Afrofuturismo, o del rivisitare il passato e raccontare un futuro immaginario

«There are Black people in the future». Nel 2017 l’artista visiva Alisha B. Wormsley ha iniziato a scrivere questa frase su alcuni cartelloni pubblicitari installati in diverse città degli Stati Uniti, come Pittsburgh, Detroit, Charlotte, New York, Kansas City e Houston. Secondo Wormsley, la frase era nata inizialmente come una «battuta da nerd neri appassionati di fantascienza». Un bel giorno, a Pittsburgh, il cartellone è stato rimosso perché ritenuto «divisivo», mettendo in evidenza una volta per tutte la necessità urgente di un punto di vista capace di includere gli afroamericani nelle narrazioni sul futuro.
È qui che entra in gioco l’afrofuturismo, un movimento culturale che oggi conosce una rinascita e restituisce potere a un popolo sul quale per secoli sono state diffuse narrazioni umilianti. Queste rappresentazioni denigratorie sono così profondamente radicate nella cultura americana che per molto tempo hanno caratterizzato alcuni dei prodotti più usati nella vita quotidiana: basti pensare che solo nel 2020 immagini come quelle di Aunt Jemima e Uncle Ben sono state eliminate. Le narrazioni afrofuturiste offrono alle persone nere storie alternative, capaci di restituire loro dignità e umanità. Dopo essere rimasto per decenni ai margini della produzione culturale, l’afrofuturismo è finalmente entrato nel mainstream: un cambiamento importante nella coscienza pubblica della nazione.
Il termine afrofuturismo è stato coniato da Mark Dery nel saggio Black to the Future: Interviews with Samuel R. Delany, Greg Tate, and Tricia Rose (1994) per descrivere una «narrativa del fantastico che tratta temi e problemi afroamericani nel contesto della tecnocultura del ventesimo secolo». Il termine è stato poi esteso anche alle pratiche in cui gli artisti afrodiscendenti immaginano il futuro riconcettualizzando il presente e rivisitando il passato. Sebbene venga definito un fenomeno afroamericano, l’afrofuturismo è diventato un movimento globale, arrivando persino a generare una diramazione africana: l’Africanfuturism.
Il film fantastico Black Panther (2018) di Ryan Coogler è ambientato nel regno di Wakanda, una nazione immaginaria, rimasta intatta di fronte al colonialismo europeo. La storia dipinge un’Africa contemporanea ricca di risorse, proponendo al grande pubblico l’immagine di un continente prospero. Il grande successo di Black Panther ha permesso alle narrazioni afrofuturiste – in continua evoluzione grazie alla letteratura, la televisione e la musica – di affermarsi nel mainstream.
Più di settant’anni prima che il termine venisse coniato, W.E.B. Du Bois aveva anticipato l’afrofuturismo con il racconto The Comet del 1920. Protagonisti della storia sono un uomo nero e una donna bianca, unici sopravvissuti dopo il disastroso schianto di un corpo celeste sulla pianeta Terra. Du Bois immagina come sarebbe il mondo in assenza delle norme sociali razziste. In questo racconto di fantascienza in cui l’uomo nero e la donna bianca condividono la stessa condizione, l’umanità del nero viene riconosciuta appieno.
Per molti esperti della materia, l’introduzione del personaggio del tenente Uhura in Star Trek, a partire dagli anni Sessanta, è stato un momento decisivo, perché ha permesso alle persone nere di non sentirsi più escluse dalla fantascienza, vedendo qualcuno come loro svolgere un ruolo fondamentale in una narrazione ambientata nel futuro. Questa scelta, tuttavia, rimase in qualche modo un’eccezione. Come ha osservato lo scrittore di fantascienza afroamericano Samuel R. Delany, la quasi totale assenza di persone nere in questo genere di narrativa – nei libri come nei film – equivale a una forma di cancellazione. Durante una conferenza allo Studio Museum di Harlem, Delany dichiarò: «Abbiamo bisogno di immagini del domani, e la nostra gente ne ha bisogno più di chiunque altro».
Dai tempi di Uhura sono usciti importanti testi proto-afrofuturisti. Tra questi figurano Kindred – un romanzo sul viaggio nel tempo pubblicato da Octavia Butler nel 1978, da cui è stata tratta una serie televisiva di breve durata trasmessa da FX – e Parable of the Sower (1993), sempre di Butler, che ha conosciuto una nuova popolarità durante la pandemia di Covid per la sua trama inquietante incentrata sul cambiamento climatico e sulle disuguaglianze sociali.
Se letteratura, cinema e televisione sono gli ambiti in cui l’afrofuturismo può esprimere concetti articolati, è nella musica che lo spirito di questo movimento si percepisce con maggiore intensità. Dalla metà degli anni Cinquanta, Le Sony’r Ra, meglio noto come Sun Ra, è stato il leader di un gruppo di musica sperimentale chiamato Sun Ra Arkestra. Sun Ra è stato un autentico pioniere dell’afrofuturismo non solo per la sua musica, ma anche per aver affermato di essere andato su Saturno…

Un’altra band afrofuturista, i Parliament-Funkadelic capeggiati da George Clinton, si affermò negli anni Settanta con una variante del funk che avrebbe ispirato esponenti dell’hip-hop come Dr. Dre, Snoop Dogg, Erick Sermon e Redman. Gli spettacoli dal vivo della band incarnavano gli ideali del movimento attraverso l’idea del viaggio nello spazio a bordo della P-Funk Mothership (oggi conservata al National Museum of African American History and Culture), che appariva sul palco durante le esibizioni. Musicisti come Janelle Monáe e Flying Lotus continuano a creare musica afrofuturista, ampliandone l’universo narrativo attraverso i loro video musicali.

Molti degli artisti visivi che si riconoscono nell’afrofuturismo utilizzano la storia mitica di Drexciya per costruire narrazioni che reinventano il mondo. La leggenda di Drexciya nasce dall’omonimo duo di musica elettronica che, nelle note di copertina di un loro album, raccontano la storia di alcune africane incinte che vennero catturate e poi scagliate in mare dalle navi negriere o che vi si gettarono da sole per sfuggire alla schiavitù. Secondo il mito, i figli nati da queste donne svilupparono la capacità di respirare sott’acqua e diedero origine alla metropoli sottomarina di Drexciya. Artiste come Wormsley, Ellen Gallagher, Ayana V. Jackson, Firelei Báez e Andrea Chung hanno tutte fatto ricorso alla mitologia drexciyana nelle loro opere, che ci aiutano a concepire con la fantasia nuove possibilità, immaginando l’impatto che avrebbe sul mondo la creazione di un impero nero in fondo al mare.
Altri artisti visivi attualmente in prima linea nel movimento afrofuturista sono Wangechi Mutu e Sanford Biggers. I collage, le installazioni, le sculture e i video di Mutu raffigurano corpi femminili neri che si trasformano in esseri ultraterreni, sovvertendo le nostre idee preconcette sulla femminilità. Biggers, invece, rielabora il passato attraverso i suoi quilt di impianto architettonico, alludendo all’idea secondo la quale le trapunte facevano parte del sistema di messaggi della Underground Railroad, segnalando i luoghi sicuri lungo la rete. In una narrazione che accompagna le sue sculture tessili, Biggers immagina Harriet Tubman come un’astronauta che nella notte guida gli schiavi verso la libertà orientandosi con le stelle.
In Black to the Future, viene citata questa domanda del compianto critico culturale Greg Tate: «Dove finisce la fantascienza e dove comincia l’esistenza dei neri, in America?». La fantascienza offre uno spazio in cui immaginare un futuro utopico separato dai traumi dell’esperienza vissuta degli afroamericani. Per la straordinaria storia da cui ha avuto origine, l’esistenza dei neri americani sembra di per sé un progetto di fantascienza. Il passato appare infatti stupefacente, se si pensa a come siano riusciti a emergere dal sistema inumano della schiavitù arrivando a ottenere una parvenza di uguaglianza. Tuttavia, se non viene inclusa nelle narrazioni che immaginano il futuro, quell’esistenza resta precaria.
«È possibile immaginare futuri alternativi per una comunità il cui passato è stato deliberatamente cancellato ed è quindi stata costretta a cercarne faticosamente le tracce?». A tre decenni dalla creazione del termine afrofuturismo, la domanda merita ancora una riflessione. In un momento in cui i sistemi scolastici di tutto il paese cercano di vietare programmi didattici che insegnano la storia dei neri in America, come faranno i bambini neri a comprendere le condizioni in cui vivono? Come potranno capire la propria posizione sociale e immaginare un modo per migliorarla? L’afrofuturismo sta quindi svolgendo un lavoro utile: creare narrazioni in cui le persone nere si riappropriano della propria umanità e affermano il loro posto nel futuro.