Tutto Boetti in trenta opere. La nuova stagione di Magazzino Italian Art a New York

È con Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994) che Magazzino Italian Art inaugura una nuova stagione espositiva dopo le mostre dedicate a Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto. Terzo capitolo di un programma incentrato sull’Arte povera, “Tutto Boetti 1966-1993” segna il prossimo biennio del museo di Cold Spring e sarà visitabile fino al 26 aprile 2028.
A raccontare “Tutto Boetti” è stato già, con poche e lapidarie parole, Germano Celant: «Boetti “reinventa le invenzioni” dell’uomo», scrive su «Flash Art» nel 1967. La mostra newyorkese prende avvio proprio da quell’anno cruciale per la carriera dell’artista, presentando un primo nucleo di opere giovanili esposte durante la sua prima personale alla storica Galleria Christian Stein di Torino. Lavori come Triplo metro, Asta di misurazione e Mancorrente a squadra riflettono sui temi destinati a diventare fondativi della sua pratica: la messa in discussione dell’autorialità, la valenza concettuale degli oggetti ordinari e la risignificazione dei materiali industriali attraverso la riorganizzazione e l’assemblaggio.
In questa direzione si inserisce anche l’opera monumentale Mazzo di tubi (1966), in cui la disposizione verticale di sedici tubi in PVC richiama la staticità della colonna e annulla le consuete gerarchie interne tra materiali, forme e funzioni. Boetti dimostra così come elementi prefabbricati e apparentemente neutri, solitamente nascosti all’interno di edifici e cantieri, possano diventare corpi autonomi, generatori di nuovi significati. Nel vivace clima culturale torinese, la sua ricerca spazia sempre più tra sperimentazione dei linguaggi e dimensione relazionale, un binomio che segnerà profondamente il decennio successivo.

Negli anni Settanta, la pratica di Boetti subisce una svolta decisiva con il primo viaggio a Kabul. Qui entra in contatto con la tradizione tessile delle donne afghane, splendida orchestra di mani, fili, colori e gesti che folgorano l’immaginario dell’artista. Nasce così, in collaborazione con le tessitrici, una delle sue serie più iconiche: le Mappe, trasposizione su tessuto dei contorni geografici dei paesi del mondo. L’opera d’arte si fa così dispositivo che accoglie, mescola e amalgama. La partecipazione è necessaria, l’intervento dell’artista è minimo e il mondo si trasforma in un arazzo in continua evoluzione. È proprio questo sottrarsi alla “prigione” del ruolo di autore che porta Boetti, in quegli stessi anni, a scherzare con la propria firma: “Alighiero e Boetti” è infatti l’identità duale che sceglie di mettere in scena e che compare in molte delle sue opere a partire dal 1973.

L’invasione sovietica in Afghanistan nel 1979 interrompe la produzione di arazzi, che riprende negli anni Ottanta a Peshawar, in Pakistan. È qui che nasce la serie dei Tutto, che titola la mostra: superfici fitte di animali, lettere, simboli randomici e forme primordiali, in cui il tessuto – medium lento e di estrema precisione manuale – restituisce la complessità e la stratificazione del reale. Gli abitanti dell’universo di Boetti, come scrive ancora Celant, «non sono più un accumulo, un incastro di segni, ma i segni dell’accumulo e dell’incastro».

Al periodo romano, inaugurato con il trasferimento dello studio in Piazza Sant’Apollonia a Trastevere, risalgono invece le prime sperimentazioni con la penna a sfera, strumento economico, ordinario, tascabile, carico di ironia sottintesa e delicata irriverenza. Da mille a mille (1975), opera esemplare del principio di delega a terzi, raccoglie undici fogli di carta millimetrata che riportano gli interventi arbitrari degli assistenti dell’artista. Il gesto sfida il sistema di autorialità tradizionale incentrata sul singolo individuo, proponendo un autore collettivo, un corpo plurale che firma per uno. La precisione analitica della carta millimetrata si confronta così con i segni distribuiti in libertà, con il movimento sciolto che esce dai bordi e dalle regole di un suolo matematico.

La radicale anarchia di un artista capace di coniugare rigore concettuale e apertura al caso lo ha reso figura unica nel panorama artistico italiano del secondo Novecento. Scegliendo di farsi interprete della sua poetica, Magazzino Italian Art si conferma autentico baluardo della cultura italiana negli Stati Uniti, permettendo a Boetti, eterno autoironico e demistificatore, di prendersi ancora una volta gioco di sé.