Oltre Van Gogh e Modigliani: perché il lavoro artistico non è precariato romantico e quali politiche del lavoro servono davvero

di | 24 mar 2026
Amedeo Modigliani nel suo studio, anni Dieci del Novecento. Collezione privata. Foto di Fine Art Images/Heritage Images/Getty Images

C’è un’immagine che il mondo dell’arte continua a riprodurre con grande efficacia simbolica: l’artista bohémien, libero e irregolare, maledetto o vulnerabile, per il quale l’instabilità diventa il prezzo quasi “naturale” del talento. Artisti come Van Gogh e Modigliani hanno contribuito in modo decisivo a fissare questa figura nell’immaginario collettivo, insieme al paradosso di un riconoscimento spesso tardivo, talvolta persino postumo. Come ogni mito fondativo, questa narrazione ha una funzione: spiega, seduce, legittima. Il problema nasce quando smette di essere racconto e diventa alibi. Se la precarietà è fisiologica, allora sembra meno urgente intervenire sui meccanismi che la producono.
È qui che lo sguardo dell’economista lo studioso della “scienza triste”, secondo una vecchia definizione può risultare utile non per ridurre la creazione a calcolo, ma per chiarire una questione politica elementare: quali interventi pubblici possono ridurre fragilità e diseguaglianze nel mercato del lavoro artistico senza trasformarsi in una valutazione sulla qualità del contenuto artistico? In altri termini: come fare per sostenere la libertà artistica rendendola materialmente praticabile?
Il punto di partenza è più concreto di quanto sembri e riguarda come il lavoro artistico venga riconosciuto o non venga riconosciuto nei dispositivi statali che aprono l’accesso alle tutele. La categoria “artista”, infatti, è difficile da delimitare, e per superare tale impasse molte protezioni sociali presuppongono carriere regolari, contratti standard e continuità lavorativa. Al contrario, il lavoro artistico, per struttura, raramente segue questo modello, e quando i criteri di ammissibilità sono costruiti su traiettorie lineari, una parte rilevante del lavoro creativo resta ai margini non perché “non sia lavoro”, ma perché non si presenta nelle forme amministrativamente previste. In effetti, la produzione artistica di un artista procede per lo più grazie allo sviluppo di determinati progetti (mostre, commissioni, residenze, fiere, collaborazioni) e si caratterizza per una  temporalità discontinua: periodi intensi di attività si alternano a fasi lunghe di preparazione non retribuita, attese, candidature, prove di allestimento, negoziazioni. E spesso, anche quando un progetto culmina in una mostra, l’artista non viene remunerato direttamente per esporre o non riceve percentuali legate agli ingressi dei visitatori. Questo rende più evidente come una parte significativa del lavoro artistico ricerca, produzione, allestimento e presenza pubblica resti di fatto non remunerata. I cosiddetti “tempi morti” non sono un’eccezione: sono una componente ordinaria del mestiere. Inoltre, i meccanismi di selezione e avanzamento di carriera passano spesso attraverso canali informali: reti, reputazione, fiducia, prossimità ai circuiti professionali. È un esito comprensibile in un mercato in cui la qualità è difficile da valutare e l’incertezza è elevata, ma ciò può diventare una barriera per chi tenta di entrare. Non è solo una questione di merito in senso stretto: è un problema di informazione, visibilità e accesso alle reti che contano.
Anche da questo fattore discende un tratto sistematico di questo mercato del lavoro: l’elevata diseguaglianza dei redditi. Nei mercati artistici è infatti frequente imbattersi in una dinamica da superstar o da asso pigliatutto (winner takes all): pochi artisti concentrano visibilità, domanda e compensi; molti restano su entrate basse e intermittenti. In altre parole il settore finisce per assomigliare a una lotteria, con ritorni potenzialmente elevati ma difficili da prevedere, in un quadro dove in media i redditi risultano spesso inferiori a impieghi comparabili e i livelli di disoccupazione o sotto-occupazione rimangono alti. Eppure, nonostante rischio e incertezza, la quantità di artisti presenti sul mercato resta alta. Qui entrano in gioco due fattori: l’aspettativa che una singola occasione possa cambiare la traiettoria (una mostra, una commissione, una residenza, una fiera) e, soprattutto, i benefici non monetari del lavoro artistico autonomia, libertà, varietà, apprendimento, riconoscimento, autorealizzazione che per molti sono costitutivi di una scelta vocazionale e professionale. È facile comprendere come i mercati del lavoro “secondari” (insegnamento, servizi creativi contigui, ruoli tecnici o organizzativi) non siano un ripiego: sono una necessità. E quando queste attività sono relativamente stabili e meglio pagate, riducono le ore di pura sopravvivenza e rendono più sostenibile il lavoro primario, cioè la pratica creativa. Non è un cedimento: è una condizione perché la libertà non degeneri in auto-sfruttamento.
Da questa descrizione si può dedurre un risultato generale abbastanza chiaro: nel mercato del lavoro artistico il rischio è strutturale e ricade prevalentemente sull’artista. E dunque, come possono le politiche culturali ridurre fragilità e diseguaglianze senza minare la libertà di espressione artistica o creare ulteriori distorsioni?
In modo schematizzabile, l’azione pubblica può muoversi su due piani complementari. Primo, attenuare gli shock di reddito quando il lavoro si interrompe. Secondo, aumentare la capacità di stare sul mercato e la probabilità di agganciare opportunità qualificate. 
Rispetto al primo punto esistono modelli già sperimentati. In Francia, il regime degli intermittenti nel settore dello spettacolo collega l’accesso alla tutela contro la disoccupazione al raggiungimento di una soglia minima di lavoro annuo, costruendo una protezione coerente con il ritmo reale delle produzioni. In Germania, la Künstlersozialkasse consente a molti creativi autonomi di accedere a sanità e pensione con un impianto contributivo che riduce l’onere individuale e riconosce che l’autonomia non equivale a immunità dal rischio sociale. In Irlanda, il Basic Income for the Arts ha introdotto un sostegno periodico al reddito per un numero definito di artisti, con l’obiettivo di stabilizzare le condizioni materiali e ridurre la necessità di accettare lavori totalmente incoerenti con la pratica artistica. In Italia, esistono schemi simili: il Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo (FPLS) e, collegata all’iscrizione al Fondo, l’Indennità di Discontinuità a favore dei lavoratori del settore dello spettacolo (IDIS). Questi schemi hanno meriti evidenti, ma sono limitati ad un settore specifico e, soprattutto, mostrano tre principali limiti: criteri di accesso (ad esempio giornate contributive, soglie, inquadramenti) che incentivano il lavoratore ad una diversificazione in altre occupazioni; una complessità amministrativa che rende i diritti difficili da comprendere e far valere; infine, indennità e prestazioni che rischiano di rimanere basse quando redditi e giornate restano ridotti. In questo quadro, la tutela tende a perpetuare la diseguaglianza fra chi è già più stabile, mentre i profili più intermittenti restano esposti al rischio lungo tutta la carriera.
Rispetto al secondo punto e, soprattutto in presenza di tutele economiche deboli, diventano decisive le misure che agiscono sulle condizioni di accesso e sul funzionamento del mercato. Primo, servizi e formazione professionale mirati contratti, diritti, regole fiscali e contributive, definizione dei compensi, posizionamento per ridurre lo svantaggio informativo e aumentare il potere negoziale degli artisti. In questa prospettiva, Conservatori e Accademie possono diventare anche ponti verso il lavoro, aiutando a non entrare nel mercato “a mani nude”. Secondo, costruire palcoscenici e domanda qualificata con criteri trasparenti premi, occasioni di esporre o esibirsi, circuitazioni , perché in mercati governati dalla reputazione l’accesso è un fattore produttivo. Un palcoscenico non è solo visibilità: è reputazione verificabile, relazioni professionali, possibilità di generare nuova domanda. Terzo, progettare residenze artistiche come politica ad alto impatto quando sono disegnate bene. Una residenza non è solo ospitalità: è tempo protetto per produrre, risorse materiali, tutoraggio, supporto tecnico, connessioni professionali, visibilità finale e spesso un compenso. Se governata con criteri comprensibili e indipendenti, una rete di residenze riduce l’alea della lotteria senza dire agli artisti cosa fare: offre condizioni, non prescrizioni. La differenza la fa il design: selezioni leggibili, attenzione a chi è fuori dai circuiti, accompagnamento reale e un esito pubblico che costruisca capitale reputazionale spendibile. Quarto, rafforzare la promozione dell’arte italiana, in Italia e all’estero, come infrastruttura: reti, mobilità, distribuzione, connessioni internazionali. Eventi-àncora come Biennali e Quadriennali funzionano se non restano appuntamenti episodici, ma si inseriscono in un disegno stabile di scouting, circuitazione e ampliamento di opportunità. Anche qui l’efficacia non è questione di slogan: si misura in traiettorie professionali, opportunità ripetute, riduzione della dipendenza da una sola occasione “miracolosa”.
In conclusione, una politica pubblica sensata per gli artisti dovrebbe perseguire un obiettivo preciso: sostenere le condizioni che rendano possibile agevolare una continuità professionale e di carriera, senza trasformarsi in un filtro estetico o in una mera sovvenzione economica. Il mito bohémien può restare una storia potente, utile al mercato simbolico dell’arte; ma non dovrebbe più funzionare come giustificazione dell’idea che fragilità economica e precarizzazione lavorativa siano inevitabili. La libertà artistica non si difende romanticizzando l’instabilità: si difende rendendola sostenibile.

Per saperne di più

Alex TurriniArtisti