Ritratti: Gianlorenzo Nardi

di | 24 apr 2026
Gianlorenzo Nardi. Foto di Leonardo Nardi

In questi giorni di primavera la fioritura delle graminacee riempie l’aria di un profumo pungente. Durante le passeggiate lungo il fiume Reno mi sembra di lasciare alle spalle la città, o meglio, di scorgerne un altro ritratto. Il paesaggio urbano che si dispiega lungo il fiume non si lascia definire in un’immagine unitaria: sottopassi fangosi si alternano senza continuità con tappeti di erbacee fiorite, baracche improvvisate, percorsi fitness, orti urbani e centri sportivi. Foucault parlerebbe di questi «passaggi» come di luoghi dotati della «curiosa proprietà di essere in relazione con tutti gli altri luoghi, con una modalità che consente loro di sospendere, neutralizzare e invertire l’insieme di rapporti che sono da essi stessi definiti, riflessi e rispecchiati[1]». Nella loro ambiguità e instabilità fenomenica, questi spazi ci aiutano a pensare il paesaggio oltre le immagini da depliant turistico: ultimamente la città mi sembra più interessante qui che all’ombra dei portici. 
Quando ho conosciuto Gianlorenzo Nardi (Giulianova, Teramo, 1995), l’artista viveva ancora a Bologna dove studiava all’Accademia di Belle Arti, e il suo luogo d’elezione era proprio un tunnel che costeggia il canale Navile e collega due quartieri della città separati dall’infrastruttura ferroviaria. Qui, insieme al compagno di corso Tommaso Silvestroni, organizzava eventi ed installazioni estemporanee riconoscendo questo spazio come «una soglia attraverso la quale poter riorientare uno sguardo sulla città». 
Alla corrente del fiume (2023), è la prima delle opere realizzate da Nardi nel tunnel. Insieme installazione e performance, consisteva nella collocazione, all’interno del canale, di un elemento scultoreo misterioso avvolto da una plastica nera. Sulla sponda pedonabile, un affumicatore da apicoltore bruciava foglie di alloro e aghi di pino, avvolgendo i presenti in un fumo bianco, denso e odoroso. Se la scultura funzionava come attrattore e marcatore di attenzione, la nube agiva di soppiatto impregnando capelli e indumenti. L’esperienza nel tunnel veniva prolungata, complicando l’immagine fotografica con cui siamo solite inquadrare e memorizzare i luoghi che visitiamo. Allo stesso tempo, l’odore rendeva tangibile l’attraversamento del sottopasso, come a demistificare le relazioni lo permeano. 

Gianlorenzo Nadi, Alla corrente del fiume, 2023. Affumicatore da apicoltore, foglie, teli di nylon. Tunnel, canale Navile, Bologna. Courtesy dell’artista

“Trasportare il paesaggio” è una delle sfide formali e concettuali che caratterizza il lavoro dell’artista. Andando oltre l’immaginario stereotipato e astratto che ha impoverito e mercificato nei secoli questo concetto, l’artista esplora altre sue possibili rappresentazioni trovando ispirazione in quei luoghi difficilmente catalogabili e per struttura entropicamente variabili, spazi considerati “marginali” come sottopassi urbani, stradine di campagne, aree costiere e il mare stesso. Nel farlo la sua pratica scultorea assume un linguaggio anti-monumentale, vicino per tecnica alla spontaneità e all’economia materiale delle architetture informali rurali e costiere – Nardi vive e lavora lungo la costa abruzzese –, mentre l’opera è spesso collocata in una temporalità aperta, fluttuante in una condizione potenziale. 
Ne è un esempio Backpack (2023), scultura portatile e solo «occasionalmente posata al suolo», dove una cassetta per la frutta modificata con degli spallacci da zaino e coperta con una porzione di vela, diventa un archivio mobile contenente la fotografia di una pianta ripresa di notte in un paesaggio marino.

Gianlorenzo Nardi, Backpack, 2023. Vela, spalliere zaino, cassetta di plastica, legno, fotografia su carta, 60 x 40 x 45 cm. Fondazione Antonio Ratti, Como. Courtesy dell’artista

Analogamente, Struttura fluttuante, realizzata con una tecnica di assemblaggio affine, si configura come un’architettura precaria riecheggiante i capanni di pescatori, lasciata in mare alla deriva dall’artista durante una giornata di estate.
L’indossabilità e la navigabilità sono due espedienti utilizzati da Nardi in altre occasioni. Entrambi ci parlano dell’eterotopia foucaultiana in maniera estetica ed esperienziale, non a caso una delle figure usate dal filosofo per descrivere questo «altro spazio» è proprio quella della nave: «un frammento galleggiante di spazio, un luogo senza luogo, che vive per se stesso che si autodelinea e che è abbandonato, nello stesso tempo all’infinito del mare […]». 
La citazione sembra risuonare in Montagna su barca (2024), dove una scultura in gesso dalle forme romboidali, che richiama la Endless Column di Constantin Brancusi, è legata a una zattera e lasciata galleggiare per un’intera giornata. Il mare attiva l’opera, la sottrae a ogni condizione di stabilità, trasformandola in un sistema mobile, esposto a variazioni continue. La riflessione brancusiana sul piedistallo e sullo spazio, intesi come elementi non più separati ma integrati alla scultura, viene qui ulteriormente espansa: il piedistallo si dissolve nel contesto e nel tempo, diventando campo di forze, condizione temporanea. 

Gianlorenzo Nardi, Montagna su barca, 2024. Gesso, polistirolo, legno, cemento, corde, 450 x 190 x 190 cm. Mare Adriatico. Courtesy dell’artista

Il tributo a Constantin Brancusi è esplicito anche in Al suono di un flauto (2024), opera performativa e sonora, presentata da MEGADUE, Bologna, con la curatela di Massimo Bartolini, in cui una coppia di performer trasporta sulla schiena due sculture in gesso. Le forme richiamano, rispettivamente, la modularità della Endless Column e l’ovoide di The Beginning of the World. Le sculture, oltre a essere spostate nello spazio, funzionano come casse di risonanza per diffusori collocati al loro interno. Il suono, composto da flauti autocostruiti e campionati dall’artista, attiva l’opera dall’interno. Il movimento dei performer è ridotto al limite: appaiono in una condizione di attesa, sono in stallo tra la fatica di portare questi oggetti e la necessità di sostenersi a vicenda. 

Gianlorenzo Nardi, Al suono di un flauto, 2024. Scultura, gesso, corde, altoparlanti, schede SD. Veduta della performance. MEGADUE, Bologna. A cura di Massimo Bartolini. Courtesy dell’artista

Parlando con Gianlorenzo, alla domanda se questa “attesa/stallo” possa essere letta con un qualche rimando concettuale, mi risponde citando uno dei suoi lavori più recenti: All’ombra di un albero (2025), presentato a Gelateria Sogni di Ghiaccio, lo scorso anno. L’artista installa nello spazio un tavolo di plastica e una serie di sedie, arredi comuni fuori dai baracchini, dai bar di quartiere o nei lidi balneari, qui modificati per riprodurre registrazioni di canti di uccelli. Per lo più merli, presenze costanti nelle aree urbane, sono registrati da Nardi durante delle camminate notturne, durante le quali, come lui stesso scrive, ha la sensazione «di assistere a delle strane epifanie». Non si tratta di esperienze spirituali, ma della partecipazione a eventi che si collocano ai margini della quotidianità urbana e che solo occasionalmente riusciamo a intercettare. Nell’installazione, il pubblico è invitato a sostare, sedersi e prendersi tempo, in un dispositivo che non ricostruisce questi eventi ma ne riattiva le condizioni percettive. 

Gianlorenzo Nardi, All’ombra di un albero, 2025. Sedie, tavolo, altoparlanti, schede SD. Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna, a cura di Giulia Giacomelli. Courtesy dell’artista

Lo scorso weekend, pedalando verso un paese di campagna, mi sono ritrovata a cercare queste epifanie. Volevo trovare le parole giuste per raccontarle, per concettualizzare, ma ogni tentativo diventava retorico. Anche quell’“attesa/stallo” rimaneva una questione aperta.
All’ombra degli alberi che svettano nel cortile di casa, sono giorni che gli uccelli cantano insistentemente, la mia vicina li ascolta mentre dà da mangiare al gatto del condominio, io fumo una sigaretta in silenzio. C’è un senso di protezione, una bellezza “in tonalità minore” che cura senza troppe spiegazioni. 

[1] M. Foucault, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, p. 23

Per saperne di più

Caterina MolteniGianlorenzo Nardi