Il corpo sacro e lo sguardo profano: Danh Vo alla Fondazione Nicola del Roscio

di | 10 apr 2026
“Danh Vo”, 2026. Veduta dell’installazione. Fondazione Nicola del Roscio, Roma. Courtsey della Fondazione Del Roscio. Foto di Giorgio Benni

Un continuo procedere per contrasti: nella sua personale inaugurata venerdì 20 marzo alla Fondazione Nicola del Roscio, Danh Vo accosta l’unicità del reperto archeologico alla ripetizione seriale, la sacralità di soggetti religiosi a colossali marchi americani, la morte corporale alla vitalità delle piante. 
Sono proprio le piante il filo conduttore all’interno di una mostra che sembra non avere regole, in linea con lo storico interesse di Nicola del Roscio e della sua Fondazione per ambiente, botanica e biodiversità.
Già ampiamente presenti nella fattoria di Vo nelle campagne a nord di Berlino, i fiori saranno una presenza fissa anche di fronte al suo appartamento in città, dirimpetto a un negozio di piante gestito da una famiglia vietnamita. Il dato biografico dunque, come spesso accade nella pratica di Vo, si fonde con uno sguardo universale che tocca tematiche collettive. 
Un paio di piedi che penzolano – «Ma sono veri?», si è chiesto qualcuno tra il pubblico – sono imprigionati in una cella frigorifera in vetro, sovrapposti l’uno sull’altro come quelli di Cristo inchiodati alla croce. Di fronte al grottesco naturalismo dell’opera, Danh Vo ci spiazza con un dettaglio che, nonostante l’intento umoristico, aumenta la tensione: le unghie sono dipinte d’oro. L’opera, realizzata modellando in bronzo la forma dei piedi di Heinz Peter Knes, compagno dell’artista, è un memento mori sabotato e “sporcato” da uno smalto fuori luogo, da un dettaglio passabile per scherzo all’interno di un discorso sulla morte, sul tempo e sull’intimità. 

“Danh Vo”, 2026. Veduta dell’installazione. Fondazione Nicola del Roscio, Roma. Courtsey della Fondazione Del Roscio. Foto di Giorgio Benni

Un altro Cristo, questa volta intero da testa a piedi, se ne sta addossato a un palo, a pochi metri di distanza. Un po’ appartato, di spalle rispetto a chi entra negli spazi sotterranei della Fondazione, muore lentamente e lontano da occhi indiscreti. Due mani esageratamente grandi sorreggono due vasi di piante dai fiori rossi, vivissimi accanto al volto scavato. La scultura spagnola del XVI secolo, acquistata all’asta da Vo, ha perso mani e croce, e l’artista interviene, ancora una volta, con un pezzo di sé: le due mani enormi e disarmoniche sono infatti modellate in bronzo su quelle di suo padre, Phung Vo. La relazione tra Padre e Figlio viene traslata sul piano personale e autobiografico, avvicinando di nuovo il sacro al profano.

“Danh Vo”, 2026. Veduta dell’installazione. Fondazione Nicola del Roscio, Roma. Courtsey della Fondazione Del Roscio. Foto di Giorgio Benni

Sulle pareti, la dimensione sacra prende la forma di una sequenza di fotogrammi. Cinque dipinti di epoca barocca sono disposti in serie, ognuno ripetuto nove volte nello stesso dettaglio: il Bambino attaccato al seno della Madonna nella Caritas di Bartolomeo Ghetti, il dito di San Tommaso nella piaga di Cristo risorto dipinto da Caravaggio, la natica del Cupido castigato da Marte di Bartolomeo Manfredi, la tenaglia stretta al seno di Sant’Agata di Francesco Furini e, infine, il sangue che sgorga dal collo mozzato di Oloferne decapitato da Giuditta, ad opera di Artemisia Gentileschi. La chiusura sul dettaglio, illuminato dalla luce fredda e obliqua, crea un climax di tensione psicologica lungo le pareti, dove si svela una storia senza tempo né personaggi. Le scene hanno in comune il tormento della carne, dal neonato che punzecchia il capezzolo al brutale taglio della testa. 

“Danh Vo”, 2026. Veduta dell’installazione, Fondazione Nicola del Roscio, Roma. Courtsey della Fondazione Del Roscio. Foto di Giorgio Benni

Avvicinandosi alle riproduzioni dei dipinti, un altro dettaglio: su ogni immagine campeggia la scritta in stile gotico “Regan”, il nome della bambina posseduta dal demone nel film L’esorcista. La presa violenta, il possesso brutale, sono gli stessi che la pittura barocca esercitò sui fedeli cristiani, attraverso il trionfo della carne e l’estetica del dolore, del castigo, del pentimento. Il dato biografico torna, essendo Vo figlio di cristiani cattolici scappati dal Vietnam nel 1979 ed emigrati in Danimarca, proprio a causa della loro fede.
Le stratificazioni simboliche all’interno dell’universo di Vo tradiscono anche una riflessione sul sistema di compravendita di opere d’arte e sulla loro riduzione a mero prodotto mercificabile. Un dipinto a olio del XVI secolo se ne sta rinchiuso in una cassa vintage della Campbell’s Condensed Soups, colosso aziendale americano; un antico torso marmoreo di atleta romano, databile tra il I e il II secolo d.C., è rivolto a faccia in giù verso il fondo di una vecchia scatola per il trasporto del latte condensato. Agli occhi dell’artista, tutto perde valore, niente ha garanzia di protezione finché associato al branding aziendale. 

“Danh Vo”, 2026. Veduta dell’installazione. Fondazione Nicola del Roscio, Roma. Courtsey della Fondazione Del Roscio. Foto di Giorgio Benni

Il tessuto costruito da Danh Vo si fonda su elementi ricorrenti, leitmotiv psicologici e personali, reminiscenze del suo passato e della sua storia familiare: il latte, il cristianesimo, i grossi marchi americani. La storia privata diventa così espediente per raccontare e mettere a nudo i paradossi della modernità e le grandi questioni attorno cui tutto ruota: sesso, denaro, religione.