Ritratti: Benni Bosetto

di | 09 feb 2026
Benni Bosetto, ritratto. Foto di Alberto Nidola

Benni Bosetto è cresciuta a Montevecchia, tra le colline di Lecco. La prima volta che mi ci ha portato era il 2016, a pochi mesi da “Florida”, la sua prima mostra personale presso TILE project space. Mentre risalivamo in macchina la ripida strada che conduceva alla sua casa, Benni mi indicò tre colline dalla forma appuntita: «si crede siano piramidi», disse con una certa sicurezza. La leggenda vuole infatti che la loro forma sia stata modificata per richiamare le piramidi della Piana di Giza, e alcuni studi sembrano avvalorare questa ipotesi.

“Florida”, veduta dell’allestimento. Tile Project Space, Milano, 2016. Courtesy TILE Project Space, Milano. Foto di Floriana Giacinti

Al di là della veridicità del racconto, quella storia ha funzionato per me come una sorta di porta d’accesso a un mistero che ho sempre percepito ogni volta che guardo un’opera dell’artista o mi perdo in una conversazione con lei. Non si tratta del “mistero dell’arte”, di cui tanto si è parlato, quanto piuttosto del mistero inteso come forma di sapere, livello di realtà, esercizio di osservazione.

Benni Bosetto, Ambiente X, 2019. Performance con Xenia Perek, a cura di Giulia Civardi. Kunstraum, Londra. Courtesy dell’artista e Kunstraum London. Foto di Nat Urazmetova

Il lavoro di Benni Bosetto è infatti profondamente legato a un ambito di pensiero e di pratiche che si affiancano – e talvolta si contrappongono – ai saperi canonici divenuti dominanti nella storia ufficiale. Alla linearità del tempo accosta la ciclicità dell’esistenza; alla conoscenza logica e razionale, la forza immaginativa del vagabondaggio della mente e del sogno a occhi aperti; alla “crescita personale” orientata al successo, una costruzione del sé fondata su pratiche e rituali; all’identità circoscritta, quella che nasce da apparati discorsivi e relazionali.
Tale approccio è nutrito da una ricerca profonda e frammentaria di universi culturali differenti e ha influito sul modo di utilizzare i diversi media che sono concepiti in modo strumentale. Le sculture assumono spesso la forma di dispositivi o ornamenti, il disegno si impone come un’esperienza intuitiva di emersione di storie e visioni sedimentate nel pensiero mentre le performance sono spesso strutturate come rituali che rievocano pratiche individuali e collettive.

Benni Bosetto, Stultifera, 2022. Performance. Pinacoteca Nazionale di Bologna, Salone degli Incamminati. Courtesy dell’artista e MAMbo. Foto di Valentina Cafarotti e Federico Landi

La dimensione trasformativa che attraversa il lavoro di Benni Bosetto si amplifica nella costruzione di opere-ambiente, una modalità che ricorre con continuità nel suo percorso espositivo. In “Florida” (2016) è il tempio che custodisce la fonte dell’eterna giovinezza a essere ricreato attraverso un disegno fluido in bianco e nero; in Ambiente X (2018) il rituale liberatorio di due dipendenti prende forma all’interno di un ufficio riprodotto fin nel dettaglio; mentre in Il portico (2020) un gruppo errante di cantori si raccoglie nella cornice di una struttura lignea, ricca di rimandi al mondo rurale e alla pratica contadina della veglia.
Più di recente è l’ambiente domestico a offrire un contesto privilegiato: in Slippery Orchid (2024) l’appartamento che ospita la sede italiana della galleria Emanuela Campoli diventa una celebrazione della casa come luogo intimo, ma capace di contenere e proiettare una molteplicità di storie, desideri e immagini del sé. È qui che le superfici delle carte da parati – divenute un tratto distintivo della produzione più recente – si fanno specchio di immaginari resilienti e selvaggi, spazio per narrare di corpi che nella frammentarietà si svincolano da concezioni binarie.
La casa diventa modello di un preciso modo di concepire il corpo, tema centrale nella ricerca dell’artista: non più entità unitaria, autosufficiente e neutra, ma costellazione di forze, relazioni, desideri, storie e visioni che trova sintesi nella concezione plurale delle odierne corporealities.

Benni Bosetto, Il Portico, 2020. Performance. Veduta dell’allestimento. Almanac, Torino. Courtesy dell’artista e ALMANAC, London / Turin. Foto di Sebastiano Pellion

“Rebecca” (2026), prima mostra monografica dell’artista in un’istituzione italiana, presso Pirelli HangarBicocca, contestualizza opere storiche e nuove produzioni all’interno dello spazio finzionale di un’abitazione infestata (il rimando è al romanzoRebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier). Il pubblico è invitato a ripensare lo spazio privato come un luogo che, sebbene delimitato da mura stabili, è capace di trattenere le memorie dei corpi – come quella della prima moglie – e di innescare processi creativi incontenibili, simili a quelli che emergono durante il riposo o nell’esplorazione della forza erotica.

Benni Bosetto “Rebecca”. Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto di Agostino Osio

Le ritualità, gli strumenti, gli ornamenti e gli stati improduttivi del pensiero evocati e reinventati dall’artista permettono allora di sostare nei processi misteriosi attraverso cui il sé si fa e si disfa. Sono tecniche di trasformazione, atti di cura e di immaginazione che permettono di percepire la corporeità come una dimensione aperta, incessantemente riscritta dalla negoziazione con il mondo che la attraversa.

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