Rosanna Bianchi Piccoli. Un’artista tra ricerca, tradizione e linguaggi del contemporaneo

A 95 anni si immagina spesso che il tempo dell’apprendere sia compiuto. Per Rosanna Bianchi Piccoli non è stato così. Fino agli ultimi mesi di vita ha continuato a sperimentare, fedele alla filosofia del “fare e rifare”, come se nella forma, nel gesto e nella materia ci fosse ancora qualcosa da capire, da tentare, da imparare. La sua vita, scandita dai grandi passaggi del Novecento, lascia oggi un archivio che va oltre la sua attività di ceramista e restituisce un racconto della cultura del secolo scorso: lo sguardo di una donna in costante movimento, capace di costruire un linguaggio personale e di emergere tra le grandi figure maschili del suo tempo.

Triennale Milano ha ospitato un incontro dedicato alla prima fase di catalogazione e valorizzazione del suo archivio. L’appuntamento, promosso all’interno dello spazio Cuore, centro studi, archivi e ricerca, insieme all’Associazione Culturale The White e all’Archivio Rosanna Bianchi Piccoli, è stato il primo momento pubblico di restituzione del lavoro avviato sull’archivio e, allo stesso tempo, l’occasione per riportare l’attenzione critica su un’artista che oggi continua a occupare una posizione troppo marginale nel racconto del secondo Novecento. Nel caso di Bianchi Piccoli, questa operazione è particolarmente importante: pur avendo preso parte ai contesti espositivi più significativi, il suo operato non ha ancora ricevuto una lettura critica all’altezza della qualità e della complessità del suo percorso.

Il lavoro di archiviazione non riguarda soltanto il riordino dei materiali, ma apre già a una rilettura più ampia del percorso dell’artista, capace di far dialogare tradizione artigianale e linguaggio contemporaneo. Come ha spiegato Cloe Piccoli, figlia dell’artista e fondatrice dell’Archivio Rosanna Bianchi Piccoli, a poco più di un anno dalla morte della madre, la prima fase di inventario, catalogazione, schedatura scientifica e digitalizzazione ha già restituito un’immagine ricca e articolata del suo lavoro: accanto al corpus ceramico sono emersi disegni, poesie, taccuini, corrispondenze, fotografie storiche e documenti inediti, oggi ordinati in un sistema pensato per favorire studio e valorizzazione dell’opera. Più che un semplice insieme di lavori, sta così affiorando un paesaggio creativo che restituisce il modo in cui Bianchi Piccoli pensava, progettava e costruiva la propria ricerca. L’Archivio conserva inoltre importanti repertori fotografici con immagini, tra gli altri, di Aldo Ballo, Alfa Castaldi, Ugo Mulas, Melina Mulas, Oliviero Toscani e Filippo Romano, oltre a materiali che testimoniano il dialogo dell’artista con la scena culturale milanese e internazionale. Una sezione significativa del progetto riguarda anche la casa e lo studio milanese, concepiti come opere totali, oggi oggetto di ricerca e documentazione visiva, anche attraverso un lavoro filmico avviato dal regista Luca De Santis. L’obiettivo, ha sottolineato Cloe Piccoli, è fare dell’archivio uno strumento aperto alla comunità e alle generazioni future.

Damiano Gullì, curatore per arte contemporanea e public program di Triennale Milano, ha richiamato il legame tra Rosanna Bianchi Piccoli e Triennale, ricordandone le partecipazioni alle Triennali, la mostra del 2015 dedicata ai Cosmopiatti, e il rapporto con uno spazio vissuto dall’artista tanto nei momenti mondani quanto in quelli più silenziosi. Marco Sammicheli, curatore per design, moda e artigianato di Triennale Milano, ha invece ricordato la centralità del viaggio nella sua formazione. Proprio in relazione a questo aspetto ha richiamato anche l’inserimento di una sua opera nella prima mostra curata da Triennale per la sala imbarchi dell’aeroporto di Milano Linate, costruita attorno a oggetti del design italiano che interpretano il tema del viaggio. Tra il 1951 e il 1963, Bianchi Piccoli attraversò l’Europa tra botteghe artigiane, fabbriche di ceramica, studi d’artista e musei: viaggiò in Germania, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Austria, trascorse lunghi periodi di lavoro in Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia e visitò musei e manifatture in Francia, Spagna, Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, affiancando a queste esperienze lo studio della tradizione ceramica italiana, colta e popolare. Per una donna di quegli anni, una simile libertà di movimento non era affatto scontata. È anche in questo percorso che prende forma uno dei tratti che più definiscono la sua ricerca: la capacità di tenere insieme sapere tecnico, memoria dei materiali e linguaggio del presente.

Nel corso dell’incontro Lisa Andreani, curatrice indipendente e dottoranda tra l’Università IUAV di Venezia e l’Université Paris 8, ha proposto una sintesi capace di tenere insieme le diverse stagioni del lavoro di Bianchi Piccoli. Nata a Milano nel 1929, formatasi tra il Liceo artistico e l’Accademia di Brera con Guido Ballo, Carlo Carrà e Mauro Reggiani, l’artista scelse fin dagli esordi la ceramica come linguaggio centrale, muovendosi in una zona di confine tra scultura, arti applicate e cultura materiale. La curatrice ha messo in evidenza alcune costanti della sua ricerca: l’alternanza tra attenzione alla struttura e alla superficie e momenti in cui emerge con maggiore evidenza il colore, come nei Cosmopiatti; la centralità del fare come processo di apprendimento; il carattere aperto della sperimentazione. In questo percorso fu decisivo anche il lavoro di indagine socio-etno-antropologica svolto tra il 1957 e il 1963 per l’ENAPI, in diverse regioni italiane e in alcuni centri storici della ceramica, esperienza da cui nacquero nuclei fondamentali come Intime Geometrie, Albarelli, Graffiti e Celadon, opere in cui la memoria delle civiltà antiche si intreccia alla tensione segnica dell’informale.

Da questo punto di vista, gli anni Ottanta e Novanta segnano un passaggio di grande intensità: Bianchi Piccoli orienta allora il proprio lavoro verso la porcellana biscuit, cotta ad altissime temperature, materiale con cui realizza genealogie di opere come Impronte d’Acqua, Scansioni, Essenze, Terre trovate, Parole Bianche, Diari, Horti Sicci. Più tardi, tra il 2011 e il 2015, riprende i Cosmopiatti, già concepiti nel 1967 e influenzati dalla cultura psichedelica, dedicandoli a stelle, galassie, opere astronomiche e figure della storia dell’astronomia e dell’astrofisica. Fino agli ultimi mesi di vita continuò a lavorare anche su tecniche come il raku e il kintsugi, portando la riflessione su frattura e riparazione dentro la forma stessa.

Su questo versante si è soffermata anche Maddalena Scarzella dell’Archivio Il Sestante di Milano, richiamando il lungo rapporto tra l’artista e la galleria, con cui Bianchi Piccoli iniziò a collaborare dal 1958. In quello spazio di via Spiga, dove si incontravano arte, architettura, design e cultura materiale, la sua ricerca trovò una cornice particolarmente adatta alla propria natura ibrida. Scarzella ha ricordato in particolare la mostra “Regali di qualità”, dedicata a oggetti d’uso quotidiano realizzati da artisti, terreno particolarmente vicino a una pratica che in Bianchi Piccoli non ha mai separato funzione, progetto e qualità poetica della forma. È in questa linea che si collocano anche i progetti di design sviluppati tra gli anni Sessanta e Settanta, dai Piccoli Vasi del 1962 ai Vasi tra il 1965 e il 1970, fino ai pezzi per La Rinascente di Milano, Pirex Ware di New York e Richard Ginori. Anche qui la serialità non comporta un abbassamento di intensità, ma diventa uno dei mezzi attraverso cui l’artista mette alla prova la forza del proprio linguaggio. Non sorprende allora che i vasi della famiglia Celadon siano stati esposti anche alla 36. Biennale di Venezia del 1972.

A chiudere l’incontro è stato Corrado Beldì, imprenditore, scrittore e amico dell’artista, che ha insistito sulla natura irriducibile del suo operare: una pratica capace di tenere insieme arte contemporanea e storia dell’artigianato senza subordinare l’una all’altra. È probabilmente questo il punto decisivo emerso in Triennale. Rosanna Bianchi Piccoli è stata a lungo una figura difficile da classificare proprio perché ha lavorato su un confine. Ma quel confine non era un limite: era il luogo da cui la sua opera ha saputo mettere in discussione separazioni troppo rigide tra arti maggiori e minori, tra oggetto e scultura, tra sapere manuale e riflessione estetica. È forse da qui che oggi bisogna ripartire per restituirle il posto che merita.