Wu Jian’an, Metamorphoses: l’arte che trasforma. Museo Nazionale Romano, Roma

Wu Jian’an, The Heaven of Nine Levels, dettaglio, 2008-2009. Pelle bovina riciclata, struttura in metallo, luce a LED, 540 × 391 × 10 cm. ©Wu Jian’an

Non è azzardato immaginare che il passo di Ovidio «Nec species sua cuique manet» («Nessun essere mantiene la propria forma») prefigurasse già il destino della sua stessa opera. Un destino che coincide, in fondo, con quello di ogni classico: durare nel tempo, sì, ma solo a condizione di essere traditi, o metamorfosati. Una conferma recente di questa inesauribile mobilità dell’autore di Sulmona si trova in “Metamorphoses: l’arte che trasforma”, la mostra di Wu Jian’an, ospite alle Terme di Diocleziano fino al 17 maggio 2026. La curatela è di Umberto Croppi per la Fondazione Berengo, con il coordinamento di Giulia Cirenei.
Ciò che l’artista mette in atto non è una rilettura delle metamorfosi ovidiane secondo coordinate familiari alla tradizione occidentale più recente, ma piuttosto uno spostamento di prospettiva: Wu Jian’an attraversa Ovidio dal lato opposto della storia. Il suo lavoro prende avvio da un immaginario che intreccia Oriente e Occidente antichi, mettendo alla prova la possibilità di far convivere il pantheon cinese, a cui attinge costantemente, con un orizzonte latino già inscritto nelle sale. Tra i sarcofagi romani e i mosaici che vi sono conservati, emergono vasi carichi di frutta e fiori, traghetti e divinità. È proprio in questo scarto che si misura uno dei nodi più delicati della mostra: il rischio, per Wu Jian’an, di apparire un convitato di pietra dentro un contesto così fortemente connotato. Tuttavia, alla compattezza volumetrica della tradizione romana, l’artista oppone una superficie più fragile e porosa, spesso bidimensionale, che si distende e si articola attraverso tecniche come il taglio e la perforazione del cuoio. Nei lavori come Vital Essence n. 1 (2019), la figura centrale sembra cedere la propria consistenza allo sfondo, che diventa espressione del Qi, il principio fondamentale della filosofia orientale, forza sottile che permea ogni cosa. 

Wu Jian’an, Vital Essence. Terme di Diocleziano, Roma. Foto di Monkeys Video Lab

Primo e secondo piano si fondono in una trama continua, evocando dalle sue tradizioni natali il punto raso delle stoffe ricamate. Questo principio si sviluppa ulteriormente in The Heaven of Nine Levels (2008-2009): ciò che prima era sfondo ora abita la figura. Il corpo diventa spazio, luogo che accoglie i nove cieli della cosmologia cinese e una molteplicità di creature (uccelli, pesci, tigri, salamandre e rane) ciascuna, a un tempo, preda e predatore dell’altra. Il passaggio ad altri medium non interrompe questa logica, ma la rilancia.

Wu Jian’an, The Heaven of Nine Levels. Terme di Diocleziano, Roma. Foto di Monkeys Video Lab

Anche nella pittura, presente in mostra con la serie aggiornata Incarnation (dal 2011) e il ciclo The Eternal Cycle – Running Through the Seasons (2024-2025), la proliferazione di forme continua a espandersi. Che sia per rappresentare Xing Tian, l’eroe del folklore cinese secondo il Classico di Montagne e Mari di Shan Hai Jing, o per rappresentare le stagioni antropomorfe, il colore, come il foro nel cuoio, non precisa ma invischia, non chiude ma apre: smembra e moltiplica all’interno di un’unica figura una selva di creature che emergono solo se lo sguardo scorre sul quadro come l’indice sul filo di una frase. 

Wu Jian’an, The Eternal Cycle, Spring of the Four Seasons Running, 2024-2025. Inciso su carta per acquerello, acquerello e acrilico, immerso in cera d’api, cucito con filo di cotone e montato su seta, 190 × 285 cm. ©Wu Jianan
Wu Jian’an, The Eternal Cycle, Spring of the Four Seasons Running, dettaglio, 2024-2025. Inciso su carta per acquerello, acquerello e acrilico, immerso in cera d’api, cucito con filo di cotone e montato su seta, 190 × 285 cm. ©Wu Jian’an

Anche le teste in vetro di Invisible Faces (dal 2019), Masks (2017-2018) e il lungo cordone di cuoio che attraversa per intero lo spazio espositivo, rispondono alla stessa logica: non si offrono immediatamente, ma si articolano nello sguardo, complicandosi man mano che ci si avvicina. È una visione che richiede movimento, attraversamento, tempo. Il dettaglio qui non è mai dato una volta per tutte. Ad esempio: che ogni testa di vetro ne contenga un’altra più piccola non è qualcosa che si colga a colpo d’occhio, emerge piuttosto per scarti e variazioni di prospettiva. Lo stesso accade in Masks. A una prima visione, ciò che discende dall’alto potrebbe sembrare un addensarsi indistinto, quasi una massa vegetale; ma è solo avvicinandosi che la forma si dischiude e lascia affiorare una costellazione di maschere, come se l’immagine si costruisse progressivamente, nello stesso gesto del guardare.

Wu Jianan, Invisible Faces-Nose, Eye, Mouth (strato esterno), 2019. Vetro soffiato a mano, vetro colorato, argento, set di due; strato esterno 43 × 47 × 35 cm, strato interno 28 × 13 × 15 cm. ©Wu Jianan. Foto di Francesco Allegretto

Si potrebbe allora tornare alla legge di Ovidio: «Nec species sua cuique manet». La mostra non si limita a illustrarla, ma la mette alla prova, la espone al rischio del confronto. Eppure, è proprio nello scarto tra linguaggi, tradizioni e materiali che il progetto trova la sua necessità: nel mantenere aperto il rapporto tra Oriente e Occidente, tra antico e contemporaneo, restando indisponibile tanto a rapidi attraversamenti quanto a letture univoche. L’esercizio è quello dell’attenzione; l’invito è quello a sostare dentro immagini in continua mutazione.

Dal 25 marzo al 17 maggio 2026 ; Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano; Via Enrico de Nicola, 78, 00185 Roma; info: https://museonazionaleromano.it/