E non dono celeste di Cristina Lavosi 

di | 07 apr 2026
Cristina Lavosi, “E non dono celeste”Foto di Luca Vianello e Silvia Mangosio 

“E non dono celeste” è la prima mostra personale in Italia dell’artista Cristina Lavosi (1993). È l’esito di una pratica di ricerca stratificatasi attraverso percorsi laboratoriali e processi creativi condivisi che si articola a partire da due produzioni video realizzate da Almanac: Cinque lire di stelle e Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa?.
La mostra è accompagnata da un ricco foglio di sala che offre un apparato critico, capace di espandere e approfondire le numerose questioni sollevate dall’artista. 
Spaziando dal ruolo delle istituzioni nella costruzione di narrazioni che dominano il sistema culturale alla legittimazione di logiche punitive nella nostra società, la mostra può essere concepita come un invito a ripensarci in collettività. 
Quali sono le modalità in cui stiamo “insieme”? Come costruire spazi di fiducia e di giustizia reciproca nelle relazioni collettive? Quali processi è possibile mettere in atto per immaginare nuove forme di comunità e, al tempo stesso, di individualità? Spazi di fiducia, cooperazione e protezione non sono doni celesti, ma pratiche da esercitare, anche attraversando errori, incertezze e cambi di passo inevitabili in qualsiasi processo evolutivo. Si tratta quindi di processi complessi che ogni persona è chiamata a costruire quotidianamente, come un’intima ritualità trasformativa, necessaria a tutelare il proprio spazio fisico, culturale e politico. Sebbene interiorizzata, questa forma di trasformazione può diventare così potente da generare una nuova energia collettiva: è un lavoro individuale e, al tempo stesso, comunitario, capace di legare ogni persona alle altre. 

Cristina Lavosi, “E non dono celeste”Foto di Luca Vianello e Silvia Mangosio 

Non è un caso che la pratica dell’artista nasca spesso da processi laboratoriali condivisi.  La sua ricerca analizza con uno sguardo critico i sistemi politici e culturali occidentali. Problematizza le modalità in cui le norme sociali sono promosse e spesso imposte attraverso strutture fortemente gerarchiche o di affermazione del potere. Spaziando tra le posizioni di artista, facilitatrice, regista o partecipante, Lavosi innesca forme sempre diverse di speculazione collettiva, finalizzata ad articolare nuovi schemi sociali o, quantomeno, ad attivare un dialogo per interrogarsi sulla fattibilità di immaginari sociali più trasparenti. In tal senso, il mezzo audiovisivo è utilizzato come dispositivo di risonanza per concretizzare e condividere una sensazione esperienziale. 
Similmente alla tradizione ripercorsa nelle pagine di Filosofia della cura di Boris Groys (Timeo, 2022), il sapere co-prodotto innesca una forma di condivisione che, pacatamente e con gradualità, mira a scardinare un radicato, e spesso inconsapevole, complesso meccanismo che sostiene la nostra stessa esistenza secondo schemi convenzionali. Il sistema politico e socio-finanziario in cui viviamo pretende infatti un coinvolgimento assoluto: siamo partecipanti attivi, costantemente schedati e classificati. La prospettiva che fa del controllo e della punizione – così come del premio o della ricompensa –  i propri strumenti, è di fatto parte integrante della nostra mentalità, del modo in cui socializziamo e organizziamo le nostre relazioni interpersonali e interspecie. Eppure, come emerge dalla mostra, questo paradigma può essere interrotto nel momento in cui proviamo anche solo a immaginare nuove modalità di relazione e di gestione del conflitto.
Al centro della riflessione proposta da Lavosi, il tema della giustizia trasformativa costituisce il punto di partenza per un denso programma di attività di formazione e riflessione che amplifica i toni, le voci e le parole in mostra, in dialogo con attivisti e realtà del territorio torinese. Tra queste, un gruppo di lettura e discussione aperta in collaborazione con ULIT – Un Limone In Tasca, un laboratorio di fiction speculativa e zine-making tenuto dall’artista con Spazio Muffa, e un laboratorio di Teatro Forum con «QU’OUÏR» sul rapporto tra conflitto e comunità da prospettive femministe e queer. Parte integrante della mostra, il progetto allestitivo è composto da elementi modulari e ricomponibili, che si riconfigurano in base alle attività previste, offrendo molteplici modalità per i corpi di vivere, di coesistere e di agire nello spazio espositivo. 
Che cosa s’intende per “giustizia trasformativa”? Si tratta di un approccio comunitario volto a gestire i conflitti senza ricorrere a forme di punizione o di esclusione. Si configura come un orizzonte trasformativo per riformare profondamente la struttura della società in cui viviamo, rinnegando la dicotomia tra “giusto” e “sbagliato” nelle azioni individuali a favore di forme di responsabilizzazione condivisa. In tal senso, la responsabilità non è mai individuale ma sempre relazionale. In un contesto segnato da un crescente senso di sfiducia nei confronti del sistema politico dominante – spesso coincidente con quello del più forte – la giustizia trasformativa può diventare, anche per piccoli gruppi di persone, uno strumento efficace per la gestione dei conflitti attraverso pratiche di fiducia reciproca. 

Cristina Lavosi, “E non dono celeste”Foto di Luca Vianello e Silvia Mangosio

Cos’altro, cos’altro c’è nella città gioiosa? si ispira al racconto fantascientifico The Ones Who Walk Away From Omelas di Ursula K. Le Guin (1973), con il coinvolgimento di un gruppo di adolescenti della scuola popolare MaTeMù di Roma in un’intensa riflessione sul rapporto tra individuo e comunità, su punizione e benessere. Omelas è una città in cui regnano armonia, luce e prosperità, il cui equilibrio, però, è strettamente connesso al destino di un bambino segregato in una stanza buia, nei sotterranei di un palazzo, condannato alla solitudine, all’infelicità e alla sofferenza. Sebbene alcuni decidano di abbandonare la città, chi resta a Omelas accetta indifferentemente questa condizione. Hanno compreso – come nota una persona partecipante al laboratorio di Lavosi – l’importanza del cattivo destino inferto al bambino: vale la pena della felicità collettiva, ed è quindi sacrificabile per la vita altrui. In questa prospettiva, la storia di Omelas sembra configurarsi come una parabola evangelica, ma di totalitarismo e silenziosa ipocrisia, in cui qualcuno può farsi artefice a priori del destino di un’altra persona. A partire da questa lettura, l’artista ha promosso una serie di laboratori, discussioni partecipative, pratiche teatrali e momenti di scrittura, culminati nel lavoro video girato in Super, filmato e diretto dalle mani stesse delle e dei partecipanti. È il risultato di un processo che, anche sul piano esecutivo, mette al centro tanto l’azione individuale quanto quella collettiva: non è imposta alcuna narrazione, né emergono gerarchie prestabilite di significato.
Cinque lire di stelle è un lavoro dedicato alle pratiche di autoformazione e alla gestione dei conflitti. Si costituisce come un’atmosfera, scandita da un diapason nelle mani di una partecipante: uno strumento che, quasi metaforicamente, consente di accordare le voci e le emozioni che possono emergere quando l’ascolto e la condivisione – di parole come di silenzi – diventano un atto di resistenza. 

Cristina Lavosi, “E non dono celeste”Foto di Luca Vianello e Silvia Mangosio

Tra le letture condivise a voce alta, la versione in italiano di un testo di Augusto Pinto Boal A Estética do Oprimido: «L’Etica della Solidarietà, la cui costruzione dovrà essere opera della lotta incessante degli stessi oppressi, e non dono celeste: dal cielo cade la pioggia, la neve, il ghiaccio, eventualmente bombe e razzi, ma non soluzioni magiche» (Garamond, 2008). Non esistono doni, dunque, ma pratiche quotidiane di ritualità condivise di cura e amore – verso sé stesso, nelle relazioni e ciò che ci circonda– possono attivare un processo rivoluzionario. “E non dono celeste” non propone soluzioni, ma apre uno spazio di possibilità: un momento di introspezione e di autocoscienza. Al tempo stesso, è un esercizio collettivo e di responsabilità. 

“E non dono celeste”, dal 28 febbraio al 15 maggio 2026; Almanac, Corso Novara 39, 10154, Torino.

Per saperne di più

Aurora RiviezzoCristina Lavosi