I collezionisti italiani sono sempre più attenti e ai grandi numeri preferiscono una bella storia

A inizio 2025, a Bologna, i galleristi manifestavano ad Arte Fiera per la mancata riduzione dell’IVA. Protestavano, con tanto di fischietto tra gli stand, «per non lasciare morire il sistema culturale italiano». Da allora, di fatto, l’Italia ha intrapreso una certa strada: dal primo luglio 2025, l’aliquota IVA per il commercio di oggetti d’arte, d’antiquariato e da collezione è scesa al 5%, spodestando in un solo colpo Francia (5,5%) e Germania (7%). Leggi: una nuova competitività fiscale per la Penisola, perfino un «nuovo Rinascimento», enfatizzano alcuni. Così a novembre, ad Artissima, le gallerie festeggiavano a gran voce: «Una delle edizioni migliori» – il verdetto ripetuto come un mantra, e non solo per i 34.500 visitatori, i premi, i 300.000 euro stanziati per le acquisizioni dalla Fondazione Arte CRT. Alla fine della fiera, a decretare il successo sono ovviamente le vendite, e quelle di Artissima 2025 sono state più che mai affordable, con range di prezzo contenuti, ma compensate da un buon numero di transazioni. Non sorprende: già ad aprile, il report globale di Art Basel & UBS registrava 57,5 miliardi di dollari in vendite nel 2024 (in calo del 12%) – ma con un aumento del 3% nel volume delle transazioni, grazie alle opere assegnate nella fascia medio-bassa del mercato. Non è un caso che proprio Art Basel, la superstar delle fiere d’arte internazionali, abbia annunciato un tariffario agevolato dedicato alle gallerie emergenti, con uno sconto del 25% per i booth debuttanti e del 15% per il secondo anno, a partire dal 2026. Vedi alle voci “inclusione”, “accessibilità” e “necessità di resistere” in un sistema che vive di perenni e spasmodiche trasformazioni.

Intanto, in Italia, si ridisegna la fisionomia del mercato. Parla di collezionisti «più autonomi, meno legati alle dinastie storiche e alle logiche di status» Nicola Ricciardi, da cinque anni direttore artistico di miart, la manifestazione organizzata da Fiera Milano. «Si tratta perlopiù di professionisti e imprenditori tra i 35 e i 55 anni, spesso provenienti dai mondi della finanza, della moda e del digitale, che coniugano curiosità culturale e sensibilità strategica», dichiara ad «ARTnews Italia». Come si muovono? «Con pragmatismo: prediligono opere di fascia media, sotto i 100.000 euro, ma con una crescente attenzione alla provenienza, alla qualità e alla narrazione, e si amplia la base di acquirenti interessati ad artisti emergenti, design e pratiche artigianali contemporanee». Poi ancora un dato interessante, il bisogno di autenticità, di un contatto attivo con l’arte che si acquista: «C’è un interesse crescente per il dialogo diretto con l’artista, per l’opera vissuta e condivisa, anche attraverso i canali digitali e social», spiega Ricciardi. «Si tratta di un collezionismo che, pur consapevole del valore economico, appare oggi più orientato alla relazione e al racconto, e questo è un segnale positivo per la sostenibilità del mercato italiano».

Di fatto, là fuori, l’arrivo dei giganti rilancia l’Italia – e la città di Milano, nella fattispecie – come avamposto strategico dell’art market internazionale. Sotto la direzione di Elena Bonanno di Linguaglossa, Thaddaeus Ropac inaugurava a settembre a Palazzo Belgioioso, con un dialogo museale tra Georg Baselitz e Lucio Fontana. Debutto meneghino anche per Mazzoleni, che dopo Torino e Londra ha aperto a ottobre la nuova sede in via Senato. Ed è Paris Internationale la grande attesa del 2026, la fiera nomade di Parigi s’inserirà nel tessuto della art week milanese, proprio in concomitanza con la veterana miart. «Devo dire che il mercato italiano mostra una notevole capacità di resilienza», conferma ad «ARTnews Italia» il gallerista Massimo De Carlo, con sedi sparse tra Milano, Londra, Parigi, Hong Kong e Seul. «Proprio perché in gran parte autoreferenziale, non risente in modo significativo del rallentamento che si avverte in altri Paesi».

Un turnover di 14,7 milioni di dollari dalle vendite di arte contemporanea all’asta, è questo il dato riferito all’Italia nell’ultimo The Contemporary Art Market 2025 Report di «Artprice» (dal primo luglio 2024 al 30 giugno 2025). Contro i 572,6 milioni di dollari degli Stati Uniti, i 310,8 milioni della Cina, i 40,5 milioni della Francia e i 34,4 milioni della Germania – giusto per tenere la misura. Marta Giani, Head of Contemporary Art, Sotheby’s Milano, riporta ad «ARTnews Italia» ottimi risultati per la major entro i confini nazionali, ma anche numeri eccezionali per l’arte italiana in giro per il globo – vedi le opere di Fontana, Pistoletto, Pascali e Boetti appartenute a Daniella Luxembourg a New York, vedi la collezione italiana di Christian Levett a Londra, per menzionarne alcune. Due le tendenze principali: l’interesse per i pezzi che raccontano storie e per le collezioni cross-category, senza limiti di categoria. Come An Italian Collecting Journey, la speciale asta serale che a settembre, a Milano, raddoppiava la stima, totalizzando 4,1 milioni di dollari (accompagnata parallelamente da una vendita online). «Presentare opere di Fine Art accanto a pezzi di Design o Furniture», afferma Giani, «consente ai collezionisti di vivere le opere in un contesto nuovo. Dimostra che l’arte non deve necessariamente esistere solo in un “white cube”, ma può abitare gli spazi reali delle persone».

A Parigi, intanto, Christie’s raddoppia l’appuntamento con l’asta Avant-Garde(s) including Thinking Italian – dal 2025 si tiene due volte l’anno, in primavera e in autunno, sempre in Avenue Matignon. «L’ultima si è svolta in concomitanza con Art Basel Paris», dichiara Cristiano De Lorenzo, Managing Director, Christie’s Italia, e «trentuno delle trentatré opere offerte sono entrate in collezioni private internazionali». Poi, a proposito del mercato dell’arte in Italia: «Si conferma molto dinamico, come dimostrato dall’ultima edizione di Artissima a Torino, mentre importanti player internazionali stanno facendo il loro ingresso nel mercato locale – un’evoluzione che si può certamente ricondurre ai recenti incentivi fiscali». Forse non proprio un nuovo Rinascimento, ma qualcosa si muove.