Spalletti, De Dominicis e West da Vistamare a Milano

di | 13 feb 2026
Ettore Spalletti, Trittico azzurro, 2013, impasto di colore su tavola, pasta oro-argento, matita, cm 240 x 360. Foto Alto Piano – Agostino Osio. Courtesy Vistamare Milano/Pescara

Un grande trittico accoglie chi varca la soglia della sala centrale da Vistamare a Milano. È parte integrante di un progetto espositivo che in questi giorni evidenzia un percorso di dialoghi e amicizie tra Ettore Spalletti (1940-2019) – è sua l’opera e a lui è dedicata l’intera sala –, Gino De Dominicis e Franz West, che ha come epicentro Pescara nell’orbita di rapporti antichi così fondamentali per la storia dell’artista italiano che aveva fatto della città abruzzese il fulcro di tutta la sua esistenza, con il suo studio in provincia e un ritmo di vita dedito alla concentrazione e al lavoro quotidiano in studio, lontano dalla frenesia dei grandi centri dell’arte contemporanea, anche quando la sua pittura è stata finalmente riconosciuta nel contesto internazionale. La sala d’apertura della mostra è rigorosa, puntuale, museale, e l’ha concepita così Benedetta Spalletti, gallerista e nipote dell’artista, che per l’occasione ha anche esposto opere della collezione dei suoi genitori insieme a lavori della galleria: tra capolavori a parete e una colonna che ritma lo spazio, tutte le sue opere esposte sono legate all’azzurro, non soltanto un colore ma un tema molto amato dall’artista, derivante dalle sue riflessioni sulla storia dell’arte e il paesaggio, anzi l’atmosfera. Ogni tavola proviene da un lento e sofisticato lavoro di meditazione sul colore e le sue reazioni nel campo libero della superficie, frutto di un percorso preparatorio e di un corpo a corpo tra la mano dell’artista e la pelle stessa di quella che sarà poi l’opera finita. Dipingere senza usare gli strumenti ordinari della pittura, assentarsi gradualmente dall’immagine sintetica di quelle montagne che ha dipinto per un certo periodo, per poi sfociare liberamente e silenziosamente verso una strada che non è più immagine e neppure astrazione minimale: Ettore Spalletti è stato un gigante che non ha amato le definizioni, la sua è sempre stata una meditazione lucida e insieme poetica su dettagli apparentemente infinitesimali, legati all’epidermide della superficie, alla struttura degli angoli del quadro, alla posizione delle tavole rispetto lo schema fisso di un muro. Vengono pertanto in mente le riflessioni dell’artista, quando sosteneva che «La geometria è rotta dalla stessa pasta di colore che la nutre. Lo spazio si tinge».

Converging trajectories: Ettore Spalletti meets Gino De Dominicis and Franz West, 2026. Veduta dell’allestimento, Vistamare Milano. Foto Alto Piano – Agostino Osio. Courtesy Vistamare Milano/Pescara

Ecco allora che il trittico in mostra fa ben comprendere attitudini e comportamenti della pittura di Spalletti, che si è sempre concentrato sul tema del quadro e della sua fuoriuscita dalle griglie condizionanti e accademiche della parete, lui che accademico non è mai stato neppure per un istante. Ognuno dei tre pannelli, infatti, segue una propria prospettiva di posizionamento nello spazio, rivelando la semplicità apparente dell’architettura di forme generate da Spalletti, in cui il colore è forma, spazio stesso, luce generatrice di relazioni anche tra le opere. Dettagli grigio-argento o d’oro su una porzione distinta dello spazio delle opere generano riverberi ulteriormente luminosi sull’ambiente attorno: questo perché l’opera di Spalletti ha una sua aura sacrale, di un’intensità in grado di rileggere un contesto grazie a una forza primigenia di geometrie e luce. Ma questa sala azzurra è anche un omaggio di Benedetta Spalletti e di Vistamare a un ambiente simile che l’artista progettò per il Museum Kurhaus di Kleve nel 2009 e che dedicò a suo fratello Vittoriano, padre della padrona di casa. «L’azzurro – ha precisato l’artista in un dialogo con Carlos Basualdo nel 2011 – è un colore atmosferico, in cui siamo continuamente immersi, è il colore del cielo. I nostri piedi poggiano sul verde dei prati o sul marrone della terra, ma il nostro corpo è avvolto dall’azzurro. È un colore che si offre sempre in maniera diversa, si sposta verso il grigio, verso il verde, verso l’oltremare. Quando ho fatto la mostra a Leeds, nel tragitto dall’albergo al museo vedevo le nuvole correre come pazze nel cielo, allora ho pensato alla pittura inglese. Il nostro invece è un cielo di meditazione, quando fai una passeggiata sul mare, vedi l’azzurro che diventa sempre più profondo; e verso sera diventa tutto d’argento, la linea dell’orizzonte non si vede più, il mare si congiunge con il cielo. Senti che lo spazio non finisce mai, non c’è immagine, ma se provi a bucare l’azzurro con un dito cosa trovi? Sei nella realtà contemplativa. Penso a Beato Angelico». Sempre nell’orbita di un discorso legato alla riproposizione ideale di un dialogo mai interrotto tra Pescara, la famiglia Spalletti (Vittoriano, avvocato brillante e collezionista, è sempre stato, così come la moglie Federica, amico degli artisti e la sua casa era costantemente aperta ai loro sguardi e ai loro dialoghi) e l’arte, ecco che nella seconda sala un piccolo lavoro in ceramica di Spalletti dialoga con un capolavoro iconico e germinale di De Dominicis, l’asta dorata. Puntella lo spazio, lo fraziona, con la sua essenzialità estrema, magica, rituale, misteriosa. Un capolavoro della storia dell’arte italiana e internazionale parte integrante di un percorso di felici coincidenze, antichi rapporti tra De Dominicis e Ettore Spalletti, tra Roma e Pescara, nelle gallerie di altri loro compagni di strada, anzitutto Mario Pieroni. Incontri, momenti di confronto serrato, in una Pescara che inaspettatamente tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento diviene un epicentro imprevisto dell’arte contemporanea, proprio grazie a Ettore Spalletti e a personaggi come Pieroni, Lucrezia De Domizio Durini e Cesare Manzo, come ha testimoniato alcuni anni fa un libro edito proprio da Vistamare dedicato a quel clima felice, nelle cui pagine compare anche uno dei rari ritratti fotografici di De Dominicis, tra l’altro eseguito proprio da Vittoriano Spalletti, che ha sempre custodito questo lavoro, esposto poi in quella che nei fatti è stata la prima mostra di Vistamare a Pescara ormai venticinque anni fa. Quella milanese non vuole chiaramente essere una mostra celebrativa, ma un progetto curato fino a ogni dettaglio, che prosegue in un altro ambiente con un altro dialogo, questa volta con Franz West, altro amico di Spalletti, di cui si presenta una scultura proveniente dalla collezione del fratello Vittoriano eseguita a Capri, come si evince anche da un video amatoriale (nella stessa sala) che testimonia la sua genesi. Il risultato è dialogo corale con tre artisti diversissimi tra loro ma che hanno trovato a Pescara uno spazio sospeso tra cielo e mare in cui confrontarsi sulle radici proprie dell’arte, le sue ritualità, i suoi misteri, ma anche i suoi lati ironici, come tale era Ettore Spalletti, da ciò che emerge dai dialoghi con Basualdo, Hans Ulrich Obrist e Giancarlo Politi editi nei suoi ultimi anni di vita quando – siamo nei primi del Duemila – il suo lavoro viene finalmente attenzionato in maniera metodica dal sistema dell’arte internazionale, anche se osservando con attenzione il suo regesto espositivo emergono importanti presenze, compresa l’edizione di “Documenta” di Kassel del 1992.
Ma la mostra è anche l’occasione per immergersi totalmente nella qualità estrema – grazie anche alle opere scelte esposte, tra cui una colonna con ombra colorata – della ricerca di Spalletti, che meriterebbe ulteriori approfondimenti, mostre museali internazionali (l’ultima, da Magazzino a New York, è del 2023) e riletture critiche per evidenziare ancor di più la forza estrema e seminale del suo discorso dentro la pittura che non soltanto è stato innovativo e rivoluzionario, ma anche radicale fino agli ultimi suoi giorni.

Converging trajectories: Ettore Spalletti meets Gino De Dominicis and Franz West, 2026. Veduta dell’allestimento, Vistamare Milano. Foto Alto Piano – Agostino Osio. Courtesy Vistamare Milano/Pescara.
Allo schermo: Berhard Riff, Capri/Capra, 1993. Video a colori, 29 min. 40 sec. Courtesy Berhard Riff

 

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