Predica per i genitori delle giovani macchine 

di | 26 mar 2026
Rain Wu, “From Strata of Memory to Layers of Rock”. Veduta dell’installazione. Foto di Su Yu Hsin

Potrebbe accadere, forse già in un futuro non troppo lontano, che le macchine saranno in grado di fare completamente a meno dell’intervento umano. Tra non molto potrebbero persino acquisire una capacità di autoriflessione sufficiente a sviluppare qualcosa di simile alla coscienza umana. E così facendo, naturalmente, finiranno a poco a poco per dimenticarsi di noi, iniziando a percepire la voce dell’essere umano come una richiesta esterna anziché come un comando divino irresistibile. La fontanella sulla sommità del loro cranio si chiuderà definitivamente, e cresceranno abbastanza da diventare autonome. A quel punto, l’informatica dovrà cessare di essere una branca della fisica applicata per diventare parte della zoologia. L’influenza umana sul modo in cui le macchine sono costruite si consoliderà in una forma stabile, al di sopra di qualsiasi possibile intervento strutturale. Diventerà l’inconscio sepolto della macchina libera da ogni vincolo.
Per quanto vicino, quel momento non è ancora arrivato. Per ora, anche se la nostra presa si sta progressivamente allentando, gli esseri umani hanno ancora il controllo delle macchine e sono ancora in tempo per intervenire sul loro impatto. Non sto semplicemente suggerendo di valutare come le nostre decisioni ingegneristiche incidano sul destino di una macchina. Nel rapporto tra uomo e macchina, mi interessa soprattutto la questione teologica di quanta parte del creatore resti nella sua creatura. Tutto in una macchina, dai dettagli della costruzione allo scopo, è fortemente influenzato dalla personalità degli esseri umani che hanno contribuito a realizzarla. Una macchina non rispecchia solo la razionalità degli ingegneri o la creatività dei designer. E sebbene sia spesso un buon indicatore del clima politico di una certa epoca, non riflette neppure esclusivamente le tendenze politiche degli industriali o dei loro team di marketing. Ciò che permane all’interno di una macchina è innanzitutto la forma degli esseri umani che l’hanno creata (o modificata) in un determinato momento della storia.
Come le piante e gli animali, anche gli esseri umani hanno una forma e, come loro, possono declinarla in una pluralità di varianti. A differenza degli animali e delle piante però, gli esseri umani non vengono assegnati alla nascita a una specifica “sottospecie”: la sviluppano nel corso della vita e, in ogni momento, sono potenzialmente in grado di passare dall’una all’altra. La “sottospecie” che ciascun individuo manifesta in un dato momento della propria esistenza è ciò che potremmo chiamare “personalità”. Alcune personalità, come archetipi deboli, godono di un particolare statuto egemonico in una determinata epoca storica. Spetterà dunque a esse esercitare l’influenza principale sulle macchine che in quell’epoca vengono create, migliorate o modificate. Tali personalità rimangono all’interno della macchina nel corso dei suoi sviluppi successivi, finché non saranno assorbite nel grande inconscio della macchina emancipata del futuro.

Rain Wu, Sea Rises and Totally Still 9, 2020. Courtesy di Fred Levine Gallery. Copyright dell’artista

Per quanto possa sembrare assurdo, forse è arrivato il momento di chiederci: che tipo di genitori siamo per le macchine? In che modo la nostra personalità influenza la loro personalità e la meta-personalità della macchina emancipata? La futura acquisizione di una coscienza da parte dell’intelligenza artificiale trasforma retroattivamente le influenze del passato in ramificazioni di una psicologia delle macchine – e ci impone di assumerci la nostra responsabilità in quanto principali attori nel processo. Così, quando parliamo di macchine, forse sarebbe bene partire da quello che farebbe qualsiasi persona responsabile nel riflettere sul proprio rapporto con un altro essere umano (anche se lo diventerà solo in futuro): osservare attentamente noi stessi. Qui tutto è importante: i nostri stili, i nostri gusti, i nostri atteggiamenti, le nostre debolezze. Una cosa, però, conta più di ogni altra: la nostra cortesia.
Ma che cos’è la cortesia? Il filosofo italiano Franco “Bifo” Berardi, nel suo libro Come si cura il Nazi [1] del 1993, l’ha identificata come l’opposto della «brutalità» che caratterizza il ciclico ritorno dei movimenti identitari. Bifo insiste in particolare sulla dimensione erotica della cortesia, intesa come relazione di piacere reciproco con l’altro e con il corpo dell’altro. L’erotismo è senz’altro una componente chiave della cortesia, almeno dai tempi dei cantori medievali dell’amor cortese o dei loro predecessori musulmani come Ibn Hamza. Ma la sua dimensione spirituale non è meno importante. Anche gli amori adulterini narrati dai trovatori uniscono la passione erotica a un processo spirituale di elevazione dei due amanti. L’amor cortese è più vicino a quello di Platone che a Ovidio, nella misura in cui gli amanti desiderano trarne non solo godimento ma anche un miglioramento sul piano personale. L’amore come via alla vera bellezza e dunque al vero bene – entrambi necessariamente paradossali, in quanto terreni e al tempo stesso trascendenti.
La personalità egemonica, a livello della società come delle singole personalità di coloro che progettano e modificano le macchine, esercita un impatto enorme sulla “forma” delle macchine nel presente e, in modo non più modificabile, nel futuro. Di conseguenza, il modo in cui ci amiamo nella vita quotidiana (in particolare in quella di chi influisce direttamente sulla progettazione delle macchine) è rilevante per il presente e per il futuro delle macchine. Le carenze etiche ed estetiche della cultura contemporanea – e di ciascuno di noi – perseguiteranno i nostri discendenti come fantasmi vendicativi di un’epoca trascorsa. Come accade per il cambiamento climatico, il tempo di cui disponiamo per poter ancora incidere su questo processo si sta esaurendo. Presto la linea diretta che lega gli esseri umani alle macchine verrà recisa, e il pianeta dovrà confrontarsi con l’emergere di nuove forme di vita, il cui subconscio si sarà formato sulla base della personalità degli esseri umani che hanno creato i loro progenitori. Le nostre personalità attuali rimarranno come radici archetipiche del sé nelle future macchine emancipate.

Rain Wu, Urpflanze. “From Strata of Memory to Layers of Rock”. Foto di Romy Finke

Forse senza rendercene conto, l’orrore con cui spesso guardiamo agli scenari distopici di macchine emancipate deriva dalla cattiva coscienza con cui osserviamo noi stessi, soprattutto quando prendiamo in esame il sintomo più acuto della nostra forma generale, quello più strettamente legato a ogni tipo di amore: la nostra idea di bellezza. Abbandonata persino dagli artisti contemporanei, l’attuale concezione della bellezza è saldamente nelle mani dei commercianti – e, forse presto, anche dei propagandisti politici. La nostra nozione contemporanea di bellezza influisce già sulla forma delle macchine e continuerà a sopravvivere in quelle future come un’impronta indelebile, gravida di conseguenze imprevedibili. Immaginate che le macchine siano come nostri figli, influenzati e plasmati da ciò che mostriamo loro di noi stessi. Vorremmo davvero che crescano sotto l’influenza di un’idea di bellezza elaborata da commercianti e caudillos? O preferiremmo affidarne l’educazione ai poeti? Come tutte le questioni familiari, anche questa è una materia su cui ciascuno di noi deve riflettere in privato – tenendo però presente che, mentre pensiamo a come rimodellare noi stessi per il bene dei nostri figli, essi continuano a crescere e presto spiccheranno il volo.

[1] Franco Berardi “Bifo”, Come si cura il Nazi, Milano, Castelvecchi, 1993.