I preferiti di Marino. Capitolo II – Opus Mundi alla Fondazione Golinelli

di | 14 mag 2026
Sergio Hernández, Danza de la Vida y la Muerte, 1997. Foto di Rodolfo Giuliani

La Fondazione Golinelli di Bologna ha avviato da due anni un percorso di ricerca artistica ben collaudato: tutto parte dalla Collezione Privata Marino Golinelli, che conta un patrimonio complessivo di oltre ottocento opere, raccolte negli anni in maniera lungimirante da Marino Golinelli, imprenditore nel campo farmaceutico, filantropo e grande appassionato d’arte, insieme alla moglie Paola Pavirani. La mostra intitolata “I Preferiti di Marino. Capitolo II – Opus Mundi”, a cura di Antonio Danieli e Alice Zenobi, aperta fino al 28 giugno 2026 al Centro Arti e Scienze Golinelli, presenta al pubblico oltre cinquanta opere di artisti internazionali che si snodano attraverso una ripartizione in quattro continenti – Africa, America, Asia e Europa –, intesi in un itinerario che allontana la frammentarietà e non si appiattisce nella mera topografia, ma si formula in una pervicace ridiscussione del mondo.
I quarantatré artisti internazionali qui riuniti sono mossi da una profonda coscienza critica e operano quella necessaria sintesi tra il trauma del presente, convogliato nei conflitti, nelle migrazioni e nelle rivoluzioni digitali, e il desiderio fermo di farsi riconoscere nel tempo senza cronometri. In trent’anni di ricerca, Golinelli ha sempre cercato il dialogo con le opere al fine di intuire le tensioni del mondo e anticiparne le traiettorie come se volesse realizzare un arcipelago disseminato di tante diverse bussole pronte ad orientarci in un nuovo umanesimo.
La prima sezione della mostra tocca il continente africano e bisogna subito dire che spesso si insidia la tendenza di rappresentare l’arte di questo territorio come una bolla speculativa. Eppure, questa sezione nasce da una convinzione opposta, frutto di una volontà di dare forma ad una resistenza politica in grado di non farsi inghiottire. Come suggerisce il filosofo Achille Mbembe, «l’idea dell’arte come un tentativo di catturare le forze dell’infinito; un tentativo di calare l’infinito in una forma sensibile, ma un formare che consiste in un costante fare, disfare e rifare; assemblare, disassemblare e riassemblare – questa idea è tipicamente Africana». Le opere qui esposte non sono in affanno rispetto a una presunta linea cronologica occidentale; sono, al contrario, radar mirati che assorbono le crisi globali ambientali e postcoloniali per restituirle sotto forma di nuovi immaginari.

Alimi Adewale, Soulful Expression, 2024. Foto di Rodolfo Giuliani

Al centro di questa riflessione si pone Soulful Expression (2024) di Alimi Adewale. In quest’opera, il confine tra l’essere umano e la Terra svanisce, fondendosi in un’unica entità vivente. La figura femminile che emerge dal tessuto è Iya Nla, la Madre Terra della cosmologia yorùba, vista come un principio generativo di continuità. L’uso del kilim, un tessuto intrecciato a mano, permette al pubblico di adottare un vero e proprio rito tattile. La pittura non è stesa su una superficie inerte, ma si insinua nelle trame, portando con sé la memoria fisica del contatto con la terra e i pigmenti. Adewale elegge il nomadismo a cardine del rapporto tra uomo e biosfera, capace di riscrivere le geografie dell’anima e del tessuto sociale.
La sala dedicata alle Americhe si rivela invece un guscio protettivo culturale: raccoglie i resti di cosmogonie infrante per ricomporre un senso del mondo laddove la standardizzazione del segno minaccia di annullare ogni specificità. È un’arte che non teme il sacro: così accade con l’opera Danza de la Vida y la Muerte (1997) di Sergio Hernández in cui si sottrae alla morte la sua angoscia puramente storica e biologica per consegnarla al ritmo del mito. Come nelle antiche tecniche del pianto rituale, il movimento della danza ordina il caos, e le figure arcaiche, gli scheletri e gli ibridi non sono spettri che terrorizzano, ma presenze quotidiane che interagiscono nella vita di tutti. Il lavoro dell’artista, radicato nelle cosmologie zapoteche e mixteche, è abitato da insetti e corpi celesti che diventano simboli di un’unità vitale in cui l’umano non è mai solo, ma sempre inserito in un sistema di rimandi mitici. È la danza la forma corale della memoria.

Flavio Favelli, Belvedere I, 2006. Foto di Rodolfo Giuliani

Se il viaggio di Opus Mundi trova in Europa una sua sosta necessaria è perché qui l’arte sembra possedere quella maledizione di voltarsi indietro per misurare l’altezza della propria ombra. In questo scacchiere di memorie sovrapposte, l’opera Belvedere I (2006) di Flavio Favelli si pone come un affaccio a quella trinità inviolabile composta dal desiderio, dalla nostalgia e dall’assenza. C’è qualcosa di profondamente proustiano, di profondamente comune in quest’opera. Non è solo una scala: è il feticcio di un’Italia che abbiamo abitato tutti, quella dei corridoi in penombra, delle ringhiere che odorano di cera e ferro freddo, di quel decoro borghese che cercava di dare compostezza nella quotidianità. L’artista prende il reperto di un atto, in una giornata qualunque, come il pensiero di carezzare il corrimano, e lo trasforma in un dispositivo mentale. Salire questi gradini è un invito al viaggio che non guarda fuori ma sprofonda dentro. Verrebbe voglia, giunti in cima, di godere di un paesaggio di provincia, invece l’opera si affaccia sul vuoto. O meglio, su quello spazio bianco dove le fantasticherie cercano il colpo di stato sulla realtà.

Huma Bhabha, Do Not Expect Too Much from the End of the World, 2009. Foto di Rodolfo Giuliani

Ma il tempo del contemporaneo è anche quello delle accelerazioni improvvise e dei relitti urbani: nella sala dedicata all’Asia, la scultura Do Not Expect Too Much from the End of the World (2009) dell’artista pakistano-americana Huma Bhabha, appare come superstite di un naufragio non solo temporale, ma soprattutto politico ed esistenziale. La sua figura, costruita con materiali deperibili come polistirolo, argilla e ferro, non appartiene a nessun tempo, perché appartiene a un mondo distopico, sempre vicino però al reale; un corpo che sembra vivere le atmosfere di Blade Runner, un futuro che già conosce il proprio declino. La sfida del nostro tempo è dunque questa: uscire dalle ingannevoli rassicurazioni dei confini per riconoscere che la transizione è la nostra condizione comune, e se spaventa significa che è umanissima. 

Dal 6 febbraio al 28 giugno 2026; Fondazione Golinelli, Centro Arti e Scienze Golinelli, via Paolo Nanni Costa 14, 40133, Bologna; info