità che ci hanno preceduto, ma anche quelle dell’atavica cooperazione fra culture umane e ambiente naturale, della scoperta del sé al confine fra identità e alterità, noto e ignoto, selvatico e domestico, appartenenza a sradicamento. Analizzando le suggestioni che queste antiche storie ci trasmettono, possiamo allora iniziare a chiederci se ci possono insegnare ancora qualcosa, se possiamo riferirci a loro anche per affrontare il nostro presente, in cui il venir meno di memorie condivise, della fisicità dei saperi, di un rapporto armonico fra le generazioni o di un utilizzo ecologico delle risorse rischia di renderci inermi di fronte al cosiddetto “progresso”, mentre, al contempo, una realtà sempre più virtuale sembra riportarci alla meraviglia e allo sgomento della favole. A volte, guardarci indietro ci permette di andare avanti più sicuri, e di non lasciare nessuno (niente) indietro?
L’allestimento – un gigantesco gioco dell’oca – ci invita a riflettere su queste possibilità, al cospetto di oggetti, documenti e storie che sono intrecciati fra loro come se fossero i personaggi di un’antica favola. E, alla fine del percorso, il pubblico può tornare all’ingresso per completare questa grande favola aggiungendovi le proprie tradizioni o scambiandole con quelle degli altri. L’auspicio è quello che la possibilità di fare un’esperienza dal vivo e in tempo reale, di partecipare in modo diretto, di essere così vicini a un patrimonio che si credeva estraneo ma che si scopre appartenerci ancora, possa trasformare queste tradizioni in tradizioni viventi, così come ha reso reali le favole che ci raccontiamo: qualcosa che è sempre in divenire nel nostro quotidiano, che è reale perché parla di noi, dei nostri bisogni e delle nostre paure, ora come allora. In questo senso una mostra può costituire la premessa per rendere una collezione museale più accessibile, riconnetterla alle proprie comunità di provenienza, alimentarla di nuove testimonianze, darle una prospettiva contemporanea. In modo da trasformare il concetto stesso di patrimonio dal racconto di ciò che C’era una volta a quello di ciò che C’è ancora, e continuerà a esserci…[6]

To be continued…[7]
Se ogni racconto ha una morale, la nostra potrebbe essere questa: il patrimonio culturale, soprattutto in un paese come l’Italia, è inevitabilmente anche una straordinaria matrice di contemporaneità, che va continuamente alimentata con una passione civile e sociale, ancor prima che culturale. Del resto, pensiamoci un attimo: se nessuno avesse commissionato ai suoi tanti autori gli affreschi pompeiani, o a Michelangelo il David e la Cappella Sistina, o la Mole Antonelliana e il Duomo di Milano e se nessuno se ne fosse preso cura, a suo tempo…che patrimonio avremmo noi?
Se il patrimonio è una storia che è iniziata prima di noi, questa storia non può che continuare con noi. Perché tutto il patrimonio, ammettiamolo, è tale solo fino a che resterà contemporaneo.

[1] S. Settis, Futuro del ‘classico’, Torino, Einaudi, 2004.
[2] https://pompeiicommitment.org/commitment/salvatore-settis/#01.
[3] Per approfondimenti cfr. Wael Shawky. I Am Hymns of the New Temples, a cura di Sébastien Delot, Andrea Viliani, Parigi, Atelier EXB, 2025.
[4] I. Calvino, Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino, Torino, Einaudi, 1956.
[5] Consiglio d’Europa, Convenzione Quadro del Patrimonio Culturale per la Società, art. 2, 2005.
[6] Per approfondimenti cfr. Le fiabe sono vere… Storia popolare italiana, a cura di Massimo Osanna, Andrea Viliani, Roma, Treccani, 2025.
[7] L’autore desidera ringraziare tutte le colleghe e i colleghi del Parco Archeologico di Pompei, del MUCIV-Museo delle Civiltà e, in primis, il Professor Massimo Osanna, Direttore generale Musei del Ministero della Cultura, per aver reso possibili i due progetti illustrati nell’articolo e per aver condiviso con il sottoscritto e il pubblico la loro passione civile e sociale per il patrimonio culturale italiano e la sua inevitabile contemporaneità.