Mona Hatoum, Over, under and in between. Fondazione Prada, Milano

di | 30 gen 2026
Mona Hatoum, Web, sfere di vetro trasparente soffiato a mano, cavo di acciaio inossidabile, 2026. Veduta della mostra “Over, under and in between”, Fondazione Prada, Milano. Courtesy Fondazione Prada. Foto di Roberto Marossi

Entrare nella Cisterna della Fondazione Prada per visitare “Over, under and in between” significa trovarsi subito in una condizione di instabilità che non è soltanto spaziale, ma percettiva. Le tre installazioni site-specific concepite da Mona Hatoum per la mostra non si limitano a occupare l’architettura monumentale dell’ex distilleria, ma ne sollecitano continuamente la relazione con il corpo del visitatore, chiamato a muoversi tra attrazione, cautela e disagio.
Nel lavoro di Hatoum, la sensazione di pericolo non è mai un fine in sé. Come ha più volte chiarito, ciò che le interessa è piuttosto «la sensazione di precarietà», una condizione in cui anche ciò che appare stabile rivela la propria vulnerabilità. Il titolo della mostra non descrive solo una disposizione fisica (sopra, sotto, in mezzo) ma allude a uno stato intermedio che attraversa l’intera sua pratica: vivere e percepire lo spazio come qualcosa di instabile, mai del tutto sicuro.
Nata a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese e costretta a rimanere a Londra allo scoppio della guerra civile libanese nel 1975, Hatoum ha trasformato l’esperienza dello sradicamento in un linguaggio visivo che evita ogni forma di narrazione diretta. Non si tratta di illustrare una condizione politica, ma di farla agire sul piano sensoriale, coinvolgendo il corpo prima ancora dello sguardo.
Nella prima sala della Cisterna, Web (2026) si presenta come una struttura sospesa composta da centinaia di sfere di vetro trasparente soffiato a mano, collegate da sottili cavi d’acciaio. La forma richiama una ragnatela che fluttua sopra il visitatore; un’immagine esteticamente incantevole e insieme insidiosa. L’ambiguità è del resto il leitmotiv di tutto il percorso: ciò che appare delicato e quasi ornamentale è anche ciò che potrebbe rompersi. Come osserva l’artista, «l’esperienza del trauma può trasformare un oggetto normalmente innocuo in qualcosa che suscita paura», e qui tale intuizione si traduce in una soglia instabile che incombe sullo spazio.
La ragnatela, motivo ricorrente nel suo lavoro, tiene insieme protezione e intrappolamento, relazione e controllo. Il riferimento a costellazioni o a gocce di rugiada introduce una dimensione contemplativa, ma senza neutralizzare la tensione che deriva dal trovarsi sotto una struttura sospesa. Come nelle performance degli anni Ottanta, in cui barriere e membrane separavano il corpo dell’artista da quello del pubblico, anche Web costruisce una distanza che è al tempo stesso fisica e psicologica.

Mona Hatoum, Map (red), sfere di vetro rosso trasparente di 25 mm, 2026. Veduta della mostra “Over, under and in between”, Fondazione Prada, Milano. Courtesy Fondazione Prada. Foto di Roberto Marossi

La sala centrale è occupata da Map (red) (2026), un planisfero realizzato con oltre trentamila sfere di vetro rosso disposte direttamente sul pavimento. I continenti sono delineati senza confini politici, seguendo la proiezione di Gall-Peters, che ridimensiona le distorsioni eurocentriche della mappa di Mercatore. Il mondo appare come una superficie instabile, composta da unità autonome e non fissate.
Muoversi intorno alla mappa richiede attenzione: ogni passo falso del visitatore potenzialmente rischierebbe di ridefinire anche impercettibilmente i confini geografici se non addirittura di causare irrimediabili cataclismi. L’artista ha spiegato come il rosso del vetro richiama il sangue e la violenza, ma al tempo stesso suggerisce anche un’energia vitale e creatrice che attraversa il pianeta. Da tempo la cartografia è per Hatoum uno strumento critico, non per offrire una visione alternativa del mondo, ma per mettere in discussione l’idea stessa di controllo visivo. La mappa non conferisce una posizione dominante allo spettatore: impone piuttosto di riconoscere la propria scala corporea rispetto a un insieme frammentato.
In questa distanza tra corpo e rappresentazione, Map (red) riecheggia temi già presenti in opere ormai lontane nel tempo come Measures of Distance (1988), dove l’esperienza dell’esilio emergeva attraverso l’intimità della voce e della scrittura. Qui quella stessa condizione si condensa in una forma astratta, che resiste a ogni lettura univoca.

Mona Hatoum, all of a quiver, tubi di alluminio a sezione quadrata, cerniere di acciaio, motore elettrico, cavo, 2022. Veduta della mostra “Over, under and in between”, Fondazione Prada, Milano. Courtesy Fondazione Prada. Foto di Roberto Marossi

L’ultima sala ospita all of a quiver (2022), un’installazione cinetica composta da una griglia metallica di cubi sovrapposti che si estende per oltre otto metri in altezza. La struttura oscilla lentamente, si piega verso il basso e poi si rialza, accompagnata da scricchiolii metallici che rendono il movimento fisicamente percepibile. L’effetto è quello di un struttura instabile, costantemente sull’orlo del collasso.
Il riferimento all’architettura (impalcature, scheletri edilizi) è evidente, ma non si traduce in una metafora chiusa. Come ha spiegato Hatoum, il suo lavoro mira a «rivelare una corrente sotterranea di ostilità all’interno di ciò che solitamente appare inoffensivo». Anche qui una forma minimale attiva una risposta emotiva fatta di attesa e incertezza, senza offrire un momento di risoluzione.
Ciò che rende “Over, under and in between” particolarmente incisiva è la coerenza con cui Hatoum continua a interrogare il rapporto tra corpo, spazio e percezione. Dalle performance degli esordi all’uso di materiali domestici trasformati in presenze ambigue, fino alle grandi installazioni ambientali, la sua pratica ha mantenuto lungo tutta la sua carriera una tensione costante, evitando sia il racconto autobiografico sia l’illustrazione didascalica.
Nella Cisterna della Fondazione Prada, le tre installazioni non costruiscono una narrazione, ma una condizione condivisa: abitare uno spazio in cui la fragilità non è un’eccezione, ma una componente strutturale dell’esperienza. Il visitatore è chiamato a sostare in questa zona intermedia, a misurare continuamente il proprio corpo rispetto a ciò che lo circonda. È in questa sospensione, più che in qualsiasi dichiarazione esplicita, che il lavoro di Mona Hatoum continua a dimostrare la sua attualità.

Dal 29 gennaio al 09 novembre 2026; Fondazione Prada, Largo Isarco 2, 20139 Milano;
info: https://www.fondazioneprada.org/project/exhibition-mona-hatoum-over-under-and-in-between/.

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