Untitled (I love you) di Uri Aran

«I love you. I love you, stay. Stay. I have respect for you. You are beautiful»: sono le attenzioni rivolte a una serie di piccoli personaggi cetacei in plastica nel video Untitled (I love you) (2012), a cui deve il titolo la prima retrospettiva italiana dedicata all’artista americano Uri Aran (Gerusalemme, 1977), a cura di Eva Fabbris. Centosettanta opere raccontano la complessità e l’evoluzione della sua pratica, dagli esordi nella metà degli anni Duemila fino a una serie di lavori realizzati per il Museo Madre. Ne emerge un percorso espositivo ricco e multiforme, concepito in collaborazione con l’artista stesso, tanto che sembra assumere le sembianze di un suo laboratorio di sperimentazione: una superficie a più livelli percettivi, attraversata da pratiche, pensieri e layer sensoriali. Il loro insieme configura un sistema spaziale in cui si sussegue una narrazione ibrida e del tutto personale. Uno spazio in cui disorientarsi.
La pratica artistica di Aran si presenta come un complesso intreccio di emotività, linguaggi, segni, ritualità personali e possibili percezioni collettive. Nel suo linguaggio visivo combina media, elementi e materiali, muovendosi tra scultura, video, pittura, disegni, installazioni e altro ancora, superandone costantemente i confini semantici. Il loro assemblaggio dà forma a diversi dispositivi di catalogazione e tassonomia che, più che classificare o stabilizzare la conoscenza secondo un criterio condiviso, aprono a continue reinterpretazioni e slittamenti di senso. Chi stabilisce il significato di una parola, di un oggetto o di un gesto? Ognuno può attribuire una propria accezione? E in che modo una sensazione personale può farsi condivisibile, o persino collettiva?

Installazioni orizzontali, verticali e autoportanti, tavoli, schermi, teche e lavori pittorici costituiscono la base su cui Uri Aran compone i suoi scenari, nei quali l’organizzazione spaziale assume sempre un’importanza – non a caso, parte della sua formazione è nel design. Nella sede del museo, a Palazzo Donnaregina, questi scenari entrano in un perfetto dialogo con la porosità urbana di Napoli, tra i vicoli, le superfetazioni architettoniche e le facciate in tufo vesuviano scorgibili dalle finestre.
Con un linguaggio volutamente simbolico, caotico e non codificato, Uri Aran dà forma a configurazioni che attivano percezioni individuali: nostalgia, familiarità, tenerezza, tristezza, vivacità o altro ancora. Queste percezioni, a loro volta, diventano strumenti per interrogarsi – e forse comprendere – su come i gesti più semplici della quotidianità, sempre più stereotipati, appiattiti e massificati nelle nostre vite, possano invece trasformarsi in meccanismi affettivi di resistenza.
In questo senso, in Untitled (I love you) il lavoro dell’artista si articola e si intreccia in cinque sezioni “emozionali” – animali, linguaggio, studio, emozioni, recitazione – attraverso cui esplorare la sua ricerca al di fuori di cronologie e di vere e proprie tematizzazioni. La proposta è soprattutto quella di prendersi del tempo: rallentare per lasciare emergere il valore di quelle piccole ritualità personali, capaci di nutrire profonde forme di intimità, dentro e al di fuori di noi stessi.
Un nodo centrale della pratica dell’artista riguarda i meccanismi di affezione e proiezione capaci di regolare le relazioni. Sono osservati, in particolare, attraverso le forme di reciproca empatia che si possono instaurare tra essere umano e animale. Si tratta di un’empatia radicalmente diversa da quella tra persone: non si fonda su un piano argomentativo o funzionale, né può essere condivisa o pienamente espressa a parole.
Nel video monocanale Untitled (2006), l’artista abbraccia e coccola un cane in un momento di quieta reciprocità. L’affetto traspare nella sua semplicità come emblema di un sentimento incondizionato e illimitato, al punto da commuoversi e commuovere. Allo stesso modo, le impronte di TBD Dog Paws (2025), più avanti nel percorso espositivo, suggeriscono una traccia affettiva che persiste, lasciando un segno oltre la durata necessariamente più breve della vita animale.

Questa proiezione dell’oltreumano non ha, nel lavoro di Aran, una funzione meramente strumentale, ma consente di mettere in discussione l’efficacia dei modelli relazionali – e quindi anche culturali – dominanti, sempre più ancorati a dinamiche estetiche e performative. A questo proposito, ricorrono spesso, anche integrate in opere come Rose (2024), immagini e fotografie in formato fototessera di persone, gufi, cavalli, lupi e tanti cani. Sottratte alla loro funzione di riconoscimento istituzionale, le fototessere, affiancate le une alle altre, appiattiscono differenze e generi. Si mette in discussione il meccanismo stesso di assegnazione di un’identità a priori.

Superate le definizioni convenzionali, l’interpretazione di un concetto non può, infatti, mai essere del tutto trasparente: permane sempre un margine di ambiguità che genera nuovi significati. In conseguenza di questa ambiguità, il linguaggio, posto da Aran al centro della sua pratica, si configura come instabile e variabile. Come in Untitled (Baryshnikov) (2008), un messaggio non è pienamente decifrabile, ma inevitabilmente soggetto ad alterazioni che ne costituiscono insieme l’essenza e il limite. Non è un caso che molte opere siano intitolate Untitled.
Nella nuova produzione, 13 minutes (2025), Touching a Plan (2025) e In perfect Continuation (2025) sono tre tele a olio, pastello e grafite, ricoperte di poliuretano e cera d’api, che appaiono come superfici composte da tutte le energie che disperiamo nel cosmo.
Untitled (Bread Library) (2025) propone un’ulteriore tassonomia: più serie di pagnotte, disposte per gruppi alfabetici, su scaffalature. Sono lettere di un alfabeto componibile e privo di un apparente significato. Eppure l’odore del pane attiva una memoria emotiva condivisa da tutte le culture: è un simbolo che prescinde dalle lingue e dai loro specifici linguaggi. Come il pane, molti degli oggetti presenti nelle opere di Aran sono comuni e ordinari: biscotti, libri, palline da gioco, barattoli, poltrone, monetine. È il loro uso o la loro materialità ad agire come un dispositivo di attivazione emotiva, capace di evocare memorie individuali o collettive. La tensione tra linguaggio verbale e linguaggio emotivo costituisce, di fatto, un altro nodo della pratica dell’artista, poiché evidenzia un limite invalicabile nelle relazioni normate da logiche che aspirano a essere chiare e univoche a priori.

Una sala presenta lo spazio dello studio, non come luogo di produzione, ma ancora come laboratorio di relazioni. Il tavolo, elemento essenziale di qualsiasi studio ma anche simbolo di convivialità, è un’ossatura ricorrente nella produzione di Aran: una superficie su cui ordinare le cose secondo quanto l’artista definisce “formalismo burocratico”. Come il tavolo, tutti gli elementi dell’ambiente domestico – e gli spazi stessi di una casa – possono superare le proprie condizioni materiali per diventare anch’essi dispositivi simbolici o emotivi, legati a ritualità individuali.
Chiude la mostra il video My friend (2020) in cui l’artista filma un suo amico, Harry. È seduto su una sedia in legno, in un contesto domestico. Guarda la telecamera e ripete una serie di frasi: «My friend». La relazione d’amicizia con l’artista appare evidente e il suo ruolo sembra dissolversi. Forse, a questo punto, anche la figura dell’artista smette di essere esplicita?