Secondo un influente storico dell’arte ucraino in un museo italiano sarebbero custoditi quattordici falsi attribuiti a esponenti del modernismo russo e ucraino

In una recente dichiarazione, il curatore e storico dell’arte Konstantin Akinsha ha sostenuto la probabile non autenticità di quattordici opere attribuite a modernisti russi e ucraini conservate a Palazzo de Nordis, un museo di Cividale del Friuli.
In un post pubblicato su Substack alla fine dello scorso settembre, Akinsha – che è un esperto di arte russa e ucraina – ha esaminato la collezione De Martiis, composta da sessantaquattro opere moderne e contemporanee donate al palazzo nel 2015 dal collezionista Giancarlo De Martiis. La raccolta comprende nomi di spicco del modernismo italiano, tra cui Mario Sironi, Afro Basaldella e Giuseppe Santomaso, accanto a lavori di Henri de Toulouse-Lautrec, Eugène Boudin e Graham Sutherland. È tuttavia il gruppo di quattordici opere attribuite a pittori russi e ucraini ad aver attirato in modo particolare l’attenzione di Akinsha.
In una recente intervista rilasciata ad «ARTnews» – per cui si è già occupato in passato del tema dei falsi e delle contraffazioni nel mercato dell’arte russa – il critico ha affermato che le attribuzioni e le provenienze indicate per quelle opere «destano seri sospetti». Sia nell’intervista sia nel post su Substack, Akinsha ha osservato come il catalogo online della collezione riporti in molti casi il nome di Jean Chauvelin tra i precedenti proprietari dei pezzi. Chauvelin, scomparso nel gennaio dell’anno scorso, era un mercante d’arte francese e sedicente esperto di arte russa, coinvolto in molteplici scandali legati a dipinti falsamente attribuiti ad artisti russi. Tra gli altri nomi citati nelle provenienze compare anche Boris Gribanov, noto falsario russo, già condannato per questo reato.
Elisabetta Gottardo, assessora alla cultura del comune di Cividale del Friuli che gestisce Palazzo de Nordis, ha dichiarato ad «ARTnews» che la città ha accettato le opere della collezione De Martiis «sulla base di una documentazione che comprende, per ciascun lavoro, l’autentica da parte di un esperto, una relazione storica, un’analisi dei materiali e dei pigmenti e un parere tecnico sull’aspetto grafico». Ha tuttavia aggiunto che l’opinione di Akinsha «è certamente autorevole e sarà tenuta in grande considerazione ai fini di un’ulteriore indagine su queste opere».
Nel post pubblicato su Substack, il critico prende di mira in particolare una natura morta attribuita all’artista russa Ol’ga Rozanova e datata 1915-1917, che a suo avviso «non mostra alcuna somiglianza con le sue opere autentiche». Sostiene inoltre come dal punto di vista della composizione e dello stile, il dipinto sia «pressoché identico» a un lavoro del 1999 firmato dal russo Andrei Saratov. Pur ritenendo improbabile che sia lui il vero autore del dipinto attribuito a Rozanova, Akinsha afferma che «lo stile neo-modernista di questo pittore contemporaneo russo è stato deliberatamente sfruttato dai falsari, che vi hanno riconosciuto un modello funzionale alla produzione di opere riconducibili a una forma di cubo-futurismo russo, create per soddisfare le aspettative degli occidentali».
Tramite un messaggio su WhatsApp, Saratov ha dichiarato ad «ARTnews» di non essere l’autore dell’opera: «No, ovviamente non l’ho dipinta io. È una copia di scarsa qualità [di un mio lavoro]». Ha quindi inviato la foto della natura morta, precisando che il quadro «è tuttora appeso nella mia cucina».
«Da un lato questa vicenda mi fa piacere, perché solo le opere di qualche valore vengono contraffatte; dall’altro, il museo avrebbe potuto benissimo acquistare l’originale da me», ha aggiunto scherzando.
«ARTnews» ha chiesto il parere di Maria Timina, curatrice di arte russa ed europea presso il Mead Art Museum dell’Amherst College, e anche lei ha definito «problematica» l’opera attribuita a Rozanova.
«Nell’insieme, il dipinto risulta poco convincente e rivela una conoscenza superficiale del lavoro dell’artista russa intorno al 1912-1913», ha affermato.
Timina ha inoltre osservato che il dipinto della collezione De Martiis «è totalmente privo dell’essenza dello stile di Rozanova» e si delinea come «un goffo tentativo di rifarsi» ad alcune nature morte realizzate dall’artista in quegli anni, con le quali condivide solo il genere e «una presunta maniera pittorica cubo-futurista».
Nei lavori di Rozanova «le forme non oscillano così, senza una ragione apparente, come accade nel dipinto della Collezione De Martiis», ha precisato Timina, aggiungendo che ogni oggetto è «contornato da linee scure grossolane e pesanti, che producono un senso di rigidità estraneo al suo linguaggio». Ha inoltre ricordato che Rozanova firmava raramente i propri lavori e che non utilizzava mai il cognome per esteso, come accade invece nell’opera in questione: più spesso ricorreva alle sole iniziali, «O.R.».
Un altro dipinto della Collezione De Martiis esaminato da Akinsha su Substack è l’Uomo con pipa (1918 circa), attribuito alla pittrice russa Marie Vassilieff, che secondo il critico «non presenta quasi alcuna somiglianza con i suoi lavori di quel periodo».
«In questo caso l’analisi stilistica è ampiamente irrilevante: il dipinto appare molto più plausibilmente un pastiche direttamente “ispirato” al Ritratto di Sandro Fazini di Sigismund Olesievich, artista attivo a Odessa», ha aggiunto. La somiglianza tra i due dipinti, che Akinsha ha pubblicato l’uno a fianco all’altro, è difficilmente contestabile.
L’opera di Olesievich è in comproprietà con il collezionista d’arte ucraino Andrei Adamovsky. Interpellato da «ARTnews» sulla possibilità che si tratti di un plagio, Adamovsky ha risposto senza esitazioni: «Cos’altro posso dire, se non che è un crimine vero e proprio?».
Un’altra opera conservata nel museo di Cividale, un dipinto senza titolo attribuito a Natal’ja Gončarova e datato 1913, è descritta nel catalogo online come uno studio preparatorio per un lavoro analogo dell’artista russa, intitolato Lampadina elettrica (1913), oggi nelle collezioni del Centre Pompidou a Parigi.
Anche James Butterwick, mercante londinese specializzato nel modernismo russo e ucraino, ha espresso forti perplessità sull’attribuzione, spiegando ad «ARTnews» che Gončarova non era solita ripetere le proprie composizioni.
«Secondo una nota affermazione della storica dell’arte Irina Vakar, curatrice di una mostra sulla pittrice russa alla Tate, Gončarova si ripeteva raramente», ha spiegato Butterwick. «Perché mai avrebbe dovuto realizzare la copia di una lampadina? Era un’artista di straordinaria originalità, con un’ampiezza e una profondità creativa impressionanti. Perché diavolo dall’oggi al domani si sarebbe messa a fare delle copie?».
Cividale del Friuli è una cittadina ai piedi delle Alpi, a una quindicina di chilometri da Udine. Prima della donazione della raccolta De Martiis da parte dello stesso imprenditore, scomparso nel 2024, la città non disponeva di collezioni di rilievo, né di istituzioni dedicate all’arte moderna. Palazzo de Nordis era stato concesso in uso al comune di Cividale dallo Stato italiano nel 2014; nel 2020, conclusi i lavori di restauro dell’edificio quattrocentesco, lo spazio è stato inaugurato come sede della collezione De Martiis.
«Ho voluto donare la mia collezione alla Città di Cividale del Friuli perché qui ho lavorato quarant’anni e in un certo senso è qui che ho messo insieme i mezzi per costruirla», si legge in una dichiarazione di De Martiis riportata sul sito del palazzo. «Non ho mai avuto un vero consigliere ma ho frequentato musei e gallerie, cercando di capire autonomamente quello che vedevo, guidato dalla ricerca costante di un piacere personale […] quello che provavo di fronte a qualcosa che si ama profondamente».
Akinsha, che di recente ha curato una grande mostra sul modernismo ucraino alla Royal Academy di Londra, ha dichiarato ad «ARTnews»: «Purtroppo il gusto di De Martiis non era sostenuto da una conoscenza adeguata, e non bastava per orientarsi nelle acque insidiose del mercato del modernismo russo, fortemente inquinate dai falsi».
Da «ARTnews US».