Hill of Desires: un libro-atlante sull’immaginazione rurale. Intervista ai curatori

C’è un punto, in ogni paesaggio, in cui il desiderio smette di essere intimo e diventa geografia. Hill of Desires, a cura di Matteo Binci, Pietro Consolandi, Giacomo Pigliapoco e Bianca Schröder, nasce lì – libro pensato e accurato, evoluzione del pensiero del Traffic Festival, che nel tempo si apre ad altri esempi virtuosi e pensatori critici, chiamati a inserirsi nella stessa traiettoria. Più che un compendio, è una proposta di metodo: un atlante che raccoglie pratiche artistiche a contatto con la ruralità, restituendo il lavoro dei curatori dentro un campo condiviso. Le voci di Elvira Vannini, Panos Giannikopoulos, Simone Ciglia, Emanuele Braga, Myvillages, Robida Collective, Paisanaje, Ronald Kolb e Marcelo Expósito si intrecciano senza mai fissarsi del tutto, attivando pratiche curatoriali e creative che attraversano questioni ecologiche dall’interno: processi lenti, silenziosi, non mediatici, non estrattivi, eppure generativi, di una solida eleganza ormai rara. In questa conversazione, i curatori aprono il progetto dall’interno, lasciando emergere ciò che resta ai margini: processi, frizioni e le forme sottili attraverso cui un collettivo prende corpo. E ora che è primavera, il libro si schiude.
[Alice Ongaro Sartori] L’origine del libro affonda in una pratica di «immaginazione rurale» che emerge già nella vostra prefazione. Potete raccontarci come nasce questo progetto, e quale ruolo ha avuto l’esperienza di Traffic Festival nel suo sviluppo?

[Matteo Binci, Pietro Consolandi, Giacomo Pigliapoco, Bianca Schröder] Hill of Desires nasce da un momento in cui il gruppo di Traffic Festival si è trovato a riflettere sul futuro del progetto, dopo cinque edizioni. Il titolo stesso segue quello di una delle edizioni del festival, Colle Desiderio, nato istintivamente dal paesaggio che ha dato origine alle nostre attività: i colli marchigiani. Abbiamo deciso di concederci una pausa, come un campo che riposa ciclicamente, e trarre ispirazione da pratiche simili di immaginazione rurale che ammiriamo da tempo.
[AOS] Il libro è pubblicato da Viaindustriae. Come è nata questa collaborazione e quali ragioni (progettuali, politiche o affettive) vi hanno portato a scegliere questo contesto editoriale?

[MB, PC, GP, BS] Il libro è stato largamente prodotto con fondi di Italian Council e, da subito, abbiamo pensato a Viaindustriae come editore ideale. Per noi era importante lavorare in un contesto capace di comprendere da dove venisse il nostro progetto, affine alle tematiche territoriali e in grado di tradurre in un prodotto di alto livello i nostri contenuti. In questo caso, il progettuale, il politico e l’affettivo sono, in un certo senso, ricaduti nello stesso luogo.
[AOS] L’atlante visivo è un apparato importante del libro. Che tipo di strumento volete costruire attraverso le immagini? Come avete lavorato alla loro selezione e quale funzione immaginativa e critica attribuite a questo apparato?

[MB, PC, GP, BS] Assolutamente. Essendo un progetto culturale a tutto tondo, per di più in dialogo con tantissime voci diverse, suggestioni di un futuro possibile e tracce di progetti e sogni del passato, per noi è fondamentale che elementi come l’atlante visivo, ma anche la bibliografia collettiva e le copertine d’artista, non siano relegati a un’appendice. L’atlante, in particolare, è stato curato dal gruppo editoriale insieme ad altri componenti dell’associazione Marche Arte Viva (ora Tilia), in dialogo con gli autori e le autrici invitati a contribuire. È uno strumento ordinato ma caotico, che risponde alle diverse tematiche del volume. Il lettore può interpretarlo metodicamente, seguendo le indicazioni del volume, oppure abbandonarsi al vagabondare della propria curiosità.
[AOS] Il libro si presenta anche come oggetto artistico, a partire dalle copertine. Potete approfondire questa dimensione: in che modo la forma editoriale diventa parte integrante del progetto?

[MB, PC, GP, BS] L’idea della copertina, come tutto il progetto, è nata dall’idea di un’artista per poi evolversi in un festival, un libro, una rete di relazioni. Una delle copertine, la prima, è stata realizzata da Bianca Schröder, artista e fondatrice del Traffic Festival, che ha condensato tutto questo processo nella serie 222, di cui la copertina rappresenta soltanto uno dei 222 disegni prodotti. Da lì, abbiamo pensato di coinvolgere altre artiste per rendere le copertine diverse e intercambiabili, restituendo un’immagine poliedrica del macrotema “immaginazione rurale”, troppo spesso appiattito in un’idea idillica e retrograda degli spazi rurali, come fermi in un non meglio specificato passato ideale. Al contempo, le diverse estrazioni geografiche e culturali delle artiste invitate restituiscono un’immagine dello spazio rurale come insieme di culture e conoscenze affini ma differenti, sempre specifiche e localizzate, fondamentalmente vive e organiche.
[AOS] Nel libro, la ruralità emerge come contraltare alla città. In che senso, secondo voi, la città ha fallito rispetto ad alcune pratiche artistiche e sociali? E cosa, invece, i contesti rurali rendono possibile o desiderabile?

[MB, PC, GP, BS] Non proprio contraltare: diremmo piuttosto un angolo che si cerca di nascondere o, quantomeno, di ammantare con una serie di sovrastrutture e ideologie. La città tende ad autorappresentarsi come centro – attivo, ricco di scambi, generativo e, per questo, frenetico. Così facendo, costruisce il rurale come il proprio negativo: sonnacchioso, difficile da raggiungere, sempre uguale a sé stesso. In questa narrazione unilaterale è sempre la città che “porta la cultura in campagna”, come fosse una gita: una prospettiva sostanzialmente auto-coloniale. Il nostro progetto intende ribaltare questo schema: il rurale è capace di immaginare, creare, cambiare. I suoi spazi sono intrinsecamente generativi.
[AOS] I progetti raccolti nel libro restituiscono solo una parte di un panorama molto più ampio. Con quali criteri avete operato questa selezione? Che tipo di costellazione volevate costruire?

[MB, PC, GP, BS] Abbiamo invitato persone e progetti affini al nostro. Alcuni sono amici, alleati, collaboratori di lunga data; altri, invece, non li conoscevamo, ma già li ammiravamo. Abbiamo ricevuto molto entusiasmo da tutti e non ci aspettavamo una percentuale di risposte positive così alta. Pensiamo che il risultato finale rispecchi ciò che avevamo in mente: restituire l’immagine di una costellazione di progetti affini, mostrando come le nostre attività siano parte di un sentimento generazionale più ampio. È anche per questo che progetti simili crescono come funghi, pur senza essere in contatto tra loro: reagiscono a una dinamica neoliberista globale, configurandosi come una forma di resistenza istintiva.
[AOS] Molti dei progetti presenti nel libro sembrano sottrarsi a una forte visibilità mediatica e digitale, privilegiando forme di documentazione più lente, situate e relazionali. È stata una scelta consapevole? Cosa vi interessa di queste pratiche meno “visibili”?

[MB, PC, GP, BS] C’è una ragione piuttosto naturale: sono tutti progetti lenti, che crescono organicamente, in dialogo costante con territori e comunità. Lavorando in questo modo, è difficile stare al passo con la frenesia della comunicazione digitale contemporanea, e forse è proprio questo il punto: non lasciarsi sommergere dalla richiesta performativa di fare, dichiarare, essere, ed essere senza equivoci. Non sapremmo dire se sia stata una scelta consapevole fin dall’inizio, ma possiamo riconoscere che si è trattato di un’affinità naturale, come se la produzione di pensiero e d’azione avesse una propria velocità, con buona pace del turbocapitalismo e delle sue richieste di tenere il passo.
[AOS] Nei saggi emerge con forza una dimensione di intelligenza collettiva. Come si articola questo concetto all’interno del libro e nelle pratiche che avete scelto di includere?

[MB, PC, GP, BS] Basta essere un minimo innamorati, incuriositi da chiunque intorno a noi. La differenza che ci separa racconta ciò che merita di essere nominato, mentre nell’aria che condividiamo c’è ciò che ci avvicina. Il racconto della distanza e quello della vicinanza: una tensione che li attraversa e li supera. Abbiamo provato a seguire questa tensione anche tra le artiste invitate, nelle riflessioni sviluppate e nei testi commissionati, invitando persone che, nella loro pratica intellettuale, fisica ed esistenziale, affastellano terre, esperienze, tentativi e visioni sussidiarie tra loro.
[AOS] Tornando al Traffic Festival e al contesto di San Lorenzo in Campo, che tipo di relazioni si sono costruite nel tempo con gli abitanti e il territorio? In che modo queste relazioni hanno influenzato il progetto?

[MB, PC, GP, BS] Forse vale la pena andare per ricordi e aneddoti: la tenerezza dell’amministrazione locale, che nel 2018 si trovava di fronte a un progetto differente da quel che era mai stato organizzato prima in quel comune, con leggero imbarazzo sul come agire e presentarlo. Negli anni successivi, gli abitanti che masticano il nome del Festival: «si chiama Traffic Festival» e i coltivatori locali che condividono il loro raccolto con noi, per le cene aperte alla collettività che abbiamo organizzato, mangiando assieme a noi. Alcuni abitanti che ti fermano per chiedere: quindi come faccio a iscrivere la mia bimba ai laboratori che avete organizzato? E la domanda ultima: ma lo rifate l’anno prossimo?
[AOS] Se Hill of Desires fosse un’unica immagine, quale sarebbe?

[MB, PC, GP, BS] Lascerei che fosse il desiderio di tornare a tagliare melanzane per gli amici e le persone presenti, perché il raccolto della terra è allo stesso tempo noi e altro da noi.
Hill of Desires. Practices of Rural Imagination
A cura di: Matteo Binci, Pietro Consolandi, Giacomo Pigliapoco, Bianca Schröder.
Pubblicato da: Viaindustriae
Anno: 2025
Pagine: 264
Formato: 14,5 × 24 cm
Lingua: italiano/inglese
ISBN: 979-12-81790-40-7
Testi di: Elvira Vannini, Panos Giannikopoulos, Simone Ciglia, Emanuele Braga, Myvillages (Kathrin Böhm, Wapke Feenstra), Robida Collective (Vida Rucli, Aljaž Škrlep), Paisanaje, Ronald Kolb, Marcelo Expósit.
Copertine d’artista: Jumana Manna, Maria Thereza Alves, Bianca Schröder.
Il progetto è realizzato grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura nell’ambito del programma Italian Council (13 edizione, 2024), finalizzato alla promozione internazionale dell’arte contemporanea italiana.