TEFAF Maastrict: appunti di viaggio

Business as usual? Possibile che il mercato dell’arte riprenda la sua corsa, dopo le interruzioni dell’anno scorso, in un tempo di tante guerre, dolori, impennate del prezzo del petrolio?
Entrare nella preview di TEFAF a Maastricht sembra confermarlo, ma con importanti precisazioni.
Ci si arriva dal treno lungo un percorso che costeggia edifici di ferro e cemento, quadrati e rettangolari, pure funzioni. Poi, nella prima sala dell’esposizione si entra in un allestimento fiorito – del resto è tradizione – e da lì ampi viali e piazze, gli Champs-Élysées, la Place de la Concorde, su cui si affacciano botteghe delle meraviglie.
Appena dentro, Sam Fogg ci proietta in un tardo medioevo fantastico, tra arenarie scolpite in forma di evangelisti, avori, fibbie e fondi oro. Appena di fronte, White Cube ci trasporta tra Albers e l’astrazione geometrica; a sinistra, le preziose, incredibili, collezioni di Kugel. L’Institut mette in mostra cinque oli di Picasso, dipinti tardivi del suo ultimo Mosquetaire, alterego stralunato dalla prossimità del nulla.
Forse basterebbe questo per il viaggio. Il fascino di TEFAF resta intatto – non ci venivo almeno da otto anni – nella sua capacità di integrare l’archeologia romana, le spoliazioni etniche, le raccolte rinascimentali, le collezioni moderne, come in un gigantesco museo del collezionismo privato. È – si respira – una dichiarazione di orgoglio e una rivendicazione di civiltà, messa in forma di ricevimento, di festa sociale.
L’organizzazione è perfetta, si può trovare ospitalità nei numerosi punti di ristoro, ma se si preferisce restare a guardare, innumerevoli vassoi arrivano con vino, acqua profumata, cocktails, tartine e ostriche: è la Versailles del mercato artistico. O una prigione dorata, come ci insegna Norbert Elias, ma qui non si capisce bene chi sono i prigionieri.

Il livello di ogni dettaglio sembra molto alto, delle opere certamente: non si vede niente di gridato, pacchiano, e le sorprese sono tutte segrete e circonfuse di tradizione. La qualità è spesso strepitosa ma, se si può dire, proposta senza strepiti. I corridoi e i boot sono molto popolati, ma non è una “folla” nel senso un po’ patologico di Le Bon, se non saltuariamente, negli addensamenti improvvisi attorno al taglio del pata negra. Ci si muove adagio, anche perché il pubblico è prevalentemente composto da anziani, diciamo boomers e pre boomers, pochi quarantenni; i giovani – trentenni – sono soprattutto nei boot a vendere, e i ragazzi più giovani prevalentemente portano i vassoi con le delizie.
Tutto molto educato, esperto, si va in giro da soli, magari in coppia, si incontrano colleghi, direttori di museo, storici dell’arte. I grandi collezionisti puntano a cose specifiche, è interessante: trasformano gli oggetti in soggetti, perché sanno guardarli, con intenzione e senza rapacità apparente. Sono dialoghi individuali.
I prezzi sono alti – in realtà si possono anche portare a casa oggetti o disegni per quindici-ventimila euro –, e la media è “bold”: supera il mezzo milione. Si mormora che il mercato sia ripartito e si ha l’impressione che questo detto venga testato: un Albers verde, 45 × 45 cm, a tre quadrati, è proposto a seicentocinquantamila euro; un Boetti di lettere di un metro per un metro a settecentotrentamila euro. Ma l’atmosfera non è proprio quella di un mercato. Mi ripeto, è uno statement, una rassicurazione, e anche una affermazione di nobiltà, seppur venduta all’incanto, ma non meno dignitosa. Si sente spesso parlare italiano, nelle gallerie con offerte di ottimo livello come quelle di Galleria Continua, Matteo Lampertico, Tornabuoni e diversi altri e nei corridoi. Mi annoto: nessun artista italiano a Venezia, ma molti collezionisti italiani a Maastricht.
Ogni tanto, fa capolino qualcosa di un po’ diverso, come un frammento di poeticità o di attivismo: i fiori di vetro di Lilla Tabasso, proposta da Caterina Tognon, cinque fantastiche maschere settecentesche del teatro Noh all’Ippodo Gallery, la proposta monografica sul lavoro sorprendente di Dimitry Lebedev, simbolista ucraino dei primi del Novecento, o il delizioso angolo dedicato agli oggetti per i bambini e la scuola di Gerrit Rietveld.
Chi sono dunque i prigionieri di questa corte austera, che si concede anche al contemporaneo, ma con pudore conservativo? Forse quelli che non ci sono, o si aggirano curiosi a guardare la scena e sono sedotti dal fascino della ricchezza. Forse, più probabilmente, un certo modo di essere del sistema dell’arte, per come si è messo in forma negli ultimi venticinque anni.
Business as usual? I bollini rossi sono molti. La domanda esiste, anche se selettiva: «È difficile oggi fare affari in asta», mi confida un amico dealer, «i pezzi che possono crescere sono molto richiesti e da molti».
Maastricht è un mercato di professionisti che parla la lingua dell’Old Money. Le scelte sono pensate, mirate, selettive, efficaci. Il collezionismo non è un hobby qui, è una passione che si trasmette tra generazioni. Se si sbaglia, lo si fa da professionisti e il denaro per farlo è una ovvietà.
Su tutto domina un bisogno, quello di dire: Ci siamo, la civiltà del collezionismo, la civiltà della qualità straordinaria, resiste, nonostante tutto, vive di piccoli misteri (davanti a molte cose mostrate ci si chiede, ma come può esistere un’opera così?) e crea mestieri, sollecita l’ego più raffinato, quello che non ha bisogno di mostrarsi.

La fabbrica delle illusioni, del gusto e della gentilezza, imbricata com’è alla sostanza feroce della disuguaglianza, si dispiega qui nella sua qualità più pura e priva di rimorsi, quasi con capitalistica malizia: oggetti di arte e ricchezza si tengono per mano. E si sa: il sistema dell’arte non ha davvero rapporti con la sostanza della pratica artistica, ma ha una responsabilità, quella di sostenerla, di renderla possibile. Per questo occorrono ricchezze private e gusti coltivati. Inutile nasconderselo.
Ma nel contesto del mondo che stiamo vivendo forse questo non basta, non può più bastare. L’età media dei presenti lo dimostra. Forse occorre sperare in una Maastricht diversa? Non lo so. Forse una Maastricht che duri tutto l’anno, che sia capace di insegnare il buon gusto, la misura a tanta gente. Che sia capace di instradare le istituzioni verso relazioni più profonde con il pubblico, non solo perché composto da ricchissimi collezionisti. C’è bisogno urgente che l’arte diventi un modo, una postura del fare, non solo degli artisti. C’è bisogno di una gentilezza che non sia finalizzata alle vendite.
C’è bisogno di un sogno vero, senza prigioni e senza prigionieri.