Nella trasmissione 60 Minutes, la lava lamp di Refik Anadol riaccende il dibattito sull’arte generata dall’IA

di | 16 apr 2026
 Unsupervised di Refik Anadol al MoMA di New York. © The Museum of Modern Art, New York/Scala, Firenze

Secondo uno studio del 2017, i visitatori dei musei trascorrono in media ventisette secondi davanti a un’opera d’arte: appena il tempo di strizzare gli occhi, annuire pensierosi e passare oltre. Ma se si chiede all’artista dell’IA Refik Anadol per quanto tempo le persone si siano soffermate sulla sua controversa Unsupervised, presentata al Museum of Modern Art nel 2022, la risposta è ben diversa: secondo lui, l’opera ha catturato l’attenzione del pubblico molto più a lungo – circa trentotto minuti ciascuno, per la precisione.
Per realizzare Unsupervised, Anadol ha alimentato l’IA con i metadati relativi a oltre centotrentottomila opere della collezione del MoMA, facendo in modo che il sistema reinterpretasse l’arte contenuta nel museo come un morphing continuo di astrazioni. Immaginate Van Gogh che si dissolve in Monet, che si dissolve in De Kooning, che si dissolve in… Com’era quel detto sui troppi cuochi che rovinano il brodo?
Nel programma 60 Minutes, Anadol ha descritto il suo approccio in termini poetici: «Penso ai dati come a un pigmento, che non deve asciugarsi e può assumere qualsiasi forma, colore o consistenza». Ha aggiunto che l’effetto è «psichedelico», perché gli artisti si chiedono sempre che cosa ci sia oltre la realtà. Quando l’intervistatrice Sharyn Alfonsi gli ha chiesto se tutto ciò non fosse semplicemente un gioco di prestigio, Anadol ha respinto l’obiezione. Questo, ha detto, è un territorio nuovo e ancora inesplorato.
Secondo Glenn Lowry, allora direttore del MoMA, l’opera ha avuto un successo straordinario. I visitatori si sdraiavano sui divani nell’atrio; alcuni ballavano; molti facevano video e la maggior parte li pubblicava sui social.
Anadol è diventato un beniamino del mondo tecnologico, e una parte del mondo dell’arte lo ha seguito. Alcune delle sue opere basate sull’IA sono state vendute all’asta per più di un milione di dollari.
Il critico Jerry Saltz probabilmente avrebbe preferito che le cose andassero diversamente. In una recensione del 2023 sul «New York Magazine», Saltz ha descritto l’installazione come una «gigantesca lava lamp tecnologica» e l’ha paragonata a un «salvaschermo da mezzo milione di dollari». A 60 Minutes, ha riconosciuto che un giorno l’IA sarà arte, ma per il momento, gran parte di ciò che vediamo è una «media del già visto». Ha inoltre respinto l’idea che la grande affluenza di pubblico dimostri qualcosa.
Nella stessa trasmissione, l’artista e scrittrice newyorkese Molly Crabapple ha definito l’addestramento dell’IA il più grande furto d’arte della storia, sostenendo che gli algoritmi sono costruiti su immagini rastrellate online senza consenso. «Quando parliamo di furti d’arte, di solito parliamo di uno o due dipinti rubati da un museo, tre al massimo. Qui hanno trafugato miliardi di immagini», ha dichiarato.
Anadol ha dichiarato che ora lavora soltanto con quelli che chiama «dataset raccolti in modo etico» e insiste nel considerare l’IA come una collaboratrice. L’obiettivo, dice, è una divisione del lavoro equa tra umano e macchina.
La domanda che aleggia su tutta la vicenda è: quando una macchina rimescola l’archivio visivo dell’umanità, è arte? Anadol direbbe che stiamo esplorando un territorio nuovo. Saltz direbbe che ci siamo già passati… solo che una volta si chiamava lava lamp.

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