Alicja Kwade, INFRASUPRA. FOROF, Roma

Sotto la cura di Valentino Catricalà, “INFRASUPRA” di Alicia Kwade porta FOROF alla sua quinta stagione. La mostra è visitabile fino al 29 luglio 2026.
Alicja Kwade ha questa fortunata capacità di essere chiara a sé stessa. Se si considera il corpus di opere che ha messo al mondo in vent’anni di carriera, pare non essere mai uscita di un punto dalla sua linea di ricerca, neanche quando, nei primissimi Duemila, ancora dentro l’università di Berlino, girava video di breve durata. Pochi anni dopo quella fase di tentativi formalmente diversi – ma già, come spesso ricorda, pregni delle sue questioni future – mette a punto le direttrici del suo linguaggio: scultura site specific, monumentalità e un lessico limato sino all’osso. Ne fanno parte il quadrato e il cerchio, il cubo e la sfera, e una manciata di oggetti – orologi, massi di pietra, lampadine, specchi, rami, sedie. Poche figure ma, semanticamente, di ampissimo raggio. Che cosa risieda al fondo di questo vocabolario, in cui la figura umana raramente compare, altrove, ce lo aveva già spiegato: «We are also objects who, in their desperate attempt to find out where we are coming from and why the things are the way they are, are forever lost». Di fronte alla domanda “da dove veniamo” e “perché le cose sono come sono”, siamo sempre perduti. L’inequivocabilità e l’autosufficienza dell’orto artistico in cui si muove non portano con sé alcuna asserzione. Le sue forme sono quelle di un puro domandare in continua riscrittura, perché, sfoltita la narrazione, rimangono solo interrogazioni per mettere alla prova – lo spazio e il tempo, la massa e la gravità – le coordinate fisiche a cui fa capo l’esistenza.

Adesso, e per la prima volta, in via dei Fori Imperiali 1, a Roma – dove Alicja Kwade è attualmente in residenza presso l’Accademia Tedesca Villa Massimo – il portato epistemologico della sua ricerca entra in dialogo con qualcosa a cui non aveva mai avuto accesso prima d’ora: l’archeologia, e in particolare i resti della Basilica Ulpia (II sec d.C.). Lo sottolinea il curatore Valentino Catricalà: «Con “INFRASUPRA”, Alicja Kwade aggiunge un ulteriore tassello al suo lavoro sul tempo, intrecciando la temporalità archeologica unica di FOROF con la temporalità geologica della sua pratica poetica e la temporalità umana dello spettatore». Sì, perché FOROF è letteralmente la custodia di un sito archeologico, aperta al pubblico nel 2022, grazie a Giovanna Caruso Fendi, che ha dato vita a un inedito modello di imprenditoria culturale capace di coniugare l’antico – di cui è sede – con l’arte contemporanea.

Il percorso di “INFRASUPRA” si sviluppa dentro tre principali “piani sequenza”. Il primo è a livello del terreno, il secondo si situa in un corridoio che funge da intermezzo, mentre il terzo è l’aula ipogea, hapax della mostra, dove risiedono i resti della pavimentazione in marmo e dell’abside orientale dell’antica Basilica.
Come detto, il poetico di Alicja Kwade è un costane esercizio di riscrittura. Riprende, infatti, ciò che aveva elaborato nel 2022 con Stella Sella o L’ordre des mondes (Totem), per presentare al piano terreno Uranus e Jupiter, le sfere di marmo che mettono in bilico due sedute, a simbolo della precarietà del Potere e della Storia. Il rischio di scivolamento diventa effettivo nella serie Malus Multiplex, dove solo poche mele sono rimaste sopra il proprio sostegno. Anche Ghost, scultura in bronzo e autoritratto velato dell’artista, ha un vecchio rimando, ovvero Light suicide (2022): insieme sono tra le poche figure antropomorfe che possono vantare un’apparizione nel suo lavoro. Questo dispositivo, con cui Alicja Kwade si mostra ironicamente al pubblico, opera da intercessore tra due mondi, quello di sopra e quello di sotto. Sotto, lo scenario si complica. Le ultime due opere con cui si chiude “INFRASUPRA” sono collocate laddove salta il tessuto pavimentale originario. Sfera, la grande palla di marmo, sporge per metà dal piano di passeggio mentre, poco più in là, con The Heavy Light (2021), pendono dall’alto e in contrappeso, una pietra e una lampadina. La sua luminescenza cola nel buio sopra un panno di feltro. Non è un caso che proprio qui, nel punto geograficamente più basso del percorso e più vicino alla storia, quella occidentale, Alicja Kwade abbia riposto, due delle sue immagini più fortunate. Il discorso archeologico e il portato storico delle rovine le espongono senza mediazioni a quella foresta di domande di fronte a cui, dice Alicja Kwade, siamo sempre perduti.

Dal 29 ottobre 2025 al 29 luglio 2026; FOROF, Palazzo Roccagiovine Foro Traiano, 1 – Roma; Info: www.forof.it