Ritratti: Valerio Nicolai

di | 03 apr 2026
Valerio Nicolai, Sogni doro, primitivi, dettaglio, 2024. “Gli anni. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi”, Madre, Napoli. Foto di Amedeo Benestante

Valerio Nicolai (Gorizia, Italia, 1988) vive e lavora a Milano. Nel 2013 si è diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Tra le mostre personali recenti si segnalano “Ex Sorella” presso Emanuela Campoli, Parigi (2025-2026), “Notte da Osvaldo” al Museo Osvaldo Licini, Ascoli Piceno (2023), e diverse personali presso Clima, Milano, e Campoli Presti, Parigi. Ha partecipato a importanti mostre collettive in istituzioni quali il MAXXI, la Triennale di Milano, il MAMbo di Bologna, il MADRE di Napoli e la Quadriennale di Roma, oltre a esposizioni internazionali tra Europa, Stati Uniti e Asia.
Nel 2023 ha ricevuto il Premio Osvaldo Licini e nel 2020 la Pollock-Krasner Foundation Grant. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il MAXXI di Roma, la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, la Fondazione Zimei di Pescara e la Rachofsky Collection di Dallas.
Valerio Nicolai è un pittore, anche quando si cimenta con il disegno a matita, la scultura o in più articolate installazioni. Perché in fondo, la cosa che più gli interessa e lo ossessiona è la luce. Non necessariamente una luce perfetta, non una riproduzione il più possibile fedele a quella reale. Piuttosto, una luce che possa rendere credibili le cose, incentivare o dare forza ad una narrazione. Nelle sue opere – si pensi a Nuova Carboneria – la questione non riguarda tanto la verosimiglianza quanto la credibilità dell’immagine nel suo complesso, la possibilità che ciò che appare sulla superficie pittorica venga percepito come plausibile, anche quando è improbabile o paradossale. Come nella serie Lucifero, la luce diventa così uno strumento narrativo, un dispositivo attraverso cui le percezioni visive si traducono in racconto. Se questo poi sia dell’orrore o una fiaba per bambini, difficile da stabilirsi.

Valerio Nicolai, Lucifero, 2021. Olio su tela, 94 x 105 cm. Foto di Marco Davolio

Valerio utilizza la pittura come uno spazio di verifica, un terreno in cui mettere alla prova la tenuta stessa del linguaggio pittorico. Soggetti titpici della storia dell’arte vengono sistematicamente avvicinati a elementi del nostro quotidiano, oggetti domestici, situazioni apparentemente banali. Non si tratta di un gesto provocatorio, né di una semplice attualizzazione iconografica: è una forma di convivenza tra registri diversi, in cui il dramma e l’umorismo finiscono per abitare la stessa immagine, costruendo una tensione sottile tra ciò che l’arte ha reso nobile e iconico e il modo – sovente assurdo e inaspettato – in cui le cose sembrano accadere o esistere nella realtà.
Nicolai sa essere ostinato e il suo lavoro è spesso frutto di questa attitudine. La pittura è una pratica quotidiana, una disciplina che considera i suoi tempi mentali e quelli fisici dei materiali che utilizza. Non si tratta di esercizio storiografico o filologico: a Valerio preme contestualizzare un linguaggio e renderlo autonomo dalle cicliche dicotomie tra ciò che appartiene alla tradizione e cosa potrebbe essere considerato contemporaneo. Continuare a dipingere, nel suo caso, non è una scelta pratica rassicurante o nostalgica, ma una più ampia forma di responsabilità nei confronti di un linguaggio che continua ad interrogare sul proprio senso, dentro e fuori il contesto dell’arte. Questo richiede dedizione.
Questa attenzione alla durata delle cose sull’orizzonte che viviamo si riflette anche nel modo in cui Nicolai costruisce le immagini. Considera processi lenti, stratificati, capaci di richiedere tempo di esecuzione e lettura oltre l’immediato. Valerio non è interessato a sprazzi o scintille. Preferisce le combustioni lente. Probabilmente per questo, quando è al bar, ordina sempre vino rosso. Non è una posa da artista bohémien. È una scelta di continuità. Il vino rosso si beve da sempre. Sempre si berrà. La differenza, anche qui, sta nel tempo che gli dedichi. Lui non ha fretta. 

Valerio Nicolai, Capitan Fragolone, 2020. Schiuma, carta, colla, olio, lucido, legno, tela, cartone, sedia, costume, maschera, 300 x 550 x 350 cm. Courtesy della Fondazione La Quadriennale di Roma. Foto di DSL Studio

Nei suoi lavori – su tutti  opere come Sole Con Le Code o Capitan Fragolone, o la più recente serie Ex Sorella – lo sguardo dello spettatore non è mai completamente stabile: spesso non è chiaro se sia il pubblico a osservare i dipinti o se siano i soggetti rappresentati a restituire lo sguardo verso lo spettatore. Si crea così una relazione ambigua, leggermente disorientante, in cui la visione diventa uno scambio reciproco e assume inaspettate dinamiche multidirezionali.

Valerio Nicolai, Sole con le code, 2022. Pastelli e acrilico su pannelli di legno, 450 × 300 × 110 cm. Foto di Marco Davolio

Spesso all’interno delle sue composizioni, si possono trovare elementi come tende, sfondi neri, più in generale delle soglie, e questi assumo un ruolo decisivo. Sono dispositivi minimi che suggeriscono passaggi tra una realtà e un’altra, piccoli slittamenti che modificano il registro dell’immagine senza ricorrere a effetti speciali, ma solo indirizzando per un attimo lo sguardo – e le sue proiezioni mentali – oltre la realtà interna allo spazio della rappresentazione. Dettagli, piccole variazioni, utili ad inclinare il piano di lettura e a renderlo più scivoloso, uno spazio espressivo e di fruizione meno sicuro da indagare. 
La materia narrativa delle sue opere nasce spesso da frammenti di realtà ordinaria. Oggetti comuni e gesti ripetuti vengono osservati in maniera indiretta e laterale, così da rendere l’esperienza occasione di meraviglia, e situazioni domestiche diventando ambienti simbolici. Il letto di Sogni d’Oro, primitivi, ad esempio, non è solo un elemento d’arredo, ma uno spazio intimo in cui si accumulano esperienze, ricordi e desideri che spesso rimangono incompiuti, come un fuoco evocato che continua a crepitare senza produrre calore né luce.

Valerio Nicolai, Sogni doro, primitivi, 2024. “Gli anni. Episodi di storia dell’arte a Napoli dagli anni Sessanta a oggi”, Madre, Napoli. Foto di Amedeo Benestante

Anche la questione della scala o della collocazione delle opere negli spazi espositivi, gioca un ruolo fondamentale nella sua ricerca. Le opere possono essere percepite sia come momenti di contemplazione sia come situazioni quasi comiche, in cui le dimensioni del soggetto entrano in attrito con la concretezza dello spazio o si mimetizzano in esso. 
Il lavoro di Valerio Nicolai si sviluppa dunque all’interno di una condizione di continua revisione. Il dubbio non è un ostacolo, ma un materiale operativo, una componente necessaria ad entrare in relazione con il pubblico e ad accenderne gli sguardi. Le sue immagini abitano uno spazio contenuto, oscillante, talvolta inquieto, in cui ogni elemento può trasformarsi e transitare da uno stato all’altro, dallo scontato al poetico, dal quotidiano al simbolico, dal presente a una dimensione sospesa, più ampia e duratura.

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Davide GiannellaValerio Nicolai